Da Denver a Las Vegas: il diario di viaggio di Daniela

Da Yellowstone a Las Vegas

All’inizio era solo una piacevole lettura, è mia passione curiosare tra i racconti di viaggio, consapevole del fatto che tutto sarebbe stato fuori dalla mia portata, quindi la lettura si fermava al solo racconto, e di più non osavo andare oltre.

Poi un po’ per volta inizio a giocare con Google Maps e diventa ancora più lontana l’ipotesi di un viaggio di questo genere per me. Ma leggendo vari racconti e andando nella mia agenzia viaggi di fiducia, rimango colpita profondamente da un itinerario, e li scatta la scintilla… Questo è un viaggio troppo bello per lasciarlo solo su carta…

Così un anno fa inizia la progettazione, all’inizio sono solo bozze e itinerari improbabili, man mano che passano i mesi il progetto prende sempre più corpo. Finché a Marzo chiamo Lory, la mia fidata agente di viaggio ed assieme iniziamo i preventivi di volo e noleggio auto, naturalmente fa tutto lei questo sviluppo, a me rimarrà solo il viaggio nel cuore. Fatto e disfatto moltissime volte, addirittura durante lo svolgimento del percorso.

Eh si; perché il grande lavoro per me è stato anche tracciare si un programma, ma lasciare spazio all’improvvisazione e all’avventura, per dare sale e pepe a tutto il viaggio, in modo da lasciare la possibilità di goderci assieme, anche la piacevole improvvisazione, e ce ne sono state molte di sorprese, quasi tutte piacevoli e benvenute, naturalmente qualcuna meno piacevole, ma questo era l’intento del viaggio, una esperienza che avesse un suo respiro, che fosse il viaggio stesso il protagonista e noi; diventare attori dentro al palcoscenico della natura.

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Partenza

La natura non è mancata anzi, volevamo proprio che fosse la protagonista principale, infatti non era presente nessuna città, nessuno shopping, nulla che non fosse paesaggio e panorama, luoghi ameni, strade panoramiche, paesini caratteristici che vivessero di vita propria.

Alla fine ci siamo riusciti, o meglio, il viaggio ci ha permesso di essere vissuto, lasciando ogni apertura al caso e seguendo …. se vogliamo dirlo …. il sole, con i nostri ritmi naturali, niente sveglie, niente scadenze predefinite, totale assoluta libertà.

Nonostante la fotografia sia il mio hobby, anche quella è stata messa a cuccia, nessuna corsa per albe o tramonti, accogliendo tutto come veniva, lasciando sempre il viaggio come protagonista principale.

A distanza di un mese ancora non siamo riusciti a elencare i ricordi, è ancora tutto un rincorrersi ed appallottolarsi di immagini, se mi viene chiesto se ho nostalgia non so cosa rispondere, perché mi sento come se non fossi ancora rincasata.

Mi sento ancora come dentro al viaggio come se ancora non fosse concluso, per questo motivo scrivere un diario di viaggio come non mai mi riesce molto difficile. Non c’è Africa, non c’è mare tropicale né oceano indiano che tenga, niente può competere con la sensazione che provo dentro di me, un appagamento tanto totale e nello stesso modo, una fame insaziabile di riprendere quello che sento non aver concluso, come se avessi lasciato un mestiere incompiuto, di sicuro una parte di me.

Ci ritroviamo così di primo pomeriggio in aeroporto a Venezia, che insomma…lasciatemelo dire, anche se sono di parte, partire da Venezia ha già un suo fascino, l’aereo è bellissimo e nuovo, un dreamliner di American Airlines con moltissimo spazio per le gambe che purtroppo verrà sciupato a causa che le file centrali sono vuote e quindi ci siamo spostati in centro avendo ben tutta la fila a disposizione, quindi già si parte bene, due parole su AA, gli aerei per le lunghe tratte sono comodi e con un buon servizio, per me ottimo.

Intrattenimento buono, pasti pure, caffè, acqua sempre a disposizione, mentre nelle tratte brevi gli aerei sono più spartani e non sempre sono dotati di intrattenimento, non è raro vedere persone che salgono a bordo con le provviste, anche con la scatola della pizza o il lunchbag, con cibo insomma, rimane comunque per me una buona compagnia.

Arrivo in Usa

Diario di Viaggio - PhiladelphiaFacciamo scalo a Chicago, questa volta per fortuna il controllo immigrazione è talmente veloce da non rendersi conto. Fantastico. Non sono state le due ore e mezzo dello scorso anno a Philadelphia, quindi cambio veloce per Denver, con aereo molto più semplice ma sempre buono.

Devo dire che abbiamo viaggiato sempre con un solo bagaglio a mano, almeno per quanto riguarda AA, controlla le misure ma non il peso quindi molto bene, anche se in questa ultima tratta prima di salire in aereo hanno imbarcato in stiva i bagagli a mano, cosa che non mi ha reso molto felice dal momento che avendo tutto li dentro ho pensato… speriamo bene.

È andato comunque tutto ok, un po di giretti in aeroporto a Denver per cercare i bagagli, ma è andato tutto bene, quindi abbiamo preso la navetta che ci porta per il ritiro auto, il noleggio auto è avvenuto con Hertz, ci siamo trovati molto bene ed abbiamo avuto un’ottima auto, dal momento che sarebbe stata la nostra “casa” per due settimane, infatti comoda e sicura compagna.

Troviamo subito nelle vicinanze il nostro hotel che Lory aveva già prenotato assieme al volo e all’automobile. Naturalmente prestissimo siamo già svegli, io addirittura dormo solo un’ora, scendiamo per la colazione e rimaniamo stupiti dal fatto che la gente era praticamente accampata con il piatto ovunque nella hall dell’hotel, scoprendo che non c’era una vera e propria sala per le colazione ma un …”fai un po’ te vedi come ti riesce meglio” ed è in questo frangente che entriamo ufficialmente nel nostro viaggio fatto di improvvisazioni e di adeguarci al momento, un affettuoso e carinissimo cameratismo coinvolti dalle persone che incontreremo lungo tutto il nostro tour.

Bene, così anche noi prendiamo piatto e tazza e seguiamo l’esempio, sul momento un po’ perplessi ma poi tutto diventerà di una familiarità consueta. Impariamo velocemente ad usare Google maps off lines, ci accompagnerà per due settimane in modo fedelissimo senza mai tradirci, ha funzionato sempre benissimo anche all’interno dei parchi principali dove non c’è campo, ogni mattina cancellata la mappa precedente ed istallata quella nuova, mai avuto nessun problema.

Con la nostra fetta di pane imburrato che vagava in un limbo di incertezze decidiamo che è giunta l’ora di partire verso Yellowstone, ancora non del tutto certi che ci si potesse arrivare dato che i giorni precedenti avvisavano di meteo avversi con copiose cadute di neve, per noi che arrivavamo da un clima estivo era preoccupante.

Avevamo deciso di continuare comunque e se proprio fosse stato impraticabile ci saremmo semplicemente girati e tornati sui nostri passi o studiando un percorso diverso.

Tour
Qui credo dovrei illustrare a grandi linee il nostro tour

  • 1) Denver, Fort Collins, Laramie,Rowlings,
  • 2) Lander.  Riserva Shoshoa, Thermopolis, Big Horn River, Cody,
  • 3,4,5) Yellowstone Park
  • 6) Canyonlands, Horseshoe Bend ,Arches Park,
  • 7) Moab, Goblin Park, Capitol Reef, Fruita, Dixie National Forest, Escalante,
  • 8) Bryce Canyon
  • 9) Red Johanson Canyon, Gleen Canyon,
  • 10) Kanab, Page, Horseshoe, Upper Antelope Canyon,
  • 11,12,13) Williams, Grand Canyon, Seligman,
  • 14) Sedona
  • 15, 16) Las Vegas

Verso Yellowstone

Da Yelowstone a Las VegasDavanti a noi avevamo un giorno intero di viaggio verso nord, avremmo spezzato il viaggio più o meno a metà percorso, una volta che avessimo trovato un un paese carino. Lasciata la città di Denver direzione nord, la prima periferia si mostra più bella di un dipinto, tutti i quartieri di un ordine quasi geometrico, villette e giardini curati in modo maniacale, sembravano in attesa di un servizio fotografico tanto erano belli ed in ordine, un piacere per gli occhi.

Appena un po’ fuori di questi pittoreschi quartieri c’è quella periferia tipica Americana, quella meno blasonata, ci accompagnerà per la maggior parte del nostro tour, roulotte, mobilhome, e quasi baracche , con una quantità impressionante di ciarpame attorno, sembra abbiano una passione per la raccolta di rottami, mio marito mi fa notare che quasi ogni abitazione ha almeno due, tre automobili da sfasciacarrozze attorno, e sarà così per tutto il viaggio. Questo nelle zone di periferia o nelle sconfinate campagne, non di certo nei parchi.

Mano a mano che si prosegue il panorama diventa brullo e privo di attività umana se non per i recinti chilometrici degli allevamenti di bestiame, a perdita d’occhio….ore e ore dello stesso identico panorama, a volte un po di preoccupazione ci è venuta lo confesso. Proprio niente, né case, né distributori, bar….niente…solo sconfinate praterie di vegetazione molto bassa con sporadiche mandrie di mucche nere… e antilopi, niente altro.

Finalmente ad un bivio località Rowlings, troviamo un distributore e facciamo benzina, anche perché ormai era pomeriggio inoltrato e valutiamo che al prossimo paesino avremmo cercato rifugio per la notte, non ci sarebbe piaciuto tanto trovarci in mezzo al nulla di notte, così arrivati a Lander ci fermiamo al primo posto “famigliare”, un piccolo Mc Donald per accedere al wifi e mangiare qualcosa, ancora non conosciamo le abitudini e gli orari dei pasti americani, non li impareremo mai, scopriremo solo che il novanta per cento dei ristoranti chiude alle ventuno massimo ventuno e trenta.

Il locale si presenta come uno dei più sporchi e trascurati di tutto il viaggio… ma non un po’, o io che ho le fisime… proprio preso male, d’altronde qui la popolazione è composta di mandriani, cowboy e guardia parchi, cacciatori e meccanici…non che ci si possa aspettare chissà che cosa, e non mi riferisco alla popolazione, ma nel suo complesso è caratteristico e per nulla fuori posto… quasi mi piace. Qui scopriamo il refeel dei fast food, proclamiamo santo McDonald e rimarrà nostro fido confidente per un paio di settimane.

Cerchiamo alloggio, e troviamo una graziosa signora in un hotel altrettanto grazioso e questo ci rimarrà nel cuore per tutta la vacanza come il più bello e più accogliente, penso che la differenza l’abbia fatta l’atmosfera di questo cottage di montagna con il cowboy in reception, con questo arredamento fatto di grossi tronchi di legno a vista questi tessuti old America, questo trovarsi proprio in una descrizione da Real America dove nel mio immaginario avviene tutto dentro ad un film, solo che non siamo al cinema, è tutto vero e lo stiamo vivendo. I grossi pick up parcheggiati all’esterno fanno sembrare la nostra auto una utilitaria anche se non lo è di sicuro.

La gentile signora ci fa dono di un buono per due birre nel ristorante attiguo, ma allora bisogna dire che qui è veramente tutto un film. La camera ha due letti Queen morbidi e profumati, la finestra dà come panorama l’entrata dell’hotel, ma l’architettura è talmente bella che ogni volta che ci passerò davanti mi soffermo a guardare ed un sospiro di melanconia esce spontaneo come una firma in calce per confermare la bellezza del luogo.

La cena sarà tipicamente Americana: una grossa patata al forno e bistecca accompagnata dalla preziosa birra donataci dalla signora. Il cowboy cena nel tavolo accanto a noi, è una guardia dei parchi e sua moglie ha origini italiane. La notte sarà piacevolissima dato che sono due giorni che abbiamo importanti repressioni di sonno.

Al risveglio altro cortometraggio da film, alla reception non c’è più la graziosa signora, ma un “bickers” vestito di tutto punto Harley Davison style, gli chiediamo consiglio su come arrivare meglio a Yellowstone, e lui ci stampa ben tre mappe e non contento chiama pure un suo collega che ci fa scaricare una preziosa app sulla percorrenza delle strade in Wyoming, quest’ultima si dimostrerà preziosa nei prossimi giorni a venire, dal momento che la neve c’era e le strade da fare per arrivare a Yellowstone sono di montagna e a quote elevate.

Quindi qui si presenta il primo cambio programma, era previsto entrare da sud al parco attraverso il Grand Teton da Jackson, invece all’entrata sud la percorrenza è segnata in rosso, quindi strade percorribili solo su una carreggiata e non garantiscono che siano transitabili.

I nostri simpatici amici ci consigliano di entrare o da Cody o allungare di parecchio e fare l’entrata Est, l’entrata a Nord è al momento molto lontana e in questo momento pochissimo accessibile. E dopo qualche caffè e lunghe raccomandazioni da parte loro, salutiamo calorosamente con già la nostalgia nei nostri cuori sapendo che probabilmente non torneremmo mai più in questi luoghi. Certo che il popolo americano è di una accoglienza unica, non ce lo aspettavamo veramente, rimarrò piacevolmente colpita da questo. Ci dispiace già lasciare delle persone così gentili e premurose.

Scopriremo in seguito che il popolo americano è fatto così, sempre disponibile e premuroso, per loro essere disponibili e servizievoli è normale, ovunque, anche nelle strade e superstrade, dove non perdono mai la pazienza e sono sempre disposti a dare una mano.

La strada che porta a Cody è bellissima, quella che da Cody porta all’entrata est Di Yellowstone sarà indimenticabile prima la U20 e poi la U14, due scenic drive meravigliose. Il cielo è bello coperto e noi teniamo le dita incrociate, dopo Cody un cartello luminoso indicava che l’entrata al parco è chiusa, mio marito con grande positività dice che; pazienza, se è chiuso ci fermeremo a Cody eventualmente.

Cody è il paese fondato da Bufalo Bill dove esiste ancora ed è funzionante la pensione fondata e gestita da sua sorella Irma, questo è un tipico paese stile Far West dove ogni sera si svolge un rodeo. Già percorrere questa strada è uno spettacolo.

Rocce, cascate, boschi e panorami di tutte le forme e colori, sono le prime ore del pomeriggio, ed inizia a nevicare, i chilometri che ci separano dal parco sono ormai pochi, e nemmeno nel più recondito dei miei sogni avrei mai immaginato né sospettato di entrare a Yellowstone con la neve, dove il paesaggio è ancora più suggestivo, anzi, è il massimo che potessi ricevere, un dono così immensamente bello.

Sorpresa, l’entrata è aperta, chiediamo come mai a valle ci sia una indicazione che dice il contrario e la gentile guardia non lo sa spiegare, pazienza, paghiamo l’entrata e prendiamo il materiale informativo che ci pone la dolcissima signora.

Se non sapete vi spiego brevemente la tessera parchi, attualmente costa 80 dollari dura un anno ed un mese ed è valida per tutti i parchi nazionali Usa, se fate più di due parchi vi conviene dal momento che in media l’entrata è di trenta dollari ogni parco.

Si presenta davanti a noi questa strada in mezzo ad un bosco verde di conifere, spruzzata di bianco con questo tappetino di neve fresca, bianco delicato sulla strada. La nostra emozione è talmente forte che stiamo in silenzio a lungo, attorno a noi un sogno che si sta realizzando chiamato: Yellowstone National Park.

Yellowstone

Da Yelowstone a Las VegasRimaniamo sorpresi di come parecchia porzione del panorama attorno sia devastata da un incendio immenso che si propaga per ettari, scopriremo poi essere un incendio che si sviluppò per mesi nel 1988 e si vedono benissimo i segni.

Il primo incontro è con il Lake di Yellowstone nella zona est. L’alloggio è previsto a West Yellowstone, una cittadina molto, ma molto carina, gli alloggi all’interno del parco sono molto costosi e spesso non hanno nemmeno il bagno in camera, stanno costruendo nuove strutture ma sono sempre di proprietà di Xanterra, la catena che gestisce gli alloggi nei parchi principali anche quelli del Grand Canyon, con costi elevatissimi, data la grande richiesta, ma con servizi al minimo del minimo, quindi abbiamo cercato di organizzare la visita al parco in modo che la sera ci sia una uscita verso West Yellowstone.

Purtroppo per disservizi di prenotazione ci troveremo con la terza notte scoperti dalla prenotazione e “costretti” a dormire all’interno del parco, passeremo a Yellowstone quasi quattro giorni interi. Il parco di Yellowstone disegna principalmente un 8 con una deviazione a nord verso la Lamar Valley, tutte le zone importanti sono ben segnate e con comodo parcheggio, oltre agli hotel ci sono diversi campeggi, le zone che offrono ristoro sono diverse, così come per lo shopping.

Dalla zona del lago ci dirigiamo verso West Yellowstone, passando davanti al celebre Old Faithful, faremo solo una breve sosta perché lo visiteremo bene fra due giorni all’uscita del parco, ormai è sera e a breve farà buio, consigliano molta prudenza sulla strada dato che siamo nel regno della fauna alpina con moltissime mandrie di bisonti che troveremo sulla strada per tutta la nostra permanenza… e non solo sulla strada.

Il nostro motel è appena fuori dal parco semplice, semplice, essenziale, un hotel sontuoso sarebbe sprecato dal momento che ci staremmo solo per dormire e lavarci. La cittadina di West Yellowstone è davvero carina e passeggiare la sere merita davvero è ricca di locali e ristoranti caratteristici e con la  neve che cade copiosa è ancora più bella.

Come detto qui si cena moto presto, abbiamo mangiato sempre bene ovunque, ritorniamo al motel passeggiando sotto la neve che cade, una situazione molto romantica e nello stesso tempo molto caratteristica, anche perché questa cittadina di West Yellowstone, si trova in Montana, quindi già tutto il contorno è parte di una situazione davvero da sogno, mai e poi mai avrei pensato di vivere l’arrivo a Yellowstone nel modo più bello.

Tra poche ore inizierà il nostro tour. Al mattino ci svegliamo con un bel po’ di ghiaccio a terra ma un bel sole caldo, Yellowstone si rivelerà molto più di quello che abbiamo visto nei libri e in televisione,  gli odori ancora non sono riproducibili e nemmeno certe luci.

Quindi cercheremo di attenerci il più possibile al nostro magro programma, non faremmo molti trail ci accontenteremo di vedere più zone possibili, soffermandoci nei punti che più riteniamo interessanti per noi, faremo in tempo in tre giorni a toccarli tutti e vedere tutti i geyser.

  • Il primo giorno visiteremo: Geyser Spring, Gibbon falls, Mammoth, Norris Basin.
  • Il secondo: Calcite Springs, Junction Tower, Lamar Valley, Yellowstone Grand Canyon North Rim.
  • Il terzo: Yellowstone Grand Canyon South Rim, Hayden Valley, Mud Volcano.
  • La mattina del quarto lasciando Yellowstone, Morning Glory Pool, Old Faithful, ora qui ci sarebbe parecchio da dire ma lascerò a voi la sorpresa quando lo visiterete.

Aggiungo solo che lasciando la zona di Mammoth, sulla destra vicino a bordo strada, vediamo la solita coda di auto ferma, e ci aspettiamo la mandria di bisonti invece… A pochi metri da noi un meraviglioso orsacchiotto giocava con un alberello di pino giovane. L’emozione è stata così grande che mi sono scese le lacrime da sole…e non volevano più fermarsi, dall’emozione non riuscivo nemmeno a tenere la macchina fotografica ferma, infatti le foto non sono venute benissimo.

Ma l’immagine che mi si presentava davanti era per me appagante più della più perfetta delle foto. Gli animali allo stato libero suscitano in me sempre l’emozione più forte, non c’è nulla di più appagante che vedere la vita nel suo ambiente naturale, indifferente a ciò che gli gira attorno, siamo stati li un bel po ad ammirare questo orsetto nero e già quello solo per me ha valso il viaggio.

Verso i parchi rossi

Da Yelowstone a Las VegasLasciato Yellowstone con immensa malinconia ci dirigeremo a sud direzione Salt Lake City e passeremo la notte a Provo, trascorreremo in auto parecchie ore. Qui c’è stata la prima sorpresa con il traffico stradale, ci troveremo all’ora di punta serale in mezzo ad un grande caos, avevamo sottovalutato questa cittadina che si rivelerà molto estesa e trafficata, guideremo per le due ore rimanenti in un traffico molto intenso… che dopo sei giorni di tutta pace e natura si rivelerà piuttosto pesante, ma devo dire che questa sarà l’unica occasione di strada trafficata, escluso Las Vegas… ma qui ce l’aspettavamo.

Da Provo ci dirigeremo verso Moab, dove inizierà l’avventura dei parchi “rossi”e dove lascerò il mio cuore in un piccolo e sperduto paesino di mormoni in una valle incantata. Arrivati a Moab visiteremo Dead Horse Point, Canyonlands, Arches National Park.

Dead Horse è il primo panorama che mi stupisce per la sua grandezza, su Canyonlands non mi soffermo perché è abbastanza scontato, anche se gioiello pure lui ed una visita la merita certamente, mentre su Arches due cose le descrivo.

Da Yellowstone a Las Vegas

Siamo arrivati con un cielo completamente coperto e tutto grigio, ma decidiamo di salire comunque, avendo ancora più di un’ora di luce, ma poco dopo sotto il grande arco nella zona di Balanced Rock Trail esce un sole obliquo, le rocce si coloreranno di un rosso acceso e tutto diventa completamente diverso.

Colori che non sembrano credibili, anche ora guardo le foto e non posso credere che quelli siano colori naturali, un Rosso Vermiglio che avvolge tutto e tutti, con un tramonto da photo shop… invece è tutto naturale, stare immobili ad ammirare il tutto è già un appagamento totale, più magnifico di così non potrebbe essere, tutto ciò che ci circonda diventa di rosso vermiglio potente. E lì capisco perché poco più avanti poco dopo Escalante una zona prende il nome di Vermillion Cliff.

Grand Staircase-Escalante National Monument

Da Yellowstone a Las VegasDa questo punto in poi per giorni questo sarà il colore che ci accompagnerà assieme alle montagne arcobaleno di Paria, all’irraggiungibile “The Wave” al Coyote Butte, al White Pocket, e devo dire a tutto l’Escalante. Tutti questi sopra citati non ho avuto ne il piacere ne l’onore di visitare se non studiarli molto e passarci solo molto vicina, (tristezza indicibile), meritano un viaggio a se, ed in alcuni casi una buona preparazione fisica, la maggior parte sono accessibili solo dopo lunghi trekking muniti solo di orientamento satellitare, alcuni con semplice escursione con guida.

Il giorno dopo prenderemo direzione Capitol Reef prendendo la UT24, (direzione Bryce Canyon) che a Torrey si immette nella UT12, e sarà la strada più bella che si possa fare, una delle più belle Scenic Drive di tutti gli Stati Uniti.

Meriterebbe un diario da sola questa strada, purtroppo per questione di inesperienza l’abbiamo semplicemente percorsa, mentre merita soste molto, ma molto approfondite data la ricchezza di panorami e territori ricchi di conformazioni geologiche, in sostanza merita da sola un viaggio.

UT12

Da Yellowstone a Las VegasEccoci qua: due parole su questo tratto di strada panoramica, inanzi tutto la consiglio assolutamente perché ricchissima di panorami meravigliosi, e le soste non mancheranno, anzi, se non avete idee di viaggio, stare qui una settimana come minimo vi appagherà oltremodo. Percorreremo tutta questa strada fino a Bryce City.

Poco fuori Moab troviamo Goblin Valley, molto bello ma non fa parte dei Parchi Nazionali, quindi lo si pagherà extra. Poco dopo trovate Capitol Reef, altra meraviglia di parco, questo fa parte dei parchi nazionali, quindi entrerete con la tessera parchi.

La strada si svolge come già detto tra gole, canyon e dirupi… c’è di tutto, circa a metà dentro ad una stretta gola incontreremo Fruita, una zona di Mormoni dove io dimenticherò li; non so se per sbaglio o distrattamente il mio cuore… spero di tornare a riprenderlo.

Troverete pareti rosse a precipizio scolpite con antichi graffiti indiani alcune molto in alto quando evidentemente esisteva un terrapieno più su, si passa attraversi curatissimi frutteti dove quando è stagione si può raccogliere la frutta da se e pagarla in uscita.

Troveremo una graziosa casetta la Gifford Homestead, che funge da tutto con piccolo ristoro e si possono acquistare diversi prodotti fatti a mano, dal sapone alle torte fatte a mano, miele di vario tipo, essenze, marmellate e composte e molti manufatti sia di abbigliamento che di artigianato.

Ci fermeremo fuori all’aperto seduti su una semplice panchina a consumare il nostro pranzo che consisterà in una Pie, crostata, alla frutta di una squisitezza unica, bevendo il nostro solito caffè americano, che per fortuna a noi piace e ci accompagna fedele seduto sempre accanto a noi nel suo apposito spazio tra i sedili.

Attorno abbiamo montagne colorate, molto verde e turisti che passeggiano sereni nelle loro escursioni, sarà la zona, sarà il contesto ma tutto sembra avvolto di pace e serenità, per tutta la sua lunghezza, questa strada che ci donerà questa sensazione, come se tutto fosse certo e senza sorprese, sembra che la parola negativo qui non arrivi, naturalmente questa è certamente una mia percezione tanto risulta rilassante questo momento.

Bryce Canyon

Da Yellowstone a Las VegasCi avvieremo con esasperante calma verso Bryce, percorrendo sempre questa strada panoramica, toccando diversi altri paesini tutti di una bellezza per me inconsueta, attraverseremo tutto l’Escalante, anche qui altra magnificenza, sopratutto perché è il momento del folliage che io e la mia fidata compagna Sony non ci stancheremo di riprendere, paesaggi colorati, mucche in mezzo alla carreggiata, cow boy intenti nel loro lavoro di recuperare le mandrie ed i vitelli dispersi lungo questo sogno chiamato UT12.

Passeremo la notte a Bryce, in un motel molto grazioso vicino ad un ristorante altrettanto caratteristico, dove proveremo sia la cena che la colazione immersi in questa aria da Far west. Anche qui fa freddo e ci serviranno sia i piumini che i pantaloni pesanti, a Bryce siamo sopra i 2000 metri di altitudine, il parco va dai 2400 ai 2700 metri, infatti anche qui al mattino l’auto è bella coperta di ghiaccio.

Anche su questo parco cosa posso dire? Talmente bello, talmente conosciuto che non mi resta altro che invitarvi a vederlo.

Kanab

Kanab Little HollywoodQui il mio cuore si farà triste, conoscendo solo di fama questa zona, così ricca di paesaggi molto nascosti e di difficile accesso, per ora non posso accedervi perché non sono adeguatamente preparata ne fisicamente ne tecnicamente, sarà lo stimolo per me di preparazione in un prossimo futuro.

Ci dirigeremo verso Kanab dove passeremo la notte, anche qui ottima scelta di ristoro, nel pomeriggio visiteremo il Johnson Canyon, non mancherà il solito spettacolare paesaggio, colline colorate, archi naturali ed animali in libertà.

Per sola pura curiosità mi recherò al visitor center, certa che non avrei mai vinto la lotteria per The Wave, mi accontenterò di una calamita e di raccogliere materiale informativo, per la cronaca il mattino dopo passando davanti alle sette c’era già una folla di centinaia di persone in coda… senza contare l’utenza mondiale on line, ne passeranno solo venti ogni giorno, sia tra quelli on line e quelli presenti.

Per quelli on line la gara va fatta esattamente con cinque mesi di anticipo pagando solo la cauzione che è circa cinque dollari, per quelli che si presentano al mattino si lasciano il proprio Id e si aspetta la lotteria. Ci sono agenzie specializzate che fanno la fila al posto tuo, naturalmente ha un costo. Quindo in quel caso l’on the road andrà fatto con date certe e senza imprevisti… te la senti?

Page

Da Yellowstone a Las VegasCome detto il mattino dopo ci alziamo molto presto direzione Page, qui ci sarà un cambio ora dovuto al cambio di fuso orario fra Arizona e Utah, notato in giro, anche in hotel il doppio orologio. Le cose da vedere sono molte, come se fino adesso avessimo ciondolato, andiamo subito all’Antelope Canyon per prenotare l’Upper Canyon o alla peggio il Lower, invece per l’Upper a qualsiasi orario c’è posto, il Lower è sold out per i prossimi due giorni.

Prenotiamo le ore 12,30 e ci spostiamo all’Horseshoe Bend. Paghiamo 10 dollari di parcheggio e facciamo questa passeggiata di una ventina di minuti, accessibile alla maggior parte delle persone, ho visto bimbi piccini, piccini farsela tutta in tranquillità.

Anche questo luogo lascia senza parole, è maestoso ed imponente, difficile da mettere in camera, fotografarlo, mi accontenterò di quello che ne esce. Come detto, non ho voluto fare le corse per lo scatto migliore o la luce migliore, ho preferita lasciare tutto al caso, questo ha contribuito a rendere il viaggio sereno e rilassato, alla fine sono stata pienamente soddisfatta di questa scelta.

Upper Canyon Antelope

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Antelope Canyon

Ci dirigiamo verso l’Antelope, ci mettiamo buoni, buoni ad attendere il nostro turno, qui comincia a cambiare la temperatura si inizia a percepire il caldo del sud, per ora non è fastidioso direi piacevole. All’Upper Canyon scatterò in mezz’ora metà delle foto che ho scattato in quattro giorni di Yellowstone.

La soddisfazione più grande viene da mio marito che rimane totalmente affascinato e non smetterà di farmi i complimenti per la scelta dell’itinerario, dell’Upper lascerà molto colpito anche lui, e si mette subito a studiarlo. Sia il Lower che l’Upper sono in riserve Navaio e si visitano solo ed esclusivamente con le guide Navaio. Qui devo dire che secondo me, qualsiasi tour scegliate le guide sono tutte ottime, questa è la percezione che ho avuto.

Due parole su Antelope Canyon:

  • Upper; tutto in piano con fondo sabbioso accessibile quasi a tutti, non a portatori di handicap con supporti.
  • Lower; acessibile solo tramite scalette ripide, accessibile a pochi, non adatto a portatori di handicap con supporti.

Nel pomeriggio ci dirigeremo verso Williams, dove trascorreremo tre notti.

Williams

Da Yellowstone a Las VegasQui a Williams si vive maggiormente l’America di “Easy Rider” ovunque una celebrazione alla mitica Mother Road la Historic Route 66, qui vivremo il più tipico sabato sera real America in un locale caratteristico con musica dal vivo country style, mangiando piatti caratteristici e bevendo birra in una simpaticissima soluzione dove si possono assaggiare otto tipi di birra alla volta, in bicchierini piccoli serviti tutti assieme in un simpatico vassoio di legno. Ovviamente, io mi commuoverò di nuovo specialmente sulle note di I wish you were here dei Pink Floyd a chi non succederebbe….

Ho trovato Williams il più vivo dei paesi visitati, molta vita serale che passeggia e molti locali che offrono musica live e negozi di souvenir aperti fino a tardi. Il mattino dopo direzione Grand Canyon, faremo sosta a Williams e da li visiteremo i dintorni.

Il Grand Canyon ci accoglie nella sua immensa vastità, è un colpo al cuore, la giornata non è limpida ma non importa la visibilità è ottima comunque, useremo le navette del parco per spostarci nei vari punti di osservazione, arriveremo con calma fino all’Angel Point e da li raggiungeremo a piedi il Mother Point, lo consiglio vivamente, hanno ricostruito in orizzontale l’evoluzione geologica del Grand Canyon, inserendo placche metalliche lungo la passeggiata a piedi, ogni metro un milione di anni, più o meno, sul ciglio adagiate su capitelli le rocce che si sono formate nell’evoluzione, naturalmente tra scoiattoli ed uccellini che ci fanno compagnia ovunque.

La bellezza di questo luogo fa capire la forza della terra e di quanto noi siamo nulla sopra essa, per quanto belle le foto non faranno giustizia a questa vastità. Passeremo tutto il giorno passeggiando sul bordo del Crand Canyon, solo nel tardo pomeriggio ritorneremo direzione Williams.

Il mattino dopo scegliamo di fare una visita a Seligman, decisamente caratteristica ma non è il nostro genere, certamente adatta agli appassionati del genere Route 66, purtroppo cogliamo solamente l’aspetto commerciale, solo store di oggetti ricordo, ho trovato Williams molto più caratteristica e tipica nel genere Easy Rider.

A metà giornata ritorneremo al Grand Canyon, questa volta la meta e il Desert Point, e sarà questo pomeriggio a regalarci il cielo più limpido all’inizio, trasformandosi in pioggia poi, regalandoci un magnifico arcobaleno e giochi di luce bellissimi. Anche qui triste addio ad un luogo così bello.

Sedona

Da Yellowstone a Las VegasSiamo due giorni avanti con il programma, abbiamo fatto tutto troppo di corsa, e siamo a credito di due giorni, non vogliamo dirigerci subito a Las Vegas e non ce la sentiamo di fare lunghissimi tratti, così studiamo i dintorni e scegliamo Sedona, direzione Phoenix.

Perchè Sedona? Perchè si conosce poco, perché è una sorpresa… e abbiamo fatto benissimo. Conosceremo una realtà Americana un po diversa da ciò che abbiamo visto fin’ora, in primis mi colpiranno le piste ciclabili e la quantità di persone che girano in città in bicicletta.

L’architettura della città richiama lo stile messicano per rendere l’idea, con patii e giardini interni e costruzioni basse, ma si sta sviluppando questa architettura moderna e molto new age, con un panorama del genere le grandi finestre a precipizio, ma proprio a precipizio sul nulla stanno diventando usuali.

Sedona si sviluppa a causa dei vortici di energia. Ci sono itinerari intorno ai vortici, i Vortici “ Vortex”, sono zone di rocce che si avvolgono su se stesse, Sedona è considerata la capitale della spiritualità’ ma anche centro di grande potenza spirituale a causa della forza energetica che dovrebbe sprigionarsi dalle rocce.

Se si sta al centro di un vortice di energia a quanto pare si hanno esperienze incredibili in un percorso spirituale e si dovrebbe riuscire a riunirsi con una propria antica intimità. Noi non siamo riusciti a provare questo, ci vuole un viaggio apposta, la città e abbastanza estesa e si sviluppa in zona storica e zona moderna, entrambe sono molto belle costruzioni tutte di monocolore della stessa tonalità delle montagne circostanti, c’è moltissimo verde ed è tutto ben curato.

Per arrivare a Sedona percorreremo l’ennesima Schenic Drive la Rt 89a, altra meraviglia che solo percorrere è già un appagamento. Un appunto, Sedona è una città costosa di economico c’è ben poco. Anche qui i trail sarebbero parecchi e tutti da fare, ma non abbiamo tempo, ci vorrebbe un viaggio solo per questo.

Prenderemo una escursione con la guida, faremo un tour in Jeep alla scoperta dei Vortex principali, attraverso una sterrata da panico a precipizio senza nessuna protezione, sarà l’esperienza più da brivido di tutto il viaggio, pilota bravissimo… ma che paura… comunque non date ascolto a me che sono paurosa Fatelo!

Sedona ci piacerà moltissimo e tutte le zone attorno che visiteremo in auto per conto nostro, c’è veramente tanto da fare e da vedere e non solo per i Vortex, ma tutto il panorama in se è bellissimo.

Las Vegas

Da Yellowstone a Las VegasIl mattino dopo una piacevolissima colazione non prevista ci dirigeremo verso Las Vegas, che vi devo dire della città in se non mi è piaciuta molto, ribadisco, è gusto personale. Alloggeremo allo Stratosphere, l’hotel con l’altissima torre panoramica. È uno shock!

Dopo tanta stupenda natura vedere tutte quelle macchinette mangiasoldi, auto ovunque e gente dall’aspetto pittoresco, mi farà male sia all’anima che agli occhi, non mi sentirò a mio agio in questa città ma mi sforzo di apprezzare comunque la sua natura.

Dopo aver preso confidenza con la superficie esagerata dell’hotel, ci dirigeremo passeggiando verso una laterale, parte sinistra miseria nera e degrado, parte destra specie di chiese ogni pochi metri e cadillac in attesa, matrimoni in svolgimento ovunque, chiaro che per me è una situazione molto atipica e fa caldo.

Al rientro faremo tesoro dei vari voucher allegati alla nostra keyroom, e sono diversi, usiamo quello per l’aperitivo al centosettesimo piano della Stratospher Tower, fantastico! Sopra la torre si ammira tutta Las Vegas fino all’estrema periferia, pazienteremo un po per trovare un tavolo disponibile, il panorama è irreale.

Decidiamo di fare anche la cena al ristorante al piano di sotto, sempre completamente panoramico ma in più questo è pure girevole, ossia i tavoli del ristorante sono sopra un tappeto girevole, in quaranta minuti compie un giro intero. Si deve prenotare ed attendere con pazienza il proprio turno, dato che ci siamo chiediamo almeno un tavolo vicino alle finestre in prima fila… dato che eravamo li…

Il panorama è mozzafiato, mi sembra di stare in aereo da quanto siamo alti, il personale è gentilissimo, il nostro waiter ci spiega ogni cosa ci indica Fremont Street dove nacque la città, continuano a svolazzare elicotteri ovunque e l’aeroporto McCarran è pochissimo lontano da noi, esso sorge in centro città, impressionante! La cena è ottima e noi contenti di aver festeggiato in questo modo così strano la conclusione di questo Otr.

L’ultimo giorno a Las Vegas passiamo la mattina a curare l’auto che a breve restituiremo, eh si, mi mancherà, fedele compagna di questa splendida avventura. Il pomeriggio lo trascorriamo con una lunga passeggiata in centro verso i principali hotel di lusso di Las Vegas e la strip, non mi piacerà nulla, per quanto riguarda il Venice… ogni considerazione sarebbe poco decorosa, mi limito dire che non mi è piaciuto. Purtroppo sono stata troppo legata a quel magnifico panorama lasciato da poco.

La sera ceneremo in hotel in modo molto semplice, la sveglia questa ultima volta sarà alle quattro. Consegna auto molto veloce ed imbarco per il ritorno, tutto molto semplice e tranquillo, atterremo a Venezia in perfetto orario.

Cosa mi rimane di questo viaggio? La gentilezza del popolo Americano, i suoi magnifici panorami, l’efficienza americana. Non c’è un luogo che mi sia piaciuto di più, ma tutto mi è piaciuto di più.

A chi consiglio questo viaggio? A tutti ed a qualsiasi età, a chi ha sete di conoscenza, a chi non ne ha mai abbastanza di panorami, un territorio immenso come gli Stati Uniti non può essere visitato in due settimane, probabilmente nemmeno in una vita intera, mi accontento di averlo assaggiato, ma rimane la voglia di riprovarci.

Avere la fortuna di poter fare questo viaggio al giorno d’oggi, con gli strumenti che abbiamo a disposizione è un privilegio, nella maggior parte di noi rimane legato ai film dell’infanzia, esplorare questi luoghi era impegnativo ed estremamente arduo, oggi è facile, abbiamo moltissime comodità, ma non cambia il mio modo di osservare, guardare e vedere, cercare di leggere tra le righe cosa ci voglia raccontare questa terra tanto diversa da noi, ma dove ovunque si possono leggere le radici di questo popolo, che sono le nostre.

Ho solo voglia di ritornare.

Diario di viaggio di Daniela Capeleto

Georgia in 15 giorni: diario di viaggio sulle tracce di Flannery O’Connor

Che cosa vuol dire “fare un viaggio negli Stati Uniti”?
Farsi una settimana a New York?
Un giro della California on the road?
I parchi naturali?
Un coast to coast?

Se un viaggio può voler significare tante cose diverse rispetto al solo macinare chilometri, quel che è certo è che negli Stati Uniti si può decidere di dare tantissimi risvolti differenti a quelle distanze (che lì si misurano in miglia!).

Per questo io e Giuseppe, mio marito, abbiamo deciso di fare il nostro viaggio di nozze in… Georgia! Sì, quella USA, non quella sotto la Russia.

La ragione che ci ha portato lì, più che turistica, è stata “di cuore”: siamo infatti entrambi affezionati a Flannery O’Connor, una fra le più importanti scrittrici americane del ‘900, che è nata a Savannah nel 1925 e morta a Milledegville nel 1964.

Non è infrequente, penso, fra marito e moglie avere interessi in comune, ma per quanto riguarda la lettura questa consonanza fra me e Giuseppe è stata straordinaria: lui, infatti, legge quasi solo saggi con titoli assurdi, io leggo solo roba “fiction” che lui lascerebbe dopo due pagine. Invece ciò che ha colpito entrambi, di Flannery O’Connor, è stata la capacità di esplorare il mistero senza essere mai banale, di raccontare il male e il bene in modo mai scontato, di essere violenta e benefica come l’acqua ossigenata su una ferita.

Abbiamo pensato che sarebbe stato interessante vedere i luoghi dove visse e respirare un po’ della storia che le aveva plasmato lo sguardo: forse in modo un po’ feticistico, forse anche perché volevamo fare gli “originali” ;). Beh insomma fatto sta che, aiutati dal team di Viaggi USA, abbiamo strutturato un itinerario interamente in Georgia (a parte qualche miglio in Alabama, lo confessiamo, ma solo di passaggio!).

Questo viaggio ci è rimasto veramente nel cuore, perché non è stato “solo” un viaggio di nozze, ma anche un modo per vedere parti di Stati Uniti in genere un po’ ignorate e nascoste, per “ripassare” e toccare con mano pezzi di storia a cui non si pensa tanto spesso, e ovviamente per conoscere ancora meglio la “nostra” Flannery.

Per questo abbiamo deciso di raccontarvi un po’ quello che abbiamo visto, se mai venisse in mente anche a voi di fare un viaggio un po’ “nerd” (non avevamo ancora visto la fantastica serie Stranger Things, che abbiamo recuperato al ritorno, ma sì, anche questa è stata girata in Georgia).

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Atlanta

Atlanta GeorgiaTrasporto dall’Aeroporto di Atlanta a Downtown Atlanta

Il nostro viaggio è iniziato in questa metropoli del sud: siamo arrivati verso sera e, per raggiungere il nostro hotel, l’Hyatt Regency, ci siamo avvalsi del transfer tipo “pulmino/taxi” che abbiamo trovato subito fuori. La tariffa ci è sembrata un buon compromesso fra l’incognita di un taxi o di dover aspettare un autobus (30 dollari per due persone). Alcune indicazioni sulle tariffe degli shuttle le trovate qui, mentre questa è la pagina più esaustiva con tutte le principali possibilità di trasporto ad Atlanta Downtown.

L’Hyatt Regency si trova in una delle vie principali del centro di Atlanta (Peachtree Street), e vicinissimo sia a una chiesa cattolica se siete praticanti, sia ad un mall con molti negozi, fra cui uno della catena CVS: questa catena ci ha accompagnato in tutto il nostro viaggio, ricordatevela: in un negozio CVS potete trovare un po’ di tutto, ha un po ’la funzione dei “Carrefour” in centro a Firenze, ovvero di farti trovare generi di prima necessità subito e tutti raggruppati insieme (con le dovute proporzioni: da CVS si trovano anche i farmaci!).

Ovviamente i prezzi non sono bassi, ma come si può immaginare, in centro città non si trovano supermercati, quindi se volete munirvi di acqua frizzante, se avete finito lo shampoo, se avete perso una lente a contatto nell’occhio (#truestory) e vi serve un collirio, se vi va una merenda che non costi molto e sia veloce, se volete portarvela dietro, se volete del vino da portare in hotel: insomma se c’è un imprevisto, se vedete CVS in giro siete salvi.

Cosa abbiamo visitato ad Atlanta

Atlanta Downtown

Atlanta GeorgiaAtlanta è una città strana; ha una storia particolare: distrutta dopo la guerra civile, è risorta dalle sue ceneri come una fenice, ed è stata la città simbolo della lotta dei neri per l’emancipazione. D’altro canto, però, offre anche molte attrazioni di storia più “recente” o di intrattenimento puro.

Partendo da Peachtree Street, molte di queste ultime si raggiungono a piedi senza troppo disagio: vicino al parco costruito in occasione dei giochi olimpici del 1996 (Centennial Olympic Park), si trovano:

  • Gli Studios della CNN
  • Il National Center for Civil and Human Rights
  • Il World of Coca Cola
  • Il Georgia Aquarium

Queste attrazioni non sono per niente economiche: se si desidera visitarle tutte, è possibile acquistare un pass che comprende anche altre visite (ad esempio alla casa di Margaret Mitchell – l’autrice del romanzo Via col vento –, al Botanical Garden, ecc), ma noi abbiamo deciso di non avvalercene, perché abbiamo visitato solo CNN, Coca Cola e acquario.

Possiamo dirvi la verità? La visita guidata “standard” agli studios della CNN secondo noi non vale i soldi che costa: i particolari che mostrano sono abbastanza, appunto “standard” e non particolarmente emozionanti. Degno di nota, però, lo shop, con gadget di vario interesse (ad esempio, calamite di Via col Vento! Ne abbiamo prese due da mettere sul frigo).

Passiamo al World of Coca Cola: se studiate marketing all’università o comunque vi piace sapere la storia dei brand o della loro comunicazione, probabilmente apprezzerete questa attrazione, nonostante il carattere nettamente sensazionalistico e un po’ infantile dell’esposizione.

Tuttavia, degno di nota anche qui lo shop! È una stanza delle meraviglie per tutti gli amanti delle bibite gassate: alla fine della visita, infatti, è presente una sala piena zeppa di distributori di bevande a marchio Coca cola provenienti da tutti i continenti, da assaggiare GRATIS. Addio! Attenti però al pavimento appiccicoso e a non farvi venire un attacco di diabete lancinante.

Per quanto riguarda l’Acquario: aria condizionata a palla, luci blu, odore di pesce, bambini ovunque. Sappiate che appena entrate questo è quello che vi accoglie. Tuttavia se vi piace la fauna marina troverete pane per i vostri denti. Da notare la presenza dei pesci pagliaccio (“Nemo!”), dei pinguini, delle lontre, e… delle belughe!

Anzi, guardate, il gadget più bello dello shop erano proprio le belughe peluche. Noi ne avevamo comprata una, ma è una breve storia triste: ce l’hanno rubata il giorno stesso. Certo, questo dà l’idea di quanto fosse bella.

Sweet Auburn, Jimmy Carter Center

Atlanta Cosa VedereAbbiamo apprezzato molto di più la parte “storica” della città: in particolare, Auburn street: questa via viene chiamata “Sweet Auburn” perché era la strada simbolo dell’emancipazione dei neri: in essa si trovava infatti la maggior concentrazione di coloro che riuscivano ad avere un lavoro di medio alto livello e riuscivano ad avere un’istruzione.

In Auburn Street si trova anche la casa dove è nato Martin Luther King e la chiesa dove spesso predicava, oltre a un grande monumento memoriale, posto sulla sua tomba, decorato con frasi sulla non violenza e un interessante museo su di lui, contente anche alcuni suoi effetti personali, veloce da visitare.

Da Peachtree si arriva in 20 minuti/mezz’oretta a piedi. è bello percorrere questa strada anche semplicemente per notare alcuni negozi rimasti con la struttura di inizio secolo.

Noi ci siamo rifocillati in una specie di fast food del pesce di nome “Supreme fish delight”, sempre su Auburn Street: non è stato certo un pranzo gourmet ma abbiamo speso il giusto mangiando un pasto abbastanza equilibrato (pesce, riso, verdura).

Ci siamo poi diretti, sempre a piedi, al Jimmy Carter Presidential Library and Museum, un centro di studi e museo fondato dal presidente Jimmy Carter. (La scarpinata è stata lunga ma interessante: in particolare per il frutta bar “Lotta frutta”!).

Il museo ovviamente parla della vita del presidente Jimmy Carter, ed è interessante perché sembra mostrare un vero e proprio “sogno americano”: il figlio di un commerciante di noccioline che diventa ufficiale di marina a 22 anni e capitano di un sottomarino, ma poi decide di continuare la tradizione del padre (agricoltore e politico locale), e ha una carriera veloce e folgorante fino a diventare, appunto, presidente degli USA, con il sostegno di una moglie ambiziosa e bellissima (si ma non pensate a Claire Underwood di House of Cards, anche se i Carter sono stati tra le ispirazioni dell’indimenticabile coppia della serie).

Ah, siete fan di Stranger Things? Allora dovete ringraziare anche per questo Jimmy Carter: è stato lui ad aver portato l’industria cinematografica in Georgia (dove, appunto, la serie è stata girata). E difatti nel suo museo c’è anche un’ala piena di cimeli legati a diversi film e produzioni cinematografiche – ad esempio ricordo un sacco di zombie di The Walking Dead. Il museo è circondato da un giardino zen molto ben curato in cui è piacevole passeggiare se non fa troppo caldo.

Bus e metro ad Atlanta: MARTA

A questo punto, se non volete intraprendere un’ora di cammino per tornare a Downtown, o se volete raggiungere un’altra parte della città, vi conviene munirvi di Google Maps e cercare la fermata più vicina di… MARTA: sì, il servizio di trasporto di Atlanta si chiama così. Se prendete la metro ovviamente il biglietto si compra, come in tutte le metro, nei distributori automatici, anche con carta di credito.

Se invece prendete il bus, munitevi di quarti di dollaro: la corsa si paga alla salita, con le monetine.  Se siete un po’ più avventurosi, un altro mezzo di trasporto molto usato ad Atlanta sono i monopattini: ce ne sono principalmente di due marche e sono sparsi per la città, basta scaricare l’app relativa collegando la carta di credito per poterli utilizzare.

Piedmont Park

Se avete un pomeriggio in cui volete semplicemente cazzeggiare e leggere un libro, o camminare, Piedmont Park è perfetto: è enorme, è ben curato, e se a un certo punto uno si rompe le scatole di cazzeggiare dentro ci trova anche il Botanical Garden pieno di impressionanti sculture di fiori (costicchia, però: qui trovate i prezzi).

Inizio on the road per la Georgia!

Per continuare il nostro giro in Georgia abbiamo scelto di noleggiare un’auto; a titolo informativo: in Georgia l’autostrada non si paga! L’unica spesa, oltre quella del noleggio, sarà il carburante, che negli Stati Uniti è molto più economico che da noi.

Noi abbiamo scelto Hertz, e ci hanno dato una Chevrolet Malibu rossa: consumava molto e ogni tanto ci ha allarmato con spie di vario genere (tipo “Change engine oil” già al secondo giorno di guida, o l’avviso delle gomme posteriori sgonfie: però abbiamo sempre trovato persone che ci hanno aiutato a risolvere/tranquillizzarci).

Tenete presente che negli Stati Uniti noleggiano macchine come se non ci fosse un domani, quindi male che vada troverete centri assistenza Hertz ovunque, dove chiedere consiglio. In ogni caso, abbiamo amato alla follia la nostra Malibu, comodissima e spaziosa. (Ovviamente con cambio automatico, munita di porta-bicchieroni di caffè, schermino per manovre incorporato).

Ah, una cosa importante: negli Stati Uniti, o almeno, in Georgia, non esiste la tipica divisione benzina/diesel a cui siamo abituati. Al distributore la benzina viene suddivisa secondo il contenuto di ottani. Al momento del noleggio verrà comunicato quale tipo di carburante dovete inserire (per maggiori info leggete questa guida su come fare benzina in USA).

Stone Mountain Park

Stone Mountain ParkA circa mezz’ora/40 minuti di auto da Atlanta c’è il parco di Stone Mountain: in pratica è un enorme parco naturale dove si paga per entrare con la macchina e parcheggiare, poi all’interno si può semplicemente camminare, svagarsi, fare picnic o prendere parte alle varie altre attrazioni a pagamento (si possono pagare all’interno o possono essere comprese nelle varie opzioni di pagamento del biglietto d’ingresso).

Noi ci siamo stati durante il 4 luglio e abbiamo capito che il parco, per le famiglie del circondario, aveva un po’ la funzione della pineta o della montagna per noi italiani il 15 di agosto, quando il babbo prende su il barbecue e il cocomero, la mamma la borsa termica e ci si mette a grigliare all’aperto con la famiglia.

Al centro del parco c’è un grosso masso di granito su cui si sale con una funivia (a pagamento, se non avete comprato la corrispondente combinazione). Su una parete sono scolpiti quattro famosi soldati confederati. (Ricordiamoci: la Georgia fu uno stato confederato! Ma anche nel caso non ve lo ricordiate, ve lo rimembrano anche i cartelli che ricordano di mettere la cintura di sicurezza.)

Cosa vedere ad AtlantaAh, un’altra chicca per i fan di Stranger Things: la scena della prima stagione dove Mike, Dustin e Lucas camminano sui binari con Eleven travestita con la parrucca bionda è stata girata proprio all’interno di questa riserva naturale.

Un’altra cosa che ci ha impressionato di questo 4 luglio americano è stato, il giorno prima, imbattersi in un supermercato carico carico di… fuochi d’artificio. si esatto: in occasione del 4 luglio nascono come funghi punti vendita solo e unicamente di fuochi d’artificio. Si va da confezioni di “stelline” da 1 dollaro fino a veri e propri arsenali da 699 dollari.

Un’ultima piccola nota di colore: se arrivate, come noi, a Stone Mountain la sera prima e avete in programma di andare al parco solo il giorno dopo, e non sapete come passare la serata, noi siamo andati… a pattinare: o meglio, a guardare pattinare, all’All American Skating Center.

A Stone Mountain abbiamo dormito al Days Inn by Wyndham: non è modernissimo come motel ma è comodo perché è proprio sulla strada Stone Mountain Freeway e la colazione è abbondante (noi ci siamo anche preparati i panini da portare al parco). Anzi, al buffet di questo hotel abbiamo pure fatto conoscenza con la mitica piastra da waffle, la cui esistenza ci ha colpito al cuore.

Macon

Georgia top 10
Johnston–Felton–Hay House

Questa cittadina in realtà l’abbiamo prevalentemente sfruttata come luogo di passaggio, tuttavia abbiamo avuto modo di visitare due cose piuttosto simpatiche:

  • Cannonball House: vicino a Macon si sono svolte importanti battaglie della guerra civile americana. Una palla di cannone ha sfiorato questa casa, che è rimasta miracolosamente in piedi. La visita guidata dura una mezz’oretta ed è interessante perché permette di sapere frammenti di storia di una vera famiglia americana che ha vissuto proprio lì fra quelle mura.
  • Johnston-Felton-Hay House: questa è una vera e propria “magione del sud”. Costruita da proprietari ricchissimi, a metà 800, oltre a presentare il tipico “porch”, al suo interno nasconde vere e proprie chicche di arredamento e decorazione, insieme ad un ascensore d’epoca funzionante. La visita ovviamente si paga, ma è molto simpatica e divertente, soprattutto se avete la guida giusta.

Milledgeville

Andalusia Flannery O'ConnorLa strada da Macon a Milledgeville è stato il primo assaggio, per noi, di una modalità di viaggio in macchina molto comune in Georgia, ovvero su lunghe strade dritte, aventi solo una corsia per senso di marcia, fra alberi altissimi con, ogni tanto, una casa in mezzo ad essi, o una chiesa: soprattutto battiste e metodiste. (Non per niente la Georgia fa parte della “Bible Belt”).

Segnaliamo inoltre che a Milledgeville abbiamo mangiato da Captain D, una catena di fast food che serve.. pesce. (Non pensiate che siamo fissati col pesce, l’abbiamo scelta principalmente per la possibilità di ordinare verdura non fritta nel menu, in quantità accettabili).

Il vero scopo per cui eravamo lì, però, ovviamente, non era il fast food ma… la casa dove Flannery O’Connor trascorse gli ultimi mesi della sua vita (Andalusia-The Home of Flannery O’Connor). Si tratta di una fattoria costruita secondo la struttura americana di questa zona, in legno, con basamento e portico; è stata tramutata in un museo, che mostra gli ambienti quotidiani, ovviamente con mobili d’epoca, dove la scrittrice viveva.

Memorabile il frigorifero anni Cinquanta, comprato dalla O’Connor coi ricavi del primo libro e vero emblema della classe media americana di quel tempo. Nella città di Milledgeville si trova anche la tomba, dove è sepolta insieme ai genitori. Da notare che prima della guerra civile MIlledgeville era la capitale della Georgia: dopo però divenne tristemente famosa per essere sede di un importante ospedale psichiatrico.

Da segnalare, a Milledgeville, anche la catena di ristoranti LongHorn SteakHouse: abbiamo trovato carne molto buona!

Savannah

cosa vedere a SavannahSavannah è stata la punta di diamante del nostro viaggio, ci è rimasta nel cuore. Il centro della città è molto “europeo”: con case basse e architettonicamente curate, pieno di negozietti interessanti e posti dove prendersi un buon caffè, oltre che di chiese di ogni genere; vi si trova anche il teatro più antico degli Stati Uniti, e si può anche girarvi in macchina, perché il parcheggio si trova facilmente (anche se si paga).

Poiché è stata una delle prime città pianificate, ha una struttura di strade perpendicolari, intervallate però da molte piazze ben curate, fra cui quella famosa in cui fu girata la scena della panchina di Forrest Gump (ma, sappiatelo: purtroppo la panchina non c’è! Fu aggiunta apposta).

I viali sono inoltre alberati, e dagli alberi pendono delle piante rampicanti tipiche della zona (“Spanish moss”) che danno un aspetto magico quando vi spira il vento fra le fronde. Ma ancora più pittoresco è il lungofiume, dove si possono vedere transitare le navi mangiando in uno dei tanti ristorantini o passeggiando e ammirando i tanti angoli che ricordano tanto racconti gialli e avventurosi.

Savannah è famosa anche per essere una “città dei fantasmi”: esiste un tour bus – ma noi l’abbiamo visto solo da fuori – che porta a vedere i luoghi “infestati”, con una guida che racconta le storie tramandate su ognuno di essi.

In centro noi abbiamo visitato la chiesa anglicana (principalmente perché siamo entrati a ficcanasare e ci hanno trascinato in una visita guidata), ma soprattutto la casa d’infanzia di Flannery O’Connor (Flannery O’Connor Childhood Home) sì, ancora lei: penso che ogni tanto ci prendessero per pazzi quando spiegavamo il motivo della nostra visita in Georgia (anche se in realtà erano anche molto contenti e orgogliosi per la loro scrittrice e ci prendevano in simpatia).

La visita è stata deliziosa, grazie a una guida bravissima e simpatica, che ci ha fatto conoscere aneddoti di ogni tipo sulla casa e i suoi abitanti, dimostrando passione per il suo lavoro anche per il fatto che in ogni stanza c’erano candele profumate e fiori freschi, molto amati dalla mamma di Flannery. Da segnalare il fatto che il merchandise oltretutto era molto migliore della tenuta di Andalusia a Milledgeville.

Nelle vicinanze di Savannah c’è anche il Wormsloe Historic Site, di cui è famoso il viale di querce, ottimo per romantiche foto e ipnotico mentre lo si percorre in auto e a piedi. Oltre che per vedere questo viale stupendo, il sito (ovviamente a pagamento) è interessante perché è stato uno dei primi insediamenti coloniali della zona.

Si consiglia una visita guidata per apprezzarne tutte le particolarità, tra cui una riproduzione realistica delle prime case dei coloni, la tomba di Noble Jones (uno dei primi coloni in Georgia), le rovine della più antica struttura ancora in piedi della Georgia e… i mitici granchietti visibili all’interno della tenuta, in una zona paludosa: essi sono muniti di una chela molto più sviluppata dell’altra, e mentre si muovono sembrano danzare.

Addentrarsi nella folta vegetazione mi ha impressionato, perché mi ha fatto ripensare alle avversità che questi coloni hanno dovuto superare per il loro sogno di libertà. In effetti, questo sito in particolare era così difficile che chi arrivava in genere se ne andava anche subito. Solo pochi furono tenaci.

Nello shop si trova anche un piccolo museo sulla vita coloniale della zona; da notare il particolare splatter di una teca in cui sono conservati strumenti chirurgici di fine 700.

Saint Simon Island

Saint Simon IslandVogliamo dire la verità? Diciamola. A Saint Simon Island praticamente abbiamo comprato souvenir, mangiato pesce e passeggiato sul mare. Non abbiamo visitato il bellissimo faro (Saint Simon Island Lighthouse Museum) ma l’abbiamo visto solo da fuori, non abbiamo fatto vita balneare (l’oceano, a tuffarcisi, fa francamente paura), non abbiamo fatto seratine alcoliche, anche se il posto aveva tutta l’aria di offrirne di ottime, perché siamo arrivati tardi e partiti presto. Non abbiamo approfondito, ecco. Quindi se ci andate voi ci direte com’era il posto sotto questi punti di vista.

Però possiamo consigliarvi di fare la camminata che costeggia il mare e parte proprio dal faro, andando verso il centro del villaggio e verso il molo. Qui troverete tante belle panchine romantiche donate da gente che ha amato l’isola: non vi resterà che scegliere la vostra preferita e schiacciare un pisolino o guardare l’orizzonte.

Inutile dire inoltre che comunque anche questo sito è pieno di storia: a Saint Simons era infatti posto Fort Frederica, fondato da Oglethorpe, il padre fondatore della Georgia, come pied à terre fra le colonie spagnole e francesi. Vicino al faro, infatti, un piccolo cannone ricorda che quello era territorio conteso, quando a inizio Settecento i giochi erano ancora aperti e l’America se la contendevano in molti.

Okefenokee Swamp

Okefenokee SwampSe di folta vegetazione non ne avete vista abbastanza al Wormsloe Historic Site, nella riserva di Okefenokee ne avrete anche troppa, se non venite divorati prima dalle zanzare. (Anche se forse noi siamo capitati in un periodo piuttosto sfortunato perché era molto che non pioveva e quindi la stagnazione era ai massimi livelli).

Il sito praticamente consiste in una palude visitabile: all’interno ci sono varie attrazioni ma noi ovviamente siamo arrivati tardi quando mancava poco alla chiusura e soprattutto, come dicevo, c’era poca acqua, quindi, anche volendo, la gita in barca non era effettuabile.

Siamo riusciti comunque, pagando il biglietto base, ad assistere a una piccola dimostrazione in cui una ranger ci ha fatto toccare con mano (nel vero senso della parola) un piccolo alligatore, due serpenti e tre specie di tartarughe. Abbiamo poi girato il sito con un trenino, ma purtroppo non abbiamo capito molto di quanto diceva la guida perché gli altoparlanti gracchiavano parecchio ed eravamo intenti a scacciare le bestie volanti.

Tuttavia se siete più amanti della natura selvaggia e dell’avventura di quanto lo siamo noi, sicuramente troverete qualcosa per voi qui. Pare che se si è fortunati, sia possibile incontrare veri alligatori e altre bestiole libere in giro. Anche in questo parco si trova una riproduzione realistica delle prime dimore dei coloni, con il tipico portico e il “basement” utile per non lasciare a contatto il pavimento con il terreno.

Da segnalare lo shop: vi troverete pittoreschi grattaschiena fatti con zampine di alligatore, testine di alligatore, dentini di alligatore, magliette con gli alligatori, spray per le zanzare: molto utili questi ultimi, consiglio l’acquisto e di spruzzarlo prima della visita.

Pebble Hill Plantation

Georgia top 10Dopo aver dormito a Thomasville (Cairo), e aver fatto una buona colazione Best Western, e aver guardato con interesse moltissime pubblicità di antidepressivi e di “carcrash attorneys” nonché meteo che preannunciavano uragani, di buon mattino ci siamo avviati alla Pebble Hill Plantation, non senza prima aver comprato strane confetture da un rivenditore ambulante sulla strada (ci credete che la Georgia è il Peach State, e noi non riuscivamo a trovare rivenditori di marmellata di pesche? ).

La tenuta di Pebble Hill consiste in una grande villa molto amata da chi vi ha abitato e, a quanto sembra, anche da chi attualmente la spiega e la gestisce: la nostra guida sembrava uno spirito del luogo murato vivo dentro alla magione e vivente soltanto in funzione di esaltarne i pregi e il comfort, tipo un maggiordomo di Batman sepolto vivo e imbalsamato dentro casa Wayne (“comfortable” era il mantra con cui spiegava ogni stanza).

Trovare la biglietteria non è stato semplice, date le molte costruzioni e i tanti curati vialetti: per trovarla abbiamo bussato con sussiego a una porta verde munita di batacchio, e da lì siamo stati gentilmente accompagnati a pagare.

Ma tornando alla villa: (si, lo so cosa vi state chiedendo: avete praticamente visitato solo case retrò di vario genere e dimensione? Sì.) essa è affascinante perché gironzolare al suo interno è un po’come curiosare all’interno della stanza dei giochi di qualcuno. Trasuda la voglia di divertirsi e la personalità di chi vi ha abitato, desideroso di accogliere amici e conoscenti in uno spazio… comfortable, appunto, ma innanzitutto “proprio”.

In particolare, la visita guidata permette di scoprire piano piano le sfaccettature di Miss Pansy, ricca signora con la passione per i cavalli e la caccia. Si possono ammirare cani e cavalli dipinti ovunque, una splendida cucina d’epoca con tantissimi servizi di piatti decorati in ogni modo (anche con fagiani e leoni), frigoriferi d’epoca, bagni d’epoca, letti d’epoca, docce d’epoca, sale da pranzo e salotti d’epoca, sale particolari e affrescate, armadi pieni di trofei… insomma, è un po’ come quando si va a sbirciare nei cassetti della nonna, ma in grande.

Da notare al primo piano una mostra di quadri, tra cui… gli “Sparkling turkeys”! Noi pensavamo di aver capito male: cosa c’entravano i tacchini brillanti in una mostra di quadri a tema di caccia? Ebbene era veramente così: uno di questi quadri, raffigurava dei tacchini, appunto, ma dipinti come se fossero coperti di brillantini. Si pensa che il pittore abbia ottenuto questo effetto spargendo polvere di vetro sulla pittura.

Alla fine della visita, siamo stati gentilmente espulsi dal nostro genius loci, che buttandoci fuori si è chiuso la porta alle spalle e la casa è di nuovo tornata a sembrare chiusa come quando siamo arrivati.

Camilla

Dopo la Plantation, in realtà la nostra meta era il Providence Canyon, ma fatto sta che mio marito voleva un caffè e lo voleva immantinente! E allora ci siamo fermati, totalmente a caso, in questa cittadina, in una bakery tipo ingrosso in cui oltretutto il caffè non lo facevano, o almeno non come core business, ma ce l’hanno fatto per cortesia.

Quando la ragazzina che faceva la commessa ha saputo che eravamo italiani e in luna di miele, ha detto che la settimana dopo sarebbe stata a Firenze, e ci ha regalato dei biscottini da mangiare col caffè (“lady fingers”) e ci ha fatto assaggiare il pecan butter fatto da loro (il burro di noci pecan). Poverina, le abbiamo fatto perdere un sacco di tempo in chiacchiere.

Providence Canyon

providence canyon

Se non siete dei patiti del trekking e fate anche a meno di esplorare TUTTE le diramazioni del canyon a piedi, e dunque non avete bisogno del centro visite e informazioni, andateci al tramonto, o comunque nelle ultime ore del giorno: è un posto molto bello e c’è una grande pace e un grande silenzio (anche se, comunque, se riuscite a prendere una mappa prima che chiuda non fa male).

Si paga il parcheggio (poco) e poi il canyon si può ammirare sia dal parco sovrastante, dove ci sono le staccionate a cui affacciarsi, sia scendendovi dentro, seguendo i sentieri ben segnati. Noi abbiamo visto da dentro solo il primo canyon e in un’ora si fa. Considerate ovviamente che il cammino consiste in una iniziale lunga discesa che poi dovete risalire, e che la terra è rossa: quindi scegliete bene le scarpe da utilizzare.

La storia del canyon è un po’ triste: esso non si è originato in modo naturale ma a seguito di cattive tecniche di coltivazione che hanno impoverito il terreno. Tuttavia è un luogo pieno di fascino e colori sgargianti, e addirittura ospita una specie di azalea che fiorisce solo in questa regione. Noi abbiamo anche avvistato un “cardinal” e vari scoiattoli.

Providence Cemetery; piccola parentesi creepy

Questo cimitero si trova sulla strada poco prima di arrivare al canyon, e ricorda il tempo in cui qui c’era un centro abitato. Nessuno più seppellisce i propri morti in questo piccolo appezzamento, tuttavia visitarlo è interessante: qualcuno ha avuto cura di segnalare le tombe di alcuni soldati confederati; una piccola testimonianza che asserisce che quegli uomini sono esistiti davvero, non sono solo parole sui libri di storia.

Comunque, se anche a voi piace l’atmosfera un po’ da “Spoon River”, girare per le lunghe strade di campagna della Georgia vi darà molte soddisfazioni: i piccoli e grandi cimiteri sono frequentissimi, con di fianco spesso la loro brava chiesetta metodista o battista (Jesus loves you!).

Sosta a Columbus

Columbus GeorgiaColumbus si trova sulle rive del fiume Chattanochee, vicino al confine con l’Alabama, e ha avuto anch’essa un suo ruolo durante la guerra civile. In verità noi più che per la sua storia ci siamo passati per vedere una mostra di Bo Bartlett: se vi piace il genere, passate, è molto bello vedere i suoi quadri dal vivo. Abbiamo cenato in un ristorante italiano che si chiamava “Mabella”, dove fanno una cheesecake OTTIMA (ce l’aveva segnalato la commessa della bakery di Camilla).

Il cameriere poi è stato gentile e ci ha consigliato un ventaglio di posti dove fare colazione, dato che non ce l’avevamo compresa nel pernotto, e noi abbiamo scelto Ruth Ann’s Resaturant, un posto molto “southern”, dove abbiamo ordinato un enorme pancake a testa e una cobble di pesche di dimensioni abnormi che non siamo riusciti a finire. Nel mentre che attendevamo di digerire, osservavamo gli avventori e molti di loro erano soldati con le proprie famiglie o fidanzate, probabilmente in visita.

Warm Springs Historic District – Little White House

Little White HouseIn questo sito storico si trova la “Piccola Casa Bianca” dove è morto Franklin Delano Roosevelt, lasciando incompiuto il suo famoso ritratto, e il centro di riabilitazione dove si curava con le sorgenti di acqua calda.

Dopo aver pagato il biglietto, prima di entrare nella Piccola Casa Bianca, si viene condotti in un museo su Roosevelt, in cui è conservata l’auto conformata apposta per essere guidata da lui, nonostante il suo handicap, e una serie di bastoni da passeggio a lui donati. I ranger del posto sono molto disponibili a rispondere alle vostre domande e chiacchierano volentieri.

La piccola casa bianca si trova a pochi metri: è rimasta con l’arredamento d’epoca; la stessa camera dove Roosevelt è morto è rimasta intatta. Insomma, se vi interessa la figura di questo presidente non potete non passare di qui.

Dahlonega – Amicalola Falls

Amicalola FallsDahlonega è una cittadina nel nord della Georgia che fu una delle sedi in cui la corsa all’oro fu più agguerrita. Il suo nome viene dalla lingua dei Cherokee, che avevano il proprio territorio nelle vicinanze. I dintorni della cittadina, data la conformazione montagnosa, sono perfetti per trekking a contatto con la natura.

Noi in particolare siamo andati alle Amicalola Falls: queste cascate distano solo una mezz’oretta di macchina da Dahlonega e sono una vera e propria boccata d’aria fresca, soprattutto se, come me, vi siete abbuffati di beef sticks. Il parco che contiene le cascate è grande e ci sono molti sentieri, noi ci siamo accontentati di salire fino in cima al punto panoramico, dove inizia la cascata appunto.

I gradini da salire per arrivare in cima sono molti ma non è niente di tremendo (non fatevi spaventare dai cartelli esasperanti), e soprattutto sono ben definiti e senza sconnessioni, quindi la salita è comoda e anche la discesa.

Per quanto riguarda la cittadina di Dahlonega, è molto carina e possiede vari locali interessanti per passare una serata piacevole; mi ha colpito in particolare per la sua atmosfera il Crimson Moon, proprio in centro. Questo locale presenta inoltre un ottimo programma di musica live. Se siete dei patiti dei dolciumi, nelle immediate vicinanze si trovano una Fudge Factory e un Ice Cream Parlour.

Segnalo anche, per un ottimo pranzetto monoporzione senza esagerare, il Picnic cafè and dessertery. Se invece una sera avete parecchia fame e volete spendere realtivamente poco, c’è un ristorante messicano nelle vicinanze del centro che serve porzioni mastodontiche e un ottimo margarita.

Aeroporto di Atlanta: back home!

Se il vostro volo di ritorno parte da Atlanta, dopo aver lasciato la macchina riflettete se il vostro scalo, se ne avete uno, sarà negli Stati Uniti o altrove: perché se sarà negli Stati Uniti, dovrete dirigervi verso il “Domestic Terminal”, che è da tutt’altra parte rispetto a quello internazionale. Certo, se si sbaglia non muore nessuno, anche perché i collegamenti sono veloci, ma è comunque una perdita di tempo.

Breve postilla sugli hotel

Durante il nostro viaggio noi abbiamo dormito prevalentemente in hotel appartenenti alle grandi catene: Best Western, Hyatt, Marriott, Days Inn by Windham. Tendenzialmente ci siamo trovati molto bene, e dove c’era la colazione compresa era abbondante e buona.

L’unico hotel che ci sentiamo di sconsigliare in toto è stato quello in cui abbiamo dormito a Columbus (Motel 6 Columbus – Downtown), che abbiamo scelto perché era molto molto economico, ma una volta arrivati l’impressione non era delle migliori e ricorderemo sempre la lotta mortale ingaggiata con la blatta uscita da dietro un mobile.

Breve postilla sulle catene in franchising del cibo

Se avete già viaggiato negli Stati Uniti, probabilmente sapete la grande varietà di marche di franchising di fast food e ristoranti che si può trovare. Se invece è la prima volta, proviamo a raccontarvi brevemente la nostra esperienza:

  • Waffle House: mangi molto, poco sano. Fritto parecchio. Il caffè lo fanno solo caldo.
  • KFC: spendi poco, ma non sempre di qualità.
  • Captain D: molto pesce, molte verdure, riso. Salsine interessanti.
  • Applebees: spendicchi, mangicchi.
  • Longhorn Steakhouse: spendicchi, mangi bene.
  • Starbucks: non ha bisogno di presentazioni, aggiungo solo che se ci stai dentro parecchie ore e vuoi più caffè, se riempi il bicchiere e basta, senza ri-comprare altra plastica, il refill costa solo 50 centesimi. Per spendere poco e mettere in pancia anche qualcosa di solido, ottimi i bagels con il Philadelphia.

Dove comprare l’acqua… e le ciliegie

Parlando di Atlanta, ho tessuto le lodi di CVS: si, però solo ad Atlanta. Quando esci dalla città, per comprare generi alimentari e non farmaceutici ti conviene andare al supermercato oppure dai piccoli rivenditori, che costano un po’ di più ma comunque meno di CVS. Una scoperta mi ha molto soddisfatto: da Walmart a inizio luglio le ciliegie sono buone e costano relativamente poco.

Chiese cattoliche? No problem

Se ti serve una chiesa cattolica, basta una piccola ricerca su internet e se ne trovano. Noi, almeno, le abbiamo trovate sia ad Atlanta, che a Milledgeville, che a Savannah, che a Dahlonega.

Diario di Viaggio California e Parchi: 20 giorni nel SouthWest USA

Diario di Viaggio West Coast USA

Pubblichiamo oggi il diario di viaggio di Marco Parazza, che, insieme ai suoi familiari, ha intrapreso un affascinante on the road toccando le principali mete di un viaggio nella West Coast. Vi ricordiamo che potete leggere tutti i diari di viaggio pubblicati sul sito a questa pagina

Dopo un attesa durata qualche lustro, decido di fare vivere alla mia famiglia (e io rivivere) le emozioni provate durante un viaggio negli USA nel lontano 1992. In realtà non un viaggio qualsiasi ma IL VIAGGIO. Siamo una famiglia di 4 persone, oltre a me (51) mia moglie (52), mia figlia 13 anni e mio figlio 16 anni. All’ultimo si aggiunge mio fratello (50) reduce anche lui qualche lustro fa all’incirca allo stesso viaggio e la sua ragazza (38). Dopo una pianificazione durata qualche settimana, utilizzando molte risorse disponibili in rete tra cui gli itinerari di viaggi-usa.it di cui abbiamo anche acquistato un contenuto è venuto il momento di partire. Questo il racconto del nostro viaggio:

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30/7/19 – BOLOGNA – ROMA – TORONTO – LOS ANGELES

È l’ora della partenza, 3.30 AM. Da Bologna in auto direzione Fiumicino ci aspetta un volo Air Canada che attraverso uno scalo a Toronto ci porterà a Los Angeles. Il volo non è prestissimo ma visto le raccomandazioni di essere all’aeroporto 3 ore prima non riusciamo a sfruttare il frecciarossa + treno per Fiumicino, rischieremmo di arrivare in ritardo. È così via in auto, l’adrenalina a mille ci fa arrivare a Roma in un amen.

Il volo intercontinentale su un 777 nuovissimo fila liscio, sedie un po’ strette per gli over 1.80 ma tant’è. La prima classe o la business sono un miraggio purtroppo. L’arrivo in Canada (bisogna fare l’Eta) ci permette di regolarizzare la dogana per gli USA direttamente in loco e risparmiare tempo a Los Angeles. L’immigrazione è abbastanza veloce ma la gente molta e quindi ci porta via quasi un’ora.

Il volo verso L.A su un Airbus 320 è visto come una sorta di volo interno. Arrivo a L.A. alle 23.30 ora locale, uscita diretta dall’aeroporto come volo domestico appunto e quindi immediato. Tra l’altro avendo deciso di viaggiare solo con bagalio a mano e zainetto non dobbiamo neanche ritirare il bagaglio.

L’uscita dall’aeroporto di L.A ci porta alla realtà: siamo in USA finalmente, nonostante l’orario sembra giorno, il traffico è assordante ma affascinante. Giusto il tempo di capire dove si ferma lo shuttle di Alamo per il ritiro dell’auto e siamo già all’ufficio. Il prezzo che abbiamo strappato tramite un comparatore on-line è ottimo, aggiungiamo però il Safe Road per essere più tranquilli. I conducenti aggiuntivi invece non si pagano fino a 3 in totale. Ottimo !!

Alamo ci indirizza al parcheggio dove possiamo scegliere tra tanti VAN da 6/7 posti: prendete quello che vi pare ci dicono. La scelta cade su un Dodge Grand Caravan grigio chiaro che diventerà il nostro compagno di viaggio per i prossimi 20 gg. Pochissimi i chilometri che ci separano dal motel vicino zona aeroporto, molto basico ma del resto ci avremmo dormito solo poche ore.

Tip of the day: Se siete in 6 e volete prendere solo un auto occhio alle valigie. O prendete un 4×4 da 6 posti tipo Suburban con coda lunga o similare (decisamente costoso) oppure nel classico VAN ci entrano 6 valigie da bagaglio a mano e poco altro. Con 6 valigie medie avremmo avuto grossi problemi di spazio e saremmo stati costretti ad un upgrade di auto (In loco decisamente costoso).

31/7/19 LOS ANGELES – SEQUOIA NP – VISALIA

Tunnel Log Sequoia National Park
Tunnel Log

Adrenalina a 1000 e chi dorme ? La mia famiglia sì ma non io che alle 6.30 sono già superoperativo e decido di uscire dal motel. Inglewood, non proprio il massimo mi ricordavo ma in realtà meglio di quanto mi aspettassi. Certo, bisogna superare il primo impatto, gente di tutti i colori e vestiti come gli pare, sei in USA bello, questo è quello che hai sempre sognato e quindi via le paure. Ricordavo un quartiere prevalentemente nero, ma l’impressione è che sia stato sostituito da una forte immigrazione messicana.

Si può partire a stomaco vuoto ? Certo che no e una volta recuperata la truppa, prima colazione Americana da IHOP (una catena di ristoranti) bacon, caffè bollente in quantità industriale, waffle, toast uove ecc. ecc. E quindi primi grossi dubbi sulle mance americane: do un 10%, un 15% boh. Alla fine viene fuori che il minimo (non obbligatorio) applicato da quasi tutti è il 18%, non poco in realtà. Pancia piena? Allora via alla scoperta delle strade e freeway di Los Angeles: 4-5-7 corsie, traffico, strade sconosciute ma già tutto molto affascinante.

La strada si snoda e diventa una freeway normale da 3-4 corsie e poi da 2. Ci porta dritto verso Sequoia. Sulla strada notiamo una moltitudine di coltivazioni sterminate ci sembra di Uva, Arance, Kiwi e forse altro, e poi una serie di pompe per l’estrazione del petrolio, o acqua? Il paesaggio diventa presto arido ma interrotto da tratti appunto coltivati. Sembra impossibile che da lì a poco ci sia una foresta come Sequoia. Il viaggio è abbastanza lungo ma arriviamo all’ingresso del parco nel pomeriggio, acquistiamo la tessera parchi annuale (80 dollari) ed entriamo, nel frattempo abbiamo costeggiato a sinistra un lago molto bello.

Il paesaggio cambia, la strada è tortuosa ma stupenda, le sequoie iniziano a palesarsi e le foto si moltiplicano. Puntiamo diretti al Generale Sherman, l’organismo vivente più grande al mondo. Grande lo è davvero, il percorso guidato da una strada pedonale interna è stupenda. Non manca la visione di un Orso nero che si aggira nei pressi del Generale Sherman e che si presta alle mille foto dei presenti. Il fatto che indossi una scatola bianca come localizzatore ci tranquilizza ma meglio sempre tenere le distanze. Purtroppo il tempo è tiranno e dopo qualche ora dobbiamo ripiegare su Visalia dove arriviamo quando è già buio. Purtroppo il Kings Canyon non cì è possibile farlo. Pernottiamo in motel.

Tip of the day: Sulle freeway di Los Angeles sfruttate le corsie Car Pool se siete almeno 2 persone compreso il guidatore per evitare il traffico. Attenzione però, ci sono corsie di entrate e uscita dedicate, a volte con separazione fisica. Fate anche molta attenzione perché è perfettamente legale superare a destra, ognuno ha la sua corsia di marcia e tutti o quasi nei cambi di corsia a destra o sinistra azionano gli indicatori di direzione. Questo vale anche nel traffico cittadino e non solo nelle freeway, lo specchietto destro diventerà molto presto il vostro migliore amico.

  • [mks_icon_text icon=”icon: car” icon_color=”#1e73be”] Vuoi saperne di più? scopri come guidare in USA [/mks_icon_text]

1/8/2019 -VISALIA – BIG SUR – MONTEREY

big sur diario di viaggioGiornata impegnativa, da Sequoia ci dirigiamo verso la mitica Highway 1 sul pacifico che attacchiamo all’altezza di Morro Bay. Non prima di avere fatto colazione americana presso un ristorante non tanto turistico pieno di persone locali. Abbiamo mangiato divinamente, per fortuna non tutti i ristoranti sono normalizzati a fast food ma ci sono anche posti un po’ più veri e americani.

Morro Bay è molto carina, non tanto grande, una roccia in mezzo al mare tipo panettone stondato è il panorama della zona, lungomare con marina, barche, gabbiani giganteschi e foche o leoni marini in mezzo all’acqua. Un po’ freschino ma molto bello. Sembra il paese di Jessica Fletcher, chiaramente non lo è ma lo ricorda. Pranzo da Giovanni’s, una sorta di self-service all’aperto, mangiamo zuppa di vongole, fritto gigante e pesce in generale. Consigliato.

E poi via alla scoperta della Highway 1. Ogni curva una cartolina, mare stupendo, rocce, strapiombi, le soste ai vari vista point non si contano, i leoni marini, il ponte viadotto più fotografato d’america, l’atmosfera di Big Little Lies si tocca con mano. L’arrivo a Monterey è in serata, cena da Denny’s di fronte al nostro motel e poi a nanna, il viaggio d’andata inizia a farsi sentire.

Tip of the Day: Se viaggiate in più di un nucleo famigliare tenete conto che il tempo che avete previsto per gli spostamenti e le visite dei luoghi sarà molto diverso da quello preventivato. Le esigenze possono essere diverse e non sempre si riesce a fare coincidere le varie pause (bagno, foto, mangiare, bere ecc.).

02/08/2019 – MONTEREY – SAN FRANCISCO

Pacific Grove Pacific Coast Highway
Pacific Grove Monterey

Dopo una frugale colazione al nostro Motel si parte in direzione Carmel By the Sea. Luogo veramente fuori dal mondo, una cittadina molto curata immersa nel verde con case basse e meta di molti artisti, pensionati e direi anche facoltosi. Si respira una tranquillità incredibile, la visita alla spiaggia è surreale, una leggera nebbia alta a volte forata dal sole, una spiaggia bianca, persone che prendono il sole anche se la giornata è un po’ fredda, un golfo molto bello, magico.

Dopo la visita torniamo a Monterey alla ricerca della T-mobile dove acquistiamo una scheda americana da utilizzarsi in caso di emergenza sia per chiamate sia per internet. Un vecchio iphone 5 sarà il nostro muletto. Caso vuole che all’interno di questo centro commerciale all’aperto troviamo un Whole foods, supermercato curatissimo e specializzato nel biologico, il cibo qui è al Top e decidiamo di prendere qualcosa da mangiare al sacco per la giornata, spendiamo una mezza fortuna ma ne vale la pena.

La prossima tappa è la 17 mile drive, un percorso a pagamento in mezzo a campi da golf, ville incredibili e molti vista point. In uno di questi su un tavolo di legno a pochi metri dal mare consumiamo il nostro pranzo. Ci sentiamo come nel ristorante più bello del mondo. Tornati a Monterey la compagnia si divide, in 4 andiamo all’acquario e le donne vanno per shopping nel quartiere adiacente. L’atmosfera è rilassata e Monterey molto carina anche se più grande e trafficata di Carmel.

Ricompattati decidiamo di partire finalmente verso San Francisco, ci sarebbe piaciuto rimanere ancora un po’ ma non ci è stato possibile, saremmo arrivati troppo tardi. Il viaggio verso S.Francisco scorre veloce e dalla freeway ci accorgiamo dai grattacieli e palazzi di vetro che siamo nella zona tra le più ricche del pianeta, quasi tutte le grandi aziende della Silicon Valley hanno sede nei dintorni. L’arrivo a San Francisco di sera è abbastanza traumatico, il nostro Hotel è in zona Union Square quindi zona centrale trafficata.

Trovato e scaricato le valigie andiamo a portare il VAN in un parcheggio a pagamento e finalmente prendiamo possesso dell’hotel. Sono ormai le 22.00, un po’ tardino, decidiamo di mangiare qualcosa di veloce in un Fast food ancora aperto, ma complice la stanchezza e i tanti barboni (meglio dire Homeless) ci fa sentire un po’ insicuri e ci fa ripiegare velocemente verso il riposo.

Tip of the Day: Comprate un frigo di polistirolo (5-10 dollari) da tenere in auto. Con un sacco di ghiaccio che si trova in ogni supermercato o distributore di benzina o gratis nelle macchine del ghiaccio in ogni hotel/motel avrete la possibilità di tenere sempre al fresco le vostre bibite o acqua e anche cibo.

3/8/2019 – SAN FRANCISCO

San Francisco diario di viaggioQuesta città è incredibile, tra le più Europee degli Stati Uniti, e, visto che siamo in tema, la colazione la facciamo da Starbucks, niente uova strappazzate oggi ma una colazione in stile Italiana, ma per quanto mi riguarda con il caffè americano, del quale mi sono già innamorato e che, nonostante l’espresso, va assolutamente rivalutato senza pregiudizi italici. Il bicchierone in mano o in auto sorseggiato con calma mi accompagnerà quasi sempre in questa vacanza. Una bella scoperta.

Il sole e la giornata ci ha già fatto fare pace con la sensazione di insicurezza che avevamo avuto la sera precedente. La notte porta consiglio, la gente in giro è un po’ strana ma ti abitui subito. Gli homeless non sono insistenti e non sembrano più pericolosi, tutto è più rilassato. Abbiamo l’Hotel sul percorso del Cable Car e il suono caratteristico della campanella riempie la via e ci fa spendere le prime foto della città.

Ma oggi vogliamo girare a piedi e partiamo. Attraversiamo le tipiche vie su e giù che tanto abbiamo ammirato nei film, prima China Town e poi North Beach, il quartiere Italiano. Ci dirigiamo verso Coit Tower dove saliamo dopo un fila di circa 1h e pagando l’ingresso in ascensore. Già l’interno vale una visita con tantissimi affreschi, ma la vista dall’alto riserva uno spettacolo ancora migliore su tutta la città di San Francisco, Il Bay Bridge, Alcatraz, e il porto.

Il Golden Gate è un po’ nascosto non solo dalla prospettiva ma anche dalla classica nebbia che la mattina è quasi sempre presente sulla baia. Dopo una mezz’oretta scendiamo sempre in ascensore e prendiamo una scalinata molto ripida (Greenwich steps) dal piazzale della Coit Tower che ci porta verso l’Embarcadero. Se fate questa scalinata (bellissima) a un certo punto sembra terminare in un punto ancora molto alto, ma nel piazzale di arrivo basta tenere la destra una 30 di metri per trovare la parte restante del percorso.

All’Embarcadero purtroppo capiamo che la nostra velleità di andare a visitare Alcatraz si scontra con il fatto che tutti i tour in traghetto sono già prenotati fino alla metà di Agosto almeno, a meno di non acquistare pacchetti turistici molto costosi e con attrazioni che non ci interessano, quindi decidiamo di rinunciare. Su questo non siamo stati previdenti con una prenotazione Online prima di partire ma ce ne facciamo una ragione e anneghiamo i nostri dispiaceri nel seppure molto turistico coloratissimo Pier 39.

È Sabato e si vede, la gente straborda. Prenotiamo a distanza di un’oretta il pranzo al Bubba Gump, lo so è molto turistico ma siamo comunque molto curiosi di provare (è comunque una catena e lo si trova anche in altre città: ad esempio a Monterey se non ricordo male). Nel frattempo la visita al Pier che ospita i leoni marini è d’obbligo, certo che la spiaggia visitata nel Big-Sur due giorni prima che ospitava decine di leoni marini aveva un fascino molto più naturale, ma è comunque molto bello anche perché sono molto attivi e li vedi tuffarsi, inseguirsi e giocare oltre che a spiaggiarsi sul molo.

Il Bubba Gump è un ristorante nella norma, carina l’idea del Forrest Run/Forrest Stop, carini anche tutti i richiami al film Forrest Gump che tutti quanti ci ripromettiamo di rivedere per l’ennesima volta tornati a casa. La spesa tutto considerato è nella media. Dopo il Pier 39 la passeggiata che ci porta al Fisherman Wharf è molto rilassante. Molti artisti di strada, banchetti degli hot dog e altro cibo ci scorrono davanti agli occhi, e il Fishermann Wharf, anche se turistico, ha un atmosfera un po ‘ meno finta rispetto al Pier 39 con i tipici locali dove mangi seafood seduto sui banconi.

Un po’ di shopping nei negozi attigui e poi via a piedi verso il centro città. Un itinerario volutamente casuale ma che ci porta comunque alla parte alta di Lombard Street che percorriamo a piedi verso il basso e dove ci fermiamo rigorosamente in mezzo alla strada per fotografare e quasi farci investire dalle auto che percorrono questa tortuosissima strada. Il pomeriggio inoltrato ci riporta alla realtà e decidiamo di prendere un autobus che ci riporta nei pressi dell’hotel. Nulla di più facile, i biglietti li fa a bordo l’autista (..se non paghi scendi…) ma non danno resto e quindi serve la cifra precisa o superiore.

La serata a cena ci porterebbe al cheese cake factory da dove si ha una buona vista della città, purtroppo una volta saliti in ascensore constatiamo che è strapieno e vista la fame decidiamo di ripiegare al vicino Pinecrest diner. La cena scorre veloce, la qualità del cibo è discreto, il posto affollato ma non rumoroso

Tip of the Day: Nel caso di partenza/arrivo del vostro tour a San Francisco valutate bene se avere l’auto o meno visto che la userete poco o nulla. Se vi trovate a visitarla nel mezzo di un tour prenotate un hotel con il parcheggio incluso nel prezzo se conveniente. Un parcheggio privato costa dai 40 ai 50 dollari al giorno.

4/8/19 – SAN FRANCISCO

lombard street 2
Lombard Street, San Francisco.

Questa mattina sfrutto il fatto di essere vicinisssimo con l’hotel al capolinea del Cable Car in Powell Street, in avanscoperta (è ancora mattina presto) vedo che la coda dei turisti in fila è quasi inesistente, normalmente l’attesa è superiore all’ora, di corsa torno all’hotel e convinco tutto il resto della combriccola a prepararsi velocemente mentre scendo nuovamente a prendere i biglietti del Cable Car per tutti e mi metto in fila.

Il fatto di essere in fila anche per altre persone avevo letto che veniva fatto da tanta gente e tollerato, ma un pochino di timore di fare una brutta figura l’avevo visto che odio chi passa davanti nelle code. Passo il tempo di attesa in fila con i 6 biglietti in mano sgranati come avere le carte da Poker in mano in bella vista come per dire: siamo in 6, non picchiatemi. Mi è toccato fare pure passare almeno due compagnie di persone prima di vedere arrivare i dormiglioni che belli come il sole arrivano con passo rilassato.

Tutti i miei timori si sciolgono come neve al sole, e l’operatore ci indica che tocca a noi. Siamo tra gli ultimi del numero di persone che vengono prese sul Cable Car ad ogni viaggio, questo ci permette di avere i posti migliori e cioè attaccati al palo davanti. In particolare io mi trovo sulla parte destra. Il viaggio verso Mason è bellissimo, il vento in faccia, le salite e discese e lo scollinamento con la vista sulla baia è una bellissima esperienza. Anche guardare l’operatore che manovra due lunghissime leve ha il suo fascino e ti chiedi come poteva essere tanti anni fa quando il cable car era veramente un mezzo di trasporto non solo per turisti.

La giornata è un po’ nebbiosa, infatti arrivati tra Fisherman Wharf e Pier 39 decidiamo di fare colazione e scopriamo un posto bellissimo il Boudin, una via di mezzo tra un bar e un fornaio. Facciamo colazione all’aperto riscaldati dal fungo a gas e riparati da una vetrata tattica che ti protegge dal vento. In effetti la giornata è ancora un po’ freddina e leggermente nebbiosa, decidiamo quindi di aspettare in attesa di capire come volgerà il tempo.

Volevamo fare un giro in barca fino a sotto il Golden Gate ma soprassediamo. Decidiamo quindi di sfruttare il Van, torniamo tramite un filobus/tram storico che fa tutta la circonvallazione da Embarcadero a Market street e andiamo al parcheggio. Presa l’auto ci dirigiamo quindi verso Twin Peaks da dove si ha una visione panoramica della città, nel frattempo il sole inizia a bucare la nebbia. Attraversiamo anche in parte il quartiere di Castro molto carino e pieno di murales sui muri delle case. Da Twin Peaks la vista sulla città è molto suggestiva, il vento però è decisamente fastidioso e dopo qualche foto a vari vista point ci dirigiamo verso il Golden Gate.

Parcheggiamo nei pressi e un percorso pedonale/ciclabile ci porta all’inizio del Golden Gate. Intanto la nebbia si è diradata e il sole risplende sul rosso del ponte. Percorriamo almeno 4-500 metri di ponte e la vista della città dalla baia è notevole. Inutile dire che le foto si sono sprecate da tutte le angolazioni. Tornati all’auto decidiamo di percorrere il Golden Gate verso Sausalito da dove, tramite una strada panoramica molto ben segnalata e attraversando un tunnel, si ha una prospettiva dall’alto del ponte e della città. Ci fermiamo quindi a Sausalito dove mangiamo qualcosa all’aperto sul lungomare.

Nel frattempo la giornata si è fatta soleggiata e calda e ci godiamo la rilassatezza di questa piccola cittadina molto carina. Il ritorno avviene sempre tramite il Golden Gate e decidiamo di proseguire verso le Painted Ladies. Abbiamo fatto una scelta, l’alternativa era una visita al Golden Gate Park ma la sera incombeva. Il navigatore ci fa fare una strada stupenda, con delle salite e discese ancora più caratteristiche e con delle case stupende. La via se non ricordo male è la Divisadero. Terminiamo alle Painted Ladies, che hanno di fronte un piccolo parco ben tenuto dove sedersi ed ammirare la città, che fa capolino da dietro le Painted.

Qui vorresti abitare, ma credo che il costo delle case e gli affitti siano per pochi fortunati al mondo. Ti fai bastare quella mezz’oretta che vorresti fermare nel tempo perché ti senti veramente fortunato a potere ammirare tale panorama. Ma è già ora di rientrare, il sole è calato, torniamo al posteggio e parcheggiamo il nostro fidato Van, la serata ci aspetta, concludiamo con una bella cenetta da Mason Diner vicino al nostro hotel, locale carino e buona cena.

Tip of the Day: A San Francisco sfruttate tutte le possibilità di trasporto possibili in base alle vs. attività, cable car, autobus, tram, uber, traghetti, dart, auto a noleggio se l’avete. Ovviamente il muoversi a piedi rimane il modo migliore per godersi appieno la parte centrale della città.

5/8/2019 SAN FRANCISCO – YOSEMITE – MAMMOTH LAKES

yosemite diario di viaggioGiornata impegnativa visto la tappa, decidiamo di partire presto verso le 9.00. L’uscita dalla città ci mette di fronte il bay bridge con la carreggiata in uscita in basso (quella in entrata è sopra di noi). Salutiamo la città di San Francisco non senza qualche rimpianto per non avergli dedicato almeno un altro giorno, ma ci aspetta finalmente un lungo periodo di visita ai parchi del quale il primo è proprio Yosemite. In uscita il navigatore off line del telefono si perde e ci tocca uscire e rientrare, nulla di male perché ne aprofittiamo per fare benzina e al Seven Eleven, annesso al distributore facciamo colazione con donuts, brioche e caffè da asporto.

Il tragitto è tranquillo, oramai siamo abituati alle freeway americane e siamo alle porte di Yosemite. Una volta entrati il percorso inizia ad essere tortuoso e subito si apre a noi un panorama stupendo con la vallata, e montagne a destra e sinistra e il fiume che scorre sotto. Foto ricordo d’obbligo e via verso il visitor center che è una specie di anello che poi si rimette sulla strada principale. Purtroppo nonostante fosse Lunedì c’era veramente molta gente e dobbiamo attendere per trovare un parcheggio, perdiamo almeno 1,5 ore ma finalmente riusciamo a parcheggiare.

Facciamo qualche trail leggero e andiamo alla Yosemite falls che nonostante l’estate ha comunque una discreta portata d’acqua. Facciamo un altro giretto nel percorso dell’anello dove c’è il fiume che attraversa la vallata e che è praticamente a livello strada e la sensazione è di estrema pace nonostante la presenza di molte persone. Eravamo consapevoli che Yosemite non si può visitare in un giorno ma una piccola idea ce la siamo fatta. È ora di partire, la strada del Tioga pass è incredibile. Anche se siamo abituati ai passi dolomitici, questa strada ha un che di magico, è tenuta perfettamente e gli alberi ci accompagnano fino a quasi in vetta.

Alcuni laghetti sulla destra, complice la discesa del sole, regalano un’atmosfera speciale. Nel tragitto verso lo scollinamento (che è a più di 3000 mt.) un auto ci ferma e ci chiede informazioni perché o non avevano il navigatore o lo smart phone che non prendeva. Una coppia americana sulla cinquantina, stavano andando da almeno un’ora nella direzione opposta, consultata la cartina li abbiamo indirizzati verso la parte giusta (S.Francisco), ci hanno ringraziato enormemente, è sempre bello chiacchierare con le persone del posto sempre molto amichevoli e disponibili.

Lo scollinamento avviene al crepuscolo, c’è ancora un po’ di luce per le ultime foto delle vette dolomitiche che ci avvolgono prima di iniziare la veloce discesa che ci porterà alla parte orientale della Sierra. La strada a due corsie per senso di marcia è sgombra di traffico e verso le 21.30 arriviamo a Mammoth Lakes.

Tip of the Day: Oltre al navigatore considerate comunque che una cartina della zona può essere sempre utile per capire dove si è e avere una visione generale e panoramica. Io consiglio di averla sempre, vi può trarre d’impiccio in situazioni di emergenza.

6/8/2019 MAMMOTH LAKES – BODIE – DEATH VALLEY – PAHRUMP

death valley diario di viaggioLa mattina fresca mi porta a una piccola passeggiata per il paese, un località considerata di Montagna dove d’inverno si scia o si va con snowboard. D’estate le attività sono molteplici, Mtb, bici, canoa sui laghi al di sopra del paese e tanto altro. Fuori incontro un signore americano molto simpatico che mi saluta e si mette a chiacchierare, è di Reno ed è diretto a Yosemite, ha un pick-up con un carrello cabinato abbastanza grande, da quello che capisco è un pescatore e sta aspettando che un bar apra per un caffè.

Mi chiede di dove sono, chissà se ha chiaro dov’è l’Italia rispetto all’Europa. Successivamente al mio ritorno in Motel (Quality Inn, consigliato) facciamo un’ottima colazione salata e dolce e partiamo alla volte della ghost town di Bodie. Dopo circa un’oretta arriviamo all’inizio del parco e paghiamo l’ingresso in quanto non compreso nel pass e percorrendo una strada sterrata arriviamo al parcheggio. La cittadina di Bodie ha una bella storia ed è conservata abbastanza bene. Molti edifici hanno solo la vista all’interno attraverso il vetro ma in alcuni è possibile entrare.

Questa città fu abbandonata definitivamente a cavallo degli anni ’40 e quindi alcuni reperti sono abbastanza recenti (scatolette di cibo, c’è una piccola palestra, ci sono alcuni piccoli furgoni o camion con motore a scoppio). La visita dura circa un’oretta, non credo valga la pena dedicare molto di più a meno di essere estremamente interessati. Ripreso il Van torniamo verso Mammoth Lakes e poi in direzione Death Valley. Per molte miglia l’ambiente è ancora abbastanza verde per poi diradarsi piano piano nell’avvicinarsi all’ingresso della Death Valley.

Il bivio che ci fa deviare è una cartolina con la strada dritta con tantissimi dossi e sullo sfondo le montagne che delimitano la Death Valley. Vediamo le auto che arrivano da almeno 3-4 miglia in distanza il che ci da la possibilità di fare in tutta sicurezza alcune foto con noi in mezzo alla strada e lo sfondo in lontantanza. È un classico, lo so ma è irresistibile. Ci arrampichiamo sulle montagne a un altezza di almeno 6000 piedi se non di più, per poi ridiscendere attraverso una strada molto ben tenuta ma comunque tortuosa.

Il primo punto che vediamo sono le Mesquite Flat sand dunes, ci fermiamo e la luce è stupenda, il posto è veramente magico, il silenzio contemplativo, il passeggiare sulle dune con lo sfondo della montagna è un esperienza da non perdere. Nonostante l’orario del tardissimo pomeriggio la temperatura segna 116 F°, praticamente un phon acceso ma l’umidità non è elevata e tutto sommato è quasi peggio la pianura padana con 35°C. La sosta allo Stovepipe wells è d’obbligo per un veloce ristoro, e poi via verso Zabriskie point. Arriviamo che è tramontato il sole, i colori di Zabriskie sono veramente stupendi complice la luce e ce ne andiamo che è quasi buio. Una mezz’oretta è il minimo sindacabile per godersi questo punto che ha un fascino molto particolare.

Dobbiamo quindi partire per raggiungere il Motel che è a Pahrump, purtroppo sbagliamo un bivio e allunghiamo di almeno 20 miglia che diventano eterne. Una strada dritta, completamente deserta ma ottimamente tenuta con tutti i catarifrangenti al centro strada ci porta all’hotel. Innumerevoli animali ci attraversano la strada (scoiattoli ? Conigli selvatici ? Road runner ?), finalmente arriviamo al Best Western, la presenza delle insegne Casino ci dicono che siamo già in Nevada da un po’.

Tip of the Day: Se vi ispira la visita della Death Valley considerate che porta via molto tempo, dedicate quindi più di una mezza giornata per poterla esplorare in maniera adeguata.

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7/8/2019 PAHRUMP – DEATH VALLEY – LAS VEGAS

Parchi California Death ValleyLa visita del giorno precedente alla Death Valley non ci ha soddisfatto pienamente, quindi dopo un’ottima e abbondante colazione al Motel decidiamo di tornare percorrendo a ritroso almeno 60-70 miglia ed entrando attraverso una strada che ci porterà direttamente al Basinwater. La discesa verso la depressione più bassa del Nord America è abbastanza lunga ma molto scenografica e in lontananza iniziamo a vedere la valle che nella luce abbagliante fa già trasparire una lunga lingua bianca del lago salato.

La temperatura è decisamente alta e i cartelli ricordano che il caldo può uccidere, nonostante questo molte persone si avventurano e percorrono molta strada sulla superficie dura bianca abbagliante del sito. È inutile dire che il posto è molto bello e vale la pena visitarlo. Dopo il Basin è la volta dell’Artist palette, una deviazione dalla strada principale che ci porta a vedere questa montagna che racchiude tantissimi colori e sfumature diverse, la strada è abbastanza stretta e se non ricordo male a senso unico, si attraversano alcuni punti con le pareti delle rocce che quasi le puoi toccare.

Gli altri punti della Deat Valley (tipo Dante’s View o The Castle sono abbastanza distanti) e la temperatura inizia a salire, il sole è alto e i colori della sera precedente sono più difficili da vedere e quindi decidiamo di partire per Las Vegas (o come dicono gli americani: Vegas). Uscita dalla Death Valley, il tragitto verso Vegas è abbastanza corto, ma complice anche un temporale abbastanza importante e un certo languorino ci fermiamo in un MC Donald.

La pioggia a Las Vegas è abbastanza rara d’estate, la temperatura quindi è un po più clemente ma il progetto di rilassarci alla piscina dell’Hotel naufraga velocemente. Il ns. Hotel è l’Harra’s e devo dire che è un buonissimo hotel abbastanza vicino a molti Casino famosi (Bellagio, Cesar’s, Venetian e Mirage). La piscina è veramente molta bella, la pioggia però rovina i piani e la minaccia di fulmini fa sì che il personale faccia uscire tutti.

Peccato, non ci resta che buttarci nelle luci di Las Vegas, la coppia decide di passare una serata in giro da soli, noi andiamo in giro per Casinò ma soprattutto a goderci gli spettacoli gratuiti del Bellagio. Sono sincero non ho mai amato Las Vegas, ma tutto sommato una serata è sempre piacevole, la città era veramente stracolma di gente che occupava entrambi i viali della strip, la gente che si incontra è il vero spettacolo in quanto si vede veramente di tutto. Il fine serata ci porta al Venetian con il suo cielo finto i molteplici negozi senza fine e una pseudo Piazza San Marco attraversata dal canale con tanto di gondole e gondolieri. Vabbè…

È inutile chiedersi tutto questo sfarzo, luci, negozi, i viali illuminati a giorno da dove deriva, dal gioco d’azzardo principalmente. Qualcuno vincerà anche, ma il resto dei giocatori compenseranno ampiamente, rimane però anche un piccolo sogno di ognuno di noi, vincere qualche migliaio di dollari e spenderli in giro per Las Vegas in una qualche Limousine in divertimento puro. Se dovesse succedere, tranquilli siete nel posto giusto per sperperare la vincita.

Tip of the day: Las Vegas è abbastanza economica come hotel, puoi soggiornare veramente in posti stupendi con cifre oneste a patto di farlo nei giorni tra la settimana ed evitare Venerdì e Sabato dove anche gli hotel sono molto cari.

8/8/2019 – LAS VEGAS – VALLEY OF FIRE – PANGUITCH

Vegas, sole mattutino. Parte della compagnia decide di usufruire almeno un’oretta della piscina. Io e mia moglie invece vogliamo provare l’ebbrezza del gioco. Budgetizziamo 20 dollari e ci buttiamo su una slot machine da 25 cent a giocata. Dopo appena 10 minuti il gioco finisce e siamo contenti di avere lasciato l’obolo alla città che desideriamo ritrovare con le mille luci la prossima volta.

La partenza è quindi per le 10.30 direzione Valley of Fire, a poco più di mezz’ora. È uno state park e quindi la tessera annuale non vale. Appena entrati una serie di rocce a destra molto particolari strappano le prime foto, percorriamo la strada e il panorama è molto bello. Decidiamo di fare un trail medio facile, fa molto caldo. Incontriamo una famiglia di Italiani che hanno smarrito il loro ragazzo di 17 anni, il percorso non è pericoloso ma stretto ed è facile prendere un trail diverso dal percorso. Facciamo del nostro meglio per dare una mano a cercarlo, fortunatamente dopo una mezz’oretta il ragazzo ricompare sano salvo e…sudato.

Il posto è molto bello e poco trafficato di gente ed è una piacevole scoperta. Il caldo però non aiuta e qualcuno di noi ha necessità di ritornare indietro e rimanere all’ombra. Decidiamo quindi di prendercela con calma e di visitare altri vista point con l’auto, avvistiamo uccelli maestosi (aquile? falchi?) e un muflone di montagna con le corna ricurve molto grande. Il suo mantello quasi si confonde con le rocce, il cielo terso e blu intenso completa il quadro.

Usciamo da Valley of Fire e l’aria condizionata è la nostra migliore amica per la mezz’ora successiva, ci dirigiamo verso Bryce Canyon. Lo Utah ci viene incontro, le prime montagne lo preannunciano e arriviamo quindi nei pressi di Zion National Park ed entriamo. Una serie di tunnel sulla strada e poi la strada che devia a sinistra per entrare all’interno dello Zion. Non abbiamo tempo di vederlo, ci accontentiamo del panorama di contorno di montagna e qualche fiume che attraversa la vallata. Abbiamo letto che è molto attrezzato con gli shuttle ma bisognerebbe dedicare almeno un giorno intero.

Incontriamo una compagnia di Salt Lake City che passerà una settimana di vacanza nei pressi del parco e ci dicono che vale la pena percorrerlo in lungo e in largo sui sentieri. Continuiamo verso Bryce, la strada attraversa una vallata molto verde e larga con un fiume sulla destra e centinaia di caprioli o daini che bevono e mangiano. Abbiamo paura che qualcuno possa attraversare la strada e riduciamo la velocità, Panguitch è vicina, arriviamo a buio inoltrato. La fame si fa sentire e dopo aver preso possesso della camera del Motel andiamo a cercare un posticino per la cena. Troviamo lo Smokehouse Cafè, un posticino caratteristico dove ci concediamo una cena veramente ottima.

Tip of the day: Il Nevada è veramente molto caldo d’Estate, se visitate i parchi di Valley of fire o Red Rock Canyon abbondate con acqua e/o bevande sportive prima di sentire sete, il calo di pressione o colpo di calore sono sempre possibili.

9/8/2019 – PANGUITCH – BRYCE CANYON – MOAB

Tessera Parchi America The Beautiful

In vista della giornata intensa la colazione compresa al Days Inn ci viene in aiuto. Nulla di incredibile ma comunque leggermente superiore al Motel 6. Ci dirigiamo verso Bryce Canyon, valutiamo se usufruire degli shuttle ma tutto sommato non c’è il pienone e i parcheggi sono praticabili e quindi facciamo con l’auto. Partiamo dal punto più lontano e veniamo a ritroso. La prima vista che si allarga al nostro orizzonte lascia senza parole.

I colori degli hoodos e il contrasto con il cielo pervade le persone che sono veramente in contemplazione di fronte a questo miracolo della natura. È un anfiteatro naturale, non c’è nessuna foto o nessun video che può dare l’idea della maestosità di questo posto. Facciamo altri punti di osservazione e percorriamo il Navajo loop che appunto in un’oretta ci permette di scendere e risalire dal Sunset Point ed osservare dal basso gli hoodoos. Vorremmo rimanere ancora e poter fare anche tutti gli altri trail che attraversano il parco e ci pentiamo di non avere pensato di rimanere almeno due notti.

È già pomeriggio, molti caprioli o similari sono ai bordi della strada che attraversa il parco, dobbiamo ripartire direzione Moab. Ci fermiamo subito fuori dal parco in un grande complesso con annesso supermercato e hotel per rifocillarci con qualche sandwich prima di ripartire. La strada verso Moab scorre veloce, e nel tardo pomeriggio arriviamo al Motel che ci ospiterà per due notti. È un motel 6 essenziale con una piccola piscina dove decidiamo di passare quel poco che rimane del pomeriggio, e prepararci per la sera.

Ci dirigiamo quindi verso il centro di Moab, una cittadina abbastanza vivace, almeno d’estate. Rispetto a tanti anni prima sembra molto cresciuta. Decidiamo di mangiare a un ristorante messicano, carino, il Miguel Baja’s grill e molto valido dove il cameriere che è originario della zona parla un americano molto chiaro e comprensibile e che ci dà qualche consiglio per le escursioni del giorno successivo.

Tip of the day: Se per comodità vi siete portati poco abbigliamento, in ogni motel, anche i più semplici, è presente una lavanderia self service . Con circa 2,5-3,5 dollari in moneta è possibile lavare e asciugare gli indumenti per 3-4 persone in circa 1,5-2h massimo.

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10/08/2019 – MOAB – ARCHES NATIONAL PARK – CANYONLANDS – DEAD HORSE POINT – MOAB

canyonlands diario di viaggioSapendo che Arches National Park è un parco molto trafficato partiamo la mattina presto dopo avere fatto una colazione molto veloce. La strada verso il parco è già panoramica di suo e ci arrampichiamo su un costone di roccia rossa che poi ci porterà al parco. Riusciamo a trovare il parcheggio senza grossi problemi anche se eravamo già quasi al limite del riempimento totale. Decidiamo quindi di iniziare dal percorso del Delicate Arch, quello più famoso. Il percorso non è difficile ma è comunque impegnativo perché ha un dislivello di circa 200 mt. ma soprattutto perché il caldo inizia a farsi sentire già alla mattina. Ci vogliono almeno 45-60 minuti di percorso per arrivare, ma la fatica viene ripagata al cospetto del Delicate.

Sembra piccolo ma quando ci avviciniamo capiamo quanto in realtà sia decisamente molto alto e largo, basta farsi fare una foto sotto l’arco e poi guardarla per capire. Rimaniamo almeno un’oretta per goderci il panorama e facciamo ritorno. Alcuni di noi rimangono in auto un po’ provati dalla salita al Delicate, mentre io e mio fratello ci dirigiamo sul trail che porta al Landscape Arch. Vediamo un paio di archi molto belli ma non arriviamo in fondo, non perché siamo stanchi ma perché gli altri ci aspettano e non vogliamo lasciarli troppo sotto il sole in macchina.

Usciamo quindi dal parco degli Archi e torniamo al Motel per riposarci non prima di una piccola pausa da Wendy’s, solita catena fast food ma che a noi è piaciuta abbastanza in quanto hanno anche insalate decisamente buone. Nel tardo pomeriggio ci rechiamo allo Sweet Cravings Bakery e ci facciamo fare dei Sandwich (molto buoni), prepariamo il frigo con le bevande e partiamo alla volta di Canyonlands e Dead Horse Point.

Facciamo prima il Canyonlands National Park arrivando quasi fino in fondo e percorrendolo a ritroso e fermandoci nei vari vista point. Il panorama è maestoso, la gente poca, i colori fantastici, un parco meno conosciuto ma veramente una vera sorpresa. In un vista point c’è un arco con dietro tutto il panorama e precipizio che è una cartolina, conosciamo una famiglia molto simpatica che viene dalle vicinanze di Seattle, tutto è molto naturale, anche essere lì con persone che non conosci ma che sono complici di quei momenti magici.

Rimarrei all’infinito, ma il programma era di andare al Dead Horse Point, vedere il tramonto e successivamente cenare all’aria aperta e si sta facendo tardi. Quando arriviamo è quasi l’ora del tramonto, ma il panorama che ci aspetta è veramente magico. Poca gente in religioso silenzio che aspetta che il sole termini dietro al canyon alla nostra destra con sotto in fondo l’ansa del fiume. La leggenda sul nome del posto diventa improvvisamente molto reale, immagini quasi la scena dei cavalli che si gettano nel precipizio per potere sfuggire alla cattura e abbracciare la morte ma anche la libertà per sempre.

Non a caso forse la scena finale del film Thelma e Louise è stata ambientata qui. Scatto decine di foto, il rosso delle rocce diventa sempre più acceso, diventa difficile con le parole descrivere quello che vediamo, quello che sentiamo (il vento, solo il vento), il profumo dell’aria. Terminiamo la serata su un tavolino del parco a cenare con le luci artificiali degli smartphone, una cena semplice, ma che non dimenticheremo mai.

Tip of the day: Se il viaggio è itinerante consiglio ogni 4-5 giorni al massimo di rallentare un pochino e/o spendere due notti nelle località più interessanti e di non farsi prendere troppo dalla smania di vedere troppe cose. Informarsi preventivamente permette di fare le scelte migliori in base alle proprie necessità e desideri.

11/08/19 MOAB – VALLEY OF GODS – MEXICAN HAT – MONUMENT VALLEY

forrest-gump-point-monument-valleyLa giornata inizia con calma, non abbiamo voglia di correre, ne approfittiamo per sfruttare la lavanderia interna del motel 6, check out e colazione da Sweet cravings bakery. Questa volta cediamo alla nostra cultura italica e consumiamo caffè, caffè latte e diversi dolci che sono veramente molto buoni. Partenza per Mexican Hat attraverso la US191, la tappa è abbastanza breve, il panorama con montagne e poi varia con pianura e montagne in lontananza, ogni tanto qualche paese.

Poco prima di Mexican Hat deviamo a destra per Valley of Gods, una strada sterrata rossa che ci porta in questa mini Monumet Valley. Non c’è ingresso a pagamento. Il giro è molto carino ma soprattutto poco o per niente trafficato, si percorre tutta la strada e ci si ferma a vari Vista Point. Facciamo diverse foto con la massima tranquillità, percorriamo tutta la strada e poi ci rimettiamo sulla strada principale alla volta dell’Hat Rock Inn il ns. hotel.

Ci aspetta un po’ di relax nella piscina annessa dalla quale abbiamo una bella vista sul fiume San Juan che passa dietro. Abbiamo in programma di partire con calma alla volta della Monument Valley verso le 17.30 per poi entrare nella valley e goderci il tramonto. Verso la Monument ci aspetta un panorama veramente epico e mitico, percorriamo la strada e ci fermiamo qualche miglia prima in un punto molto famoso (non abbiate paura appena ci arriverete lo capirete subito) proprio di fianco a un piazzola dove c’è il Forrest Gump Point. È da qui che si scattano le foto più belle con lo sfondo della vallata che fa da preludio alla visita. Attenzione alle auto in entrambi i sensi quando scatterete la tipica foto dalla mezz’aria della strada. Molti sono turisti e quindi probabilmente si fermeranno anche loro, ma qualche pick-up tira dritto anche a grande velocità, evidentemente abitanti della zona che non vedono forse di buon occhio la presenza di tanti turisti tra l’altro pure in mezzo alla strada.

Prima della Monument facciamo tappa al Goulding dove c’è un distributore e una grocery per uno spuntino, poi via verso l’ingresso. L’entusiasmo si spegne una volta che ci fermiamo per la lunga fila all’ingresso. Perdiamo quasi un’ora, paghiamo 12 dollari aggiuntivi perché siamo in 6, si raccomandano di venire il giorno successivo visto che l’ingresso vale 24 h perché la Scenic Drive chiude alle 19. Sgommiamo, visto che mancano pochi minuti ed entriamo nella vallata in zona cesarini.

Subito notiamo alcune auto non 4×4 che fanno non poca fatica a percorrere la strada sterrata in salita in uscita complice non poche buche. Ci fermiamo ai primi vista point ma quando siamo al bivio che puoi percorrere solo a senso unico decidiamo di tornare indietro in quanto dopo pochi minuti sarebbe tramontato e non volevamo perderci questo spettacolo dal piazzale annesso al parcheggio.

Tra l’altro notiamo che il nostro Van ha le gomme anteriori molto consumate e il dubbio di potercela fare sulla salita in uscita ci mette molta preoccupazione. Riusciamo a salire l’ultimo pezzo con un po’ di fatica facendola praticamente tutta giù di mano per evitare le buche che ci avrebbero sicuramente creato non pochi problemi, ed usciamo dalla scenic drive del parco esultando. Stavolta al Navajo di turno che ci avrebbe trainato con un pick-up a suon di decine di dollaroni è andata male.

Lo spettacolo del tramonto dal piazzale sul muretto non lo dimenticheremo mai. I butte diventano di un rosso acceso e l’atmosfera ha un qualcosa di magico, la foto dei miei figli da dietro che contemplano tale spettacolo è ora sfondo del mio smartphone. Rimaniamo fino a buio inoltrato quasi tra le ultime auto a lasciare il piazzale. È periodo di quasi luna piena e purtroppo le stelle non fanno capolino nell’infinito, sarebbe stata la ciliegina sulla torta ma dobbiamo accontentarci.

Il ritorno verso Mexican Hat si consuma sulla stessa strada ma ora il buio è decisamente profondo e l’assenza di vita ti fa sentire veramente nel nulla o nel ‘middle of nowhere’ se preferite, ma ora la pancia brontola e la vista del piccolo agglomerato di case dove ha sede il ns. hotel ci rassicura. Decidiamo di fermarci all’Olde Bridge Grill proprio sul ponte che attraversa il San Juan river. Il posto è molto tipico, gestito rigorosamente dai nativi e con un menù molto vario. È abbastanza tardi per lo standard americano (sono le 10) ma ci servono senza problemi con molta gentilezza.

Tip of the day: Valutate voi se spendere cifre abbastanza alte per appollaiarvi sui camion aperti dei nativi per entrare nella valley e tornare pure belli coperti di sabbia rossa e accaldati oppure entrare con la vs. auto. In definitiva vanno bene tutte, anche le berline, magari controllate le gomme prima e non dopo ma tenete anche presente che le compagnie di noleggio in teoria vieterebbero la percorrenza di strade non asfaltate facendo decadere ogni tipo di garanzia.

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12/08/19 MEXICAN HAT – GOOSENECKS – PAGE – MARBLE CANYON – PAGE

horseshoe bend diario di viaggioLa mattina sarebbe perfetta per tornare alla Monument Valley, godere l’alba e terminare la Scenic drive, ma le gomme lisce quasi parlando ce ne sconsigliano l’eventualità. Abbiamo Page che ci aspetta con Antelope prenotato (qui siamo stati previdenti prenotando da casa) e non vogliamo rischiare di incappare in qualche imprevisto che ci avrebbe messo in pericolo la visita e i quasi 60 dollari a testa già pagati oltre a una sveglia generale problematica ai più della compagnia.

La mattina quindi io e mio fratello, svegli già di buon ora, ci rechiamo prima al punto di Mexican Hat da dove deriva il nome del posto per qualche foto e poi al Goosenecks Point. Sono le 7.30 e la casetta all’ingresso del parco è chiusa, nessun ranger o personale. Il Goose Neck non è un National park e si paga l’ingresso. Nell’eventualità si chiede ai visitatori di riempire una busta con i bigliettoni dentro e depositarla all’interno di una teca. Abbiamo già utilizzato questa modalità per la visita di una cascata nel percorso del Big Sur, tra l’altro con percorso mezzo chiuso e impossibilità di arrivare al punto previsto.

Decidiamo quindi che forse è il caso di non prendere una seconda fregatura e vediamo che praticamente il parcheggio è a 50 mt. e il Goosenecks è proprio li adiacente. E non c’è anima viva, solo noi. Corriamo il rischio della brutta figura e rimettiamo in tasca la banconota verde (mi sembra 10) e ci fermiamo sul ciglio ad ammirare questo angolo di canyon. Praticamente è come il Dead Horse Point ma con un’ansa in più, forse un po’ più basso e con un panorama di fondo leggermente diverso ma con il fiume che si vede perfettamente laggiù in fondo, resta comunque un posto che vale la pena visitare, se è mattina presto sapete già che sarete da soli o quasi.

La partenza per Page avviene con estrema calma, ripassiamo davanti al bivio per Monument e con dispiacere decidiamo di proseguire per Page. Il percorso avviene prima attraversando alcune montagne e poi deviando dalla strada principale su una strada abbastanza poco battuta. Arriviamo al Motel con largo anticipo e ci prepariamo alla visita dell’Antelope Canyon. Non trovando posto all’Upper nelle ore considerate top al momento della prenotazione dall’Italia, decidemmo di visitare il Lower.

Arrivati sul posto (Ken Tours) ci avvertono che non possiamo portare zainetti e neanche marsupi alla cintura, si può portare un piccolo zainetto o busta rigorosamente trasparente. Non abbiamo capito il motivo ma questa regola è assolutamente fatta rispettare a tutti. È veramente molto caldo, la temperatura supera i 40 °C. Al nostro turno le guide dividono il gruppo in tanti sottogruppi di max. 10 persone circa e ci accompagnano all’ingresso del canyon.

Mentre da quello che ho capito l’Upper prevede uno spostamento in jeep, la visita del Lower è fatta a piedi, l’ingresso infatti è nelle vicinanze, 3-400 mt. forse meno. Siamo su una spianata e non ci capacitiamo di dove possa essere il canyon che è infatti sotterraneo. Alcune spaccature nel terreno ne anticipano la presenza. Si scende quindi tramite alcune rampe di scale di metallo verso il basso direi almeno 15-20 mt. Nulla di eccessivamente difficile, è quindi un escursione adatta anche ai bambini.

La visita procede con tranquillità e Antelope si svela nel suo splendore, rocce levigate e con mille sfumature di colori che attraversiamo a volte con qualche piccola difficoltà di passaggio laterale, ma niente di claustrofobico. In alcuni punti la luce filtra dall’alto, non fa i coni di luce nell’orario della ns. visita (3 del pomeriggio), ma in alcuni punti l’effetto è comunque notevole. Le foto si sprecano, in certi punti abbiamo la possibilità di fermarci e fare foto solamente a noi o comunque in solitaria. Il canyon è molto lungo, almeno 4-500 mt. se non di più ed è in leggerissima pendenza in salita.

La ns. guida ci dà alcuni consigli di come fare le foto alle rocce e ai punti più belli. L’uscita arriva troppo velocemente, vorresti tornare indietro a rivedere tutto ma non è possibile. L’escursione, anche se è un po’ costosa, vale i soldi spesi, meno male che è stata prenotata anticipatamente perché c’erano persone che erano in lista di attesa dalla mattina per potere entrare. Dopo la visita di Antelope abbiamo in programma di andare a vedere il Marble Canyon e poi verso il Lee’s Ferry. La deviazione è abbastanza lunga, almeno un ora dove ci arrampichiamo sulle montagne per poi ridiscendere e deviare verso Lee’s Ferry.

Passiamo il Colorado e ci fermiamo a passeggiare sul vecchio ponte in ferro. La vista è eccezionale, le pareti rosse del canyon e sotto il Colorado. Tecnicamente questo è l’inizio di quello che sarà poi il Grand Canyon. Proseguiamo e ci fermiamo dopo qualche miglia in un punto che si chiama Paria Beach dove è possibile arrivare al fiume Colorado dove noi dalla riva entriamo nell’acqua. In quel punto il fiume è tranquillo, ma verso la roccia del canyon che lo delimita c’è una bella corrente con delle rapide.

Meglio non avventurarsi oltre e rimaniamo in ammollo fino al massimo a 1 mt, l’acqua è veramente freddissima e non è male visto la giornata molto calda, ma dopo poco si è costretti a risalire. Conosciamo due signore americane gentilissime, una è di Flagstaff e la sua amica di Atlanta con le quali chiacchieriamo un’oretta e che ci danno un sacco di informazioni. Il posto è poco battuto dai turisti e ci chiedono come abbiamo fatto a sapere di quel punto abbastanza solitario.

È ora di tornare verso il Motel e sulla strada di ritorno vediamo il punto di ingresso per l’Horseshoe bend. Ci chiediamo se fosse il momento giusto ma vediamo il parcheggio molto pieno e rimandiamo la visita al giorno successivo. La serata scorre tranquilla al ristorante italiano Strombolli’s, pizza non male, primi italiani rivedibili.

Tip of the day: Se vi muovete tra Monument e Page o viceversa, come spiegato molto bene nel ebook di viaggi-usa.it, tenete conto che c’è un ‘ora di differenza. In meno verso Page e in più verso Monument. È importante sottolinearlo visto che possono esserci orari da rispettare per eventuali visite ai parchi o attrazioni.

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13/8/2019 PAGE – GRAND CANYON – FLAGSTAFF

Grand Canyon cosa vedere: Desert View

Oggi è un giorno speciale, ci muoviamo verso il Grand Canyon che è un po’ il re dei parchi a sfondo canyon secondo me. A Page ci fermiamo ad un supermercato Safeway dove facciamo la spesa per la prima colazione (hanno delle paste buonissime e anche molto a buon mercato rispetto a Starbucks dove acquistiamo solo il caffè) e poi ci facciamo fare dei panini con ingredienti a scelta per poterli consumare al Grand Canyon.

Ci fermiamo subito all’Horseshoe bend, non è prestissimo e quindi il parcheggio è già molto pieno ma soprattutto già abbastanza caldo. C’è molta gente e il percorso per arrivare al punto panoramico non è lunghissimo, in leggera discesa (15-20 minuti) ma impegnativo per via del sole. Obbligatorio portarsi un po’ d’acqua. Una volta sul ciglio del canyon ci si apre una stupenda visione con la montagna in mezzo a mo’ di zoccolo e il Colorado che compie quasi un cerchio. È differente rispetto agli altri che abbiamo visto, il fiume è lontano ma nello stesso tempo quasi ti viene da toccarlo.

Il contesto è molto bello e ci colpisce il fatto che ci sono alcune imbarcazioni che stanno solcando il Colorado ed effettivamente sono un puntino nel fiume, distingui bene solo la scia che lasciano. Sarebbe stato molto bello poter navigare su quel pezzo di fiume così come navigare anche solo per un paio di ore sul Lago Powell.

Le foto che facciamo sono veramente tante e dedichiamo almeno una mezz’oretta alla contemplazione nonostante il caldo. Recuperiamo il van dal parcheggio e partiamo alla volta dell’ingresso Est del Grand Canyon che raggiungiamo in circa 2 ore. Percorriamo la Desert View e il primo stop è alla Watchtower. Questa torre è praticamente sul margine del canyon e la vista che si apre sia alla base che salendo sulla torre del Grand Canyon è veramente da togliere il fiato.

Imponente, impressionante, gli aggettivi non bastano a descriverlo, bisogna viverlo e contemplarlo con calma. Il Colorado scorre in fondo quasi ad un miglio più in basso. Rimaniamo una mezz’oretta e una Ranger molto gentile ci dà qualche indicazione sui punti successivi che vale la pena vedere. Ci fermiamo quindi al Grandview point secondo me il punto più bello della Desert View, poi al Lipan. Ci fermiamo qualche miglia prima del Visitor Center presso un un’area picnic all’ombra degli alberi per consumare il nostro pranzo/merenda.

Proseguiamo quindi per il visitor center, ma poco prima incontriamo molti cervi senza corna ma abbastanza grandi che sono al bordo della strada. Arriviamo al parcheggio del Visitor Center nel tardo pomeriggio e troviamo fortunatamente posto per il van. Percorriamo quindi il rim trail da Yaki a Yavapai e Mather point. Sono tutti punti di osservazione incredibili, il percorso a piedi che facciamo è perlopiù asfaltato e passa spesso a pochi metri dal ciglio del Grand Canyon.

A me è piaciuto molto Yavapai. Mia figlia ha adottato virtualmente tutti gli scoiattoli del parco che fanno capolino e che aspettano che qualcuno gli dia da mangiare qualcosa. Le foto si sprecano, molte persone fanno foto in posti improbabili e anche pericolosi, evidentemente non soffrono dell’altezza come il sottoscritto.

Arriviamo alla fermata del Visitor Center dove lo shuttle che percorre Hermit’s Road parte. Prendiamo lo shuttle e ci fermiamo al secondo punto, ma il sole si prepara al tramonto e quindi ritorniamo verso l’auto e ci godiamo il tramonto dall’attacco del Bright Angel trail. È ora di tornare all’auto e approfittiamo dello shuttle interno che ferma al visitor center e che ci riporta al parcheggio. La sera incombe, siamo un po’ stanchi e Flagstaff è a circa 1 ora e mezza.

Nell’uscire vediamo il villaggio di Tusayan, molto carino e veramente a pochissima distanza dal parco. Peccato non avere trovato posto. La strada verso Flagstaff è praticamente quasi tutta dritta, abbiamo un po’ di apprensione perché sono segnalati per almeno 50 miglia presenza di cervi, è buio e trovarsi davanti un animale del genere sarebbe un bel problema. L’arrivo a Flagstaff è a serata inoltrata, decidiamo quindi di andare a piedi a mangiare al Cracker Barrel, un ristorante dietro al nostro motel . Una sorta di negozio di souvenir, alimentari e con un ristorante annesso dove mangiamo veramente molto bene, una piacevole scoperta.

Tip of the day: Nel caso di visita al Grand Canyon una sistemazione vicina (Tusayan o all’interno del parco) sono soldi ben spesi. Il parco è grande e poterlo vedere anche il giorno successivo anche solo una mezza giornata sarebbe la cosa migliore. Nel caso di assenza di nubi e assenza di luna anche il cielo stellato sopra il grand canyon di sera è sicuramente uno spettacolo da non perdere.

14/8/2019 FLAGSTAFF – ROUTE 66 – HAVASU LAKE

route 66 diario di viaggioAncora con gli occhi il Grand Canyon ci apprestiamo alla partenza per la tappa successiva. Una considerazione ancora sul Grand Canyon. Me lo ricordavo abbastanza diverso nella visita di quasi 30 anni fa. Mi sembrava più selvaggio, meno verde e sicuramente meno attrezzato. Ho l’impressione che molte cose siano state cambiate, posizione del parcheggio, gli hotel del visitor center e anche tutto il percorso del rim trail me lo ricordavo spoglio. È tutto molto più curato, evidentemente hanno investito nell’infrastruttura generale e lo hanno fatto molto bene. Bravi.

La colazione è abbastanza semplice al Super 8 dove abbiamo soggiornato e dopo una breve pausa al negozio/ristorante della sera precedente per un po’ di shopping partiamo. Flagstaff è una città molto carina, ordinata e anche abbastanza grande. C’è un centro storico dove alcuni caseggiati di mattoni e negozi in tema ricordano il passaggio della Route 66 che cerchiamo di percorrere nella sua interezza verso Williams. Purtroppo una parte è stata sostituita dalla Interstate ma verso Williams riprendiamo la R66, ci fermiamo per una colazione rinforzata proprio a Williams vicino ad un cartello enorme della R66 in un cafe stile anni ’50 dove consumiamo una bella colazione all’americana e facciamo una passeggiata in una via parallela dove ci sono molti negozi tipici.

Riprendiamo la nostra strada verso Seligman, la cittadina che ha ispirato il film Cars. La strada è dritta, la vegetazione poca. Di fianco a noi a sx. per tutta la strada corre una ferrovia dove passano treni merci che sono infiniti. Abbiamo contato anche 140 vagoni consecutivi e 3 locomotive in serie per il traino. La ferrovia ha ancora un gran fascino nell’immaginario collettivo del west americano. Arriviamo a Seligman. Tutto è incentrato sulla R66 e troviamo molti veicoli che richiamano appunto il film. Il paese è molto piccolo ma è impossibile non fermarsi per qualche acquisto o per refrigerarsi in quanto fa molto caldo.

Ripartiamo alla volta di Kingman rigorosamente sulla R66, il panorama è abbastanza piatto, cespugli a destra e sinistra pochi i veicoli. Incontriamo piccoli paesi prima di Kingman che è una cittadina abbastanza grande e curata, ci fermiamo al museo della R66 al Visitor Center. Fa molto caldo e quindi decidiamo di visitare il museo a tema R66 che è carino ma nulla di più. Spendiamo qualche foto all’esterno dove c’è una locomotiva gigante in esposizione e dopo un piccolo riposino sul prato attiguo proseguiamo per Oatman.

Il bivio a sinistra dopo pochissimo dal visitor center ci immette sulla historic R66. Per un bel po’ la strada è diritta ma le montagne stanno arrivando. La bloody R66 è il pezzo più tortuoso, la strada è stretta, pochi o assenti i guard rail, andiamo a velocità veramente molto bassa, un po’ per il panorama e un po’ per sicurezza. Quando si scollina dopo poche miglia si arriva ad Oatman, piccolo paese a sfondo far west immerso nelle montagne desertiche e rocciose dell’Arizona.

Purtroppo essendo pomeriggio non riusciamo a veder gli spettacoli western di cui abbiamo letto, ma molti negozi sono aperti e facciamo un giro. L’attrazione sono i burros e cioè gli asini che circolano liberi e che mangiano dalle mani una specie di fieno pressato che vendono nei negozi. Mia figlia quindi alimenta una buona compagnia di burros per almeno mezz’ora, ma bisogna stare un po’ attenti perché qualche asino prepotente potrebbe diventare aggressivo verso altri asini e l’eventuale morso non dovrebbe essere molto simpatico. Il paese è un misto di attrazione turistica ma senza le luci di Vegas, tutto più naturale ma anche un pochino costruito.

Peccato però che molti locali simil saloon siano già chiusi. Riprendiamo il viaggio verso la nostra destinazione, si inizia a scendere sulla R66 verso Lake Havasu City. Il paesaggio diventa più pianeggiante e arriviamo al motel Days Inn nel tardo pomeriggio. La cittadina è immersa praticamente in un deserto ma è molto carina, il lago artificiale a destra Le dona comunque una certa eleganza qui nel mezzo dell’Arizona. Unico neo, fa veramente molto caldo ci sono circa 112° F anche di sera, anche se l’umidità è molto bassa. La serata passa tranquilla a un ristorante giapponese molto bello, dove abbiamo deciso di cenare, il Sho-gun.

Tip of the day: Se volete vedere una Oatman nella versione un po’ più turistica con i vari spettacoli dovrete arrivare entro le ore 12.00. Attenzione perché gli spettacoli nei mesi caldi subiscono variazione di orari.

15/8/2019 HAVASU LAKE CITY – JOSHUA TREE NATIONAL PARK – PALM SPRINGS

joshua tree diario di viaggioQualche anno fa durante un viaggio a Londra rimasi molto colpito dai tanti ponti che attraversano il Tamigi, ovviamente il Tower, il Black Friars (tristemente noto in Italia), Il Millenium e il London Bridge. Avevo letto di quest’ultimo che era stato ricostruito qualche decennio prima e che il ponte originale fosse stato spostato (spostato un ponte?) in una città americana. Certo non potevo immaginare che questo ponte fosse stato venduto, smontato e rimontato pietra su pietra proprio qui ad Havasu Lake City.

Infatti è il vero London Bridge che attraversa il lago artificiale e non una sua copia o una trovata pubblicitaria a mo’ di Las Vegas. Incuriosito e andando su Internet ho letto la storia incredibile di questa cittadina americana e di un imprenditore che nel mezzo del deserto ha creato questa città dal nulla utilizzando anche il London Bridge per dare più visibilità al progetto. Incredibile, una storia affascinante e molto Americana.

Visto la giornata che vogliamo prendere molto in relax, facciamo la ormai consueta pausa settimanale a sfondo lavanderia, sosta al Safeway per acquistare il pranzo al sacco che vorremmo consumare con calma al Joshua Tree National Park e partiamo. Salutiamo la signora della reception molto simpatica e amichevole, al nostro piccolo disappunto per il caldo già importante ci ricorda che lei si trasferì proprio per andare a vivere lì nel deserto dal Minnesota e che non si è mai pentita della scelta.

La mia mente vaga alla serie Fargo e alle strade perennemente ghiacciate, forse la signora non ha tutti i torti e il caldo diventa già più sopportabile. Facciamo un piccolo tour per attraversare il London Bridge che ha il suo fascino, il lago artificiale è pieno di barche e ha una sua marina. Sembra di essere in una località di mare. La strada verso Joshua ha un primo tratto di montagne di roccia dove l’emissario di Havasu Lake dà vita a uno specchio d’acqua dove vediamo molte persone intente in varie attività balneari (moto d’acqua, paddle eccetera) per poi diventare una strada piatta e nel mezzo del nulla.

Siamo ritornati nello stato di California e siamo in effetti stretti tra il deserto del Mojave di cui in lontananza vediamo la catena montuosa a destra e il Joshua tree a sinistra. Percorriamo la Twentynine Palms Hwy, ogni tanto vediamo qualche strada sterrata che si inoltra all’interno verso qualche casa, le buchette delle lettere tipiche americane a gruppi anche di 10 o più a ridosso della strada ci richiamano un po’ al film Erin Brockovic quando Julia Roberts va a visitare le persone nelle loro case in mezzo al deserto. Non so se è stato girato qui ma l’idea è quella.

Finalmente arriviamo al visitor center del Joshua a Twenty Nine Palms, una cittadina bassa in mezzo al deserto ma nel quale sembrano esserci tutti i principali servizi. I ranger e i volontari addetti ci danno qualche informazione, approfittiamo di tavoli per il picnic proprio lì fuori per consumare il nostro pranzo al sacco. Ci inoltriamo all’interno del parco compiendo un anello che ci riporterà fuori dal parco nel giro di un paio di ore.

All’inizio sembra un deserto normale, poi iniziamo a vedere i primi alberi di Yucca e ci fermiamo a fare molte foto in alcuni vista point. É veramente molto caldo ma fuori dall’auto spira una leggera brezza calda che risulta più piacevole di rimanere in auto con l’aria condizionata accesa. Alcuni punti sono chiusi per via dell’attività delle api, e in effetti all’ultimo punto (Hidden Valley) noto la loro presenza seppure sporadica. Fortunatamente non abbiamo consumato il pranzo all’aperto all’interno del parco, sarebbe stato abbastanza difficile con la presenza di api, meglio non sfidare questi piccoli insetti che possono essere anche molto pericolosi. Hidden Valley è veramente molto bella, c’è un percorso in mezzo alle rocce con sullo sfondo una valle piena zeppa di alberi di Yucca, il cielo è blu terso e il deserto regala bellissime sensazioni.

L’uscita dal parco ci immette sulla strada per Palm Springs, dove vogliamo arrivare nel pomeriggio per goderci un minimo di relax. Prima di arrivare attraversiamo una valle piena di pale eoliche, sono centinaia o forse anche un migliaio, vediamo anche alcuni parchi fotovoltaici abbastanza estesi. Evidentemente la California sta investendo moltissimo per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Palm Springs è una cittadina veramente molto curata ed elegante, molti negozi strade larghe, molti spazi verdi, palme e…molto caldo.

Il ns. hotel il Palm Mountain è molto carino e ne approfittiamo subito per una pausa pomeridiana in piscina che è veramente molto bella e immersa nel verde. La montagna dietro all’Hotel e il caldo ci ricordano però la presenza del deserto che circonda la città. È giovedì (ed è pure ferragosto) e alla sera la strada principale viene chiusa al traffico per una specie di mercatino serale con bancarelle e street food vari. Il caldo, appena il sole cala, lascia spazio ad una temperatura molto piacevole anche se ci sono in realtà almeno 106 °F. Finiamo la serata al Bill’s Pizza dove comunque mangiamo una discreta pizza e ci trattano in maniera molto gentile.

Tip of the day: Se avete Euro in contanti da cambiare in dollari tenete conto che solo nelle grandi città è possibile trovare banche attrezzate. A Palm Springs solo al Casinò siamo riusciti a farlo, anche se in generale i cambi valuta sono sempre molto sfavorevoli. Meglio affidarsi a bancomat o carte di credito ma anche qui informatevi bene presso la vostra banca sui costi relativi. La mia carta di credito mi ha applicato (scoperto una volta tornato) un 1% extra per ogni acquisto fatto, gli ATM hanno una commissione locale aggiuntiva a quella vostra della banca. Inutile lamentarsi, è ovviamente scritto in piccolo piccolo nelle condizioni generali, quelle che nessuno ormai legge più.

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16/08/2019 PALM SPRINGS – SAN DIEGO

Cosa vedere a San Diego

Il nostro Hotel è convenzionato con un caffè di fronte per la colazione. Abbiamo un voucher per la colazione continentale ma il posto è molto carino ed è in stile anni 50/60 tipo Happy days, decidiamo quindi di fare un up-grade alla colazione americana. Il posto si chiama Ruby’s Diner, ci facciamo portare caffè all’americana, uova, sausage, hash brown e tutto il resto. Belli rinfrancati facciamo il check-out e partiamo alla volta di San Diego.

La temperatura è già abbastanza alta, imbocchiamo velocemente una Freeway che ci porterà in un paio d’ore alle porte di San Diego. Nonostante San Diego non sia una città molto grande è comunque abbastanza trafficata e piena di svincoli, fatichiamo non poco a trovare la giusta strada per il nostro hotel, Hadlery. Il personale è molto gentile e poco dopo siamo già in possesso della stanza. Ci prepariamo per una visita alla spiaggia di Coronado, la temperatura è decisamente clemente rispetto a Palm Springs, il termometro segna 76 °F.

La strada che ci porta verso Coronado è abbastanza trafficata, in fondo è venerdì pomeriggio ed evidentemente molta gente è già proiettata verso il week-end. Percorriamo un ponte sopraelevato veramente notevole e che ci da una vista dall’alto di San Diego e della marina sottostante. La giornata è tersa con qualche striatura nuvolosa. Riusciamo a parcheggiare in un parchimetro a pagamento e ci avviamo verso la spiaggia. Il quartiere è molto elegante e la spiaggia di Coronado molto grande e molto profonda e soprattutto libera salvo alcuni ombrelloni di un hotel di fianco.

Non ci sembra vero di bagnare i piedi nell’Oceano, ma l’acqua è molto fredda e anche leggermente mossa. Qualche ragazzino prova a fare un po’ di surf sulla riva. Decidiamo di goderci la spiaggia e di guardare la gente passare che passeggia tranquillamente sul bagnoasciuga. Una famiglia ha lasciato sotto l’ombrellone il cartone della pizza da asporto e i gabbiani decisamente più grandi dei nostri cercano di forare il cartone e godersi un pranzetto. La luce del pomeriggio è particolare e ne approfittiamo per scattare una serie di foto.

Poco prima del tramonto lasciamo la spiaggia per organizzare la nostra cena, ci infiliamo ancora vestiti da spiaggia in infradito all’interno di un locale veramente molto elegante e io sono un po’ in imbarazzo rispetto alla clientela. I proprietari non si fanno grossi problemi e ci assegnano un tavolo. Mangiamo veramente molto bene, piatti a base di pesce e anche il servizio molto accurato, la cameriera molto professionale e amichevole. Lasciamo questa volta molto volentieri la mancia dovuta ed usciamo dal locale quando è già buio direzione hotel. Nel viaggio ci godiamo le luci di San Diego e all’hotel terminiamo la serata nei pressi della piscina a rilassarci e per pianificare la giornata successiva.

Tip of the day: Per potere utilizzare il navigatore su smartphone senza usare i dati cellulare, esistono diverse apps da poter scaricare. Noi abbiamo utilizzato un’app che funziona benissimo off-line (Here we go). L’importante è scaricare anticipatamente le mappe relative agli stati che si vogliono visitare o prima della partenza o tramite rete wi-fi anche sul posto.

17/08/2019 SAN DIEGO

Dove dormire a San DiegoDopo avere vagliato diverse escursioni abbiamo dovuto fare, come sempre, alcune scelte. I ragazzi non hanno voglia di spendere la giornata al SeaWorld e quindi abbiamo la possibilità di spendere la mattina al Balboa Park o all’Old Town. L’hotel ha una navetta gratuita a disposizione che decidiamo di sfruttare scegliendo per la mattinata la visita di Old Town, anche perché abbiamo da sbrigare la pratica della colazione.

L’autista, messicano, è molto gentile ed apprezza molto il fatto che oltre all’inglese ci rivolgiamo a lui in spagnolo, ci porta sul posto e ci da alcune dritte per i locali della zona. Sono praticamente tutti locali messicani, ma che fanno comunque anche colazioni americane. Decidiamo di entrare in un locale e dopo avere evitato tutto il menù a sfondo messicano con tanto di fagioli e pietanze un po’ troppo azzardate, consumiamo una tipica colazione all’americana con la sola variante dei tacos.

A pancia piena prendiamo confidenza con il quartiere che contiene molte case abbastanza storiche. Vicino a una chiesetta bianca c’è un parco molto carino dove si sta svolgendo il festival di Mark Twain. Ci sono delle bande vestite con uniformi dell’epoca che suonano, vediamo sfilate di personaggi vestiti come 200 anni fa quando questa parte di California era ancora sotto dominio messicano. Riusciamo anche a prendere parte come spettatori a una rappresentazione presso la casa de Estudillo di un matrimonio dell’epoca. Spendiamo un’altra oretta a vagare per il quartiere, prima di riprendere lo shuttle che ci riporta in Hotel.

A questo punto tra Balboa Park e La Jolla scegliamo quest’ultima. Nessuno è interessato a vedere musei o zoo che sono all’interno del Balboa e quindi con il nostro fidato Van ci muoviamo alla volta della spiaggia di La Jolla. È Sabato e si vede, le freeway sono abbastanza sgombre ma verso le spiagge il traffico si intensifica, e l’arrampicata verso il quartiere dove è situato la Jolla ci porta via un po’ di tempo. Il quartiere è decisamente elegante, parcheggiamo il van presso un parcheggio privato non particolarmente economico e ci avviamo alla scoperta della località.

La Jolla ha un golfetto dove è presente una spiaggia attrezzata piana con di fianco una parte con rocce e scogliere. Ci sono molte foche e leoni marini che nuotano in mare e che sono sulle scogliere a prendere il sole. Ci si può avvicinare veramente molto per scattare qualche foto, non so quanto sia consigliato arrivare ad un paio di metri di distanza da loro. Ci sono molte canoe che praticamente nuotano insieme a loro e una compagnia di persone che stanno facendo snorkeling con tanto di muta (ti credo visto la temperatura dell’acqua). L’odore nell’aria però non è molto gradevole, evidentemente per la presenza di foche, leoni marini e anche di diversi pellicani.

La spiaggia successiva si apre un po’ ma resta di base una scogliera piena di foche e pellicani, a sinistra abbiamo invece un parco molto elegante. Girovaghiamo ancora un po’ per il quartiere e decidiamo di fare anche un po’ di shopping. Dopo un paio di ore decidiamo di rientrare verso l’hotel, attraversiamo la città e costeggiamo la zona di Mission dove è presente anche SeaWorld. Torniamo all’Hotel dove ci rilassiamo in piscina e chiacchieriamo con la barista, una signora sui 50 anni di San Diego molto carina che ci racconta un po’ della sua vita.

Pianifichiamo la cena della serata al quartiere di Gaslamp, dove ci rechiamo in auto. É sabato sera e c’è veramente tantissima gente in giro. Il quartiere è pieno di locali e ristoranti, molte persone arrivano in taxi, altre persone invece sono su specie di tandem elettrici con tanto di autista/ciclista e musica a palla. La nostra intenzione era di andare a mangiare in un locale spagnolo, purtroppo troppo pieno e quindi siamo stati costretti a cambiare destinazione.

I locali sono quasi tutti pieni e ripieghiamo per un ristorante italiano che poi scopriamo essere una catena. Decidiamo di mangiare pasta e di consumare anche dell’ottimo vino californiano, tutto sommato una cena italiana non male. Dopo cena ci godiamo ancora un po’ l’atmosfera del quartiere che è veramente frizzante e dopo un po’ di shopping in un negozio ancora aperto nonostante l’orario rientriamo verso l’Hotel.

Tip of the day: Se vi recate nei week end nel quartiere di Gaslamp e volete frequentare un locale ben preciso ricordate di prenotare prima.

18/08/2019 SAN DIEGO – LOS ANGELES

Visitare Venice BeachLa mattina con calma partiamo verso Los Angeles, direzione Westin hotel ad Inglewood. Arrivati e praticato il check-in partiamo velocemente alla scoperta di Los Angeles. La giornata nel viaggio di arrivo verso L.A sembra un po’ bruttina, una sorta di foschia alta non ci permette di vedere il sole, ma siamo fiduciosi e ci dirigiamo verso Santa Monica.

La nostra fiducia viene ripagata, a Santa Monica ci ritroviamo immersi nel sole e fa pure un discreto caldo. Il pier è veramente pieno di gente, molti fanno foto dal molo oppure dal cartello che indica la fine della R66. Incontro alcuni bikers che si fanno certificare il loro viaggio con l’ultimo timbro, l’hanno percorsa completamente in moto in circa 13 gg. Ci rechiamo al luna park, dove i miei figli fanno un paio di giri sulla piccola montagna russa, molto turistico ma dovuto.

Passiamo sul molo un ‘oretta, io principalmente a guardare le persone che si accalcano. Facciamo una piccola pausa presso un Mc Donald e torniamo a goderci la movimentata spiaggia di Santa Monica. C’è praticamente di tutto, artisti che suonano, ragazzi che fanno yoga o palestra, alcuni che fanno esercizi di equilibrismo o alle sbarre. Prendiamo delle biciclette a noleggio e facciamo la ciclabile che ci porta a Venice Beach.

Veramente una fusione di tanta gente di tutti i colori. Sulla ciclabile c’è di tutto, biciclette, tandem, bici a tre ruote, monopattini, monopattini elettrici che sembrano essere l’ultima moda, skateboard, hoverboard ecc. ecc.,  tantissima gente percorre la strada dove ci sono molti negozietti, gente che balla, musica. Veramente una bellissima atmosfera con tanta tantissima energia, un bellissimo pomeriggio. La spiaggia è molto profonda, il mare, come a San Diego, abbastanza freddo per il nostro standard.

Mio fratello e la sua ragazza ci lasciano, prendono un Uber per tornare in hotel in quanto hanno organizzato una serata con la cugina di lei che si è trasferita recentemente da New York a Los Angeles. Ripreso il Van decidiamo di andare a vedere il walk of fame visto che siamo già indirizzati verso la parte nord ovest della città. Parcheggiamo al centro commerciale li vicino che è quasi buio, c’è veramente un sacco di gente sia al centro commerciale che sulla strada.

Facciamo un po’ di shopping all’Hard Rock Café, e ci fermiamo a mangiare in un ristorante del centro commerciale dove mangiamo una discreta pizza e i miei figli un discreto piatto di pasta. Una veloce passeggiata e rientriamo verso l’Hotel. Il navigatore ci fa fare tutta città ed attraversiamo una serie di strade molto famose, il Sunset blvd, l’Hollywood blvd, Melrose, Beverly, praticamente dritto per dritto attraverso una serie innumerevole di semafori. Entriamo brevemente in freeway per poi uscire praticamente subito solamente nei pressi dell’hotel.

Impieghiamo più di un’ora, ma essere dentro il traffico di Los Angeles, fare parte di questa città immortalata in molteplici film, telefilm, serie tv è stata una bella sorpresa ed esperienza. Il cielo in parte ancora leggermente luminoso ad ovest e le luci della città ci hanno regalato comunque un’atmosfera decisamente californiana che non dimenticheremo. Lasciamo il Van al valet dell’hotel e andiamo a dormire.

Tip of the day: Il parcheggio del centro commerciale Hollywood & Higland è molto comodo per visitare la famosa strada del Walk of Fame. Le prime due ore hanno un costo di qualche dollaro se fate compere nel centro o consumante qualcosa (esempio Starbucks). Nel caso non dimenticate di farvi obliterare elettronicamente il biglietto del Parking per ottenere il prezzo speciale.

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19/08/2019 LOS ANGELES

Hollywood tour Los Angeles

La mattina seguente la giornata non è un granché, una sorta di foschia grigia ci avvolge. Richiediamo all’addetto del valet il Van, il dollaro d’ordinanza come mancia scivola dalla mano. Certo non vogliamo fare brutte figure proprio l’ultimo giorno. E già, è l’ultimo giorno, sono passate 3 settimane in un lampo. La sera precedente non abbiamo avuto la possibilità di confrontarci, i due piccioncini hanno fatto seratona a Malibù in un ristorante di pesce ospiti dei locali losangelini. Fortunati loro.

Chiediamo quindi se qualcuno avesse voglia di andare agli Universal Studios (i ragazzi che dicono?) ma alla fine tutti vogliamo ancora vedere un po’ la città. Ci dirigiamo quindi verso il Griffith Observatory perché vogliamo vedere la scritta Hollywood da vicino, sulla strada ci fermiamo in uno Starbucks dove acquistiamo il necessario per la prima colazione da consumare per strada.

La strada ai piedi della salita è in una zona molto elegante, dopo una serie di curve e qualche chilometro arriviamo all’osservatorio. La vista non è un granché perché la foschia verso Downtown è ancora abbastanza spessa e perché essendo giorno non possiamo gustarci le luci della città di notte. Anche la vista della scritta Hollywood non è molto vicina e quindi decidiamo di ripartire per avvicinarci.

Un addetto al parcheggio molto gentilmente ci dà le indicazioni di come fare ad arrivare molto più vicino alla scritta. Ripartiamo e procediamo la strada in discesa e ci arrampichiamo attraverso la collina per una strada decisamente stretta. È un dedalo di vie, tornanti, curve strette. Spesso dobbiamo fermarci per fare passare altre auto o i pick-up dei giardinieri che curano le bellissime case presenti.

Arriviamo molto vicino ma dobbiamo parcheggiare la macchina e proseguire a piedi, l’ultimo pezzo è vietato alle auto e ci avventuriamo fino ad arrivare ad un cancello da dove vediamo la scritta Hollywood. Attraversando questo cancello aperto (sembra quasi di una strada privata) arriviamo veramente molto vicino alla scritta. Ci siamo praticamente sotto, sembra quasi di toccarla.

Facciamo moltissime foto, nel frattempo la giornata è diventata serena, la foschia è fortunatamente scomparsa. Fatte le foto ripercorriamo il labirinto di strade che ci riportano a valle e facciamo un passaggio nuovamente alla Walk of Fame visto che i nottambuli non l’avevano ancora vista. Parcheggiamo nuovamente al centro commerciale e usciamo sulla via.

C’è veramente un sacco di gente, molto più della sera e la giornata è diventata molto ma molto calda. Facciamo una passeggiata per stelle, vediamo anche il Chinese Theatre. Ognuno si sorprende ad ogni stella dell’attore o personaggio preferito che incontra, ma è difficile fare foto con tranquillità. Una cosa un po’ americana ma ci sta. Rientriamo al centro commerciale e facciamo un po’ di shopping e mangiamo qualcosa.

Io personalmente mi trangugio un ottimo hot-dog acquistato ad uno dei tanti banchetti sulla strada. Ormai è pomeriggio e decidiamo di proseguire il nostro giro verso il Peach-Pit per una foto del locale famoso del film 90210, dentro al locale c’è una troupe cinematografica che sta facendo delle riprese. La nostra futura tappa è il quartiere di Beverly Hills, percorriamo una strada tipica con le palme e le case con giardino esterno e marciapiede, fermiamo l’auto e ci avventuriamo a piedi. Siamo praticamente dentro ad un film, riprese ed immagini viste tantissime volte.

Le case, beh non ne parliamo, tutte bellissime, finalmente tra le auto parcheggiate fuori anche qualche auto europea top di gamma mercedes, bmw, ferrari, aston martin, le uniche americane sono le Tesla (alcune in carica tramite cavo) che qui sembrano godere di buona popolarità. Mi soffermo a guardare le poche persone che escono dalle case, sembrano tutte persone molto normali, sembra quasi di conoscerle.

L’ambiente è tranquillo, sognante, perfetto, tutto è al posto giusto, qualche ragazzina porta a spasso il cane, qualche giardiniere carica gli attrezzi sul furgone, un pick-up che fa servizio per piscine. Chi non vorrebbe abitare qui ?

La tappa successiva ci porta a Rodeo Drive, una strada veramente molto elegante ma con i negozi inavvicinabili, ci fermiamo e passeggiamo un pochino nel quartiere, molto elegante che ci ricorda ovviamente il film di Pretty Woman. Alla fine della strada dall’altra parte dell’incrocio a sinistra l’Hotel appunto del film. La zona è veramente molto bella, ma ovviamente off-limits per le nostre finanze.

È pomeriggio inoltrato e tenuto conto del traffico della città decidiamo con calma di rientrare. Mi godo ogni singola strada, incrocio, auto, segnale, palazzo, questa città mi sta piacendo, avrà sicuramente i suoi problemi e quartieri difficili ma questa zona della città è appassionante.

Evitiamo di passare da Bel Air, l’idea è quella di rivedere Santa Monica ma il traffico ce lo sconsiglia anche perché decidiamo di rendere l’auto con qualche ora di anticipo. All’Hotel scarichiamo tutte le nostre cose rimaste nel van, cartine, mappe ecc. ecc., regaliamo il nostro frigo di polistirolo agli addetti del valet (“good for beers with the guys…” si lascia scappare un ragazzo del parcheggio) e insieme a mio fratello ci dirigiamo alla riconsegna dell’Alamo che non è molto lontano.

La riconsegna è velocissima, siamo un po’ preoccupati che ci trovino qualche problema ma tutto fila liscio. Fanno un servizio molto comodo con Shuttle che ci riporterà all’hotel, nell’attesa scambiamo qualche chiacchierata con una famiglia toscana che sta consegnando la macchina e condividiamo le emozioni dei posti in comune che abbiamo visto.

All’hotel prepariamo le valigie per il ritorno e siamo costretti a comprare una valigia in più che utilizzeremo in comune per portarci a casa tutto lo shopping della vacanza da mettere in stiva. Per la serata, visto l’orario della sveglia mattutina intorno alle 4.00, troviamo un Denny’s vicino all’hotel a cui ci rechiamo a piedi. La serata scorre tranquilla anche se un po’ malinconica e poi tutti a nanna.

Tip of the day: Se volete arrivare veramente molto vicino alla scritta Hollywood con l’auto, inserite sul navigatore come destinazione: Lake Hollywood Park, tenendo conto che gli ultimi 4-500 mt. dovrete uscire dall’auto e farli a piedi.

20/08/2019 LOS ANGELES – MONTREAL – ROMA – BOLOGNA

È la giornata del ritorno, sveglia con il buio e approfittando dello shuttle dell’hotel andiamo all’aeroporto. Al check-in imbarchiamo l’unica valigia che abbiamo pagando un supplemento di 55 dollari e ci accertiamo con l’addetto che ci ritroveremo il bagaglio direttamente a Roma ed espletiamo le procedure di sicurezza e di dogana che sono molto veloci in quanto automatiche tramite Kiosk.

L’aereo che ci riporta in Canada a Montreal è lo stesso tipo dell’andata, la scalo è di meno di 3 ore, le procedure di coincidenza sono molto veloci ma ciò non ci permette di pensare di vedere anche velocemente la città di Montreal, decidiamo quindi di rimanere in aeroporto dove spendiamo gli ultimi dollari americani che abbiamo in cibo e shopping vario. Attendiamo il nostro aereo intercontinentale che è lo stesso tipo dell’andata un 777 e ci imbarchiamo per Roma.

Il ritorno è un po’ impegnativo per via di alcune perturbazioni che fanno ballare il nostro aereo, ma alla fine tra mangiare, bere e qualche film ce la passiamo abbastanza bene. L’atterraggio a Roma è perfetto, notiamo con piacere che nessuno applaude al comandante (tipo voli charter vari), nonostante la destinazione gli italiani non sono tanti evidentemente. Espletate le varie formalità aspettiamo lo shuttle del parcheggio, subito notiamo la differenza con Los Angeles dove tutto era caotico come a Roma ma nessuno si sognava di fermarsi in doppia e tripla fila come abbiamo visto fare a Fiumicino.

Ritirata la macchina prendiamo la strada verso casa, subito il casello (ah è vero che qui da noi si paga l’autostrada..), ma è l’autostrada vera e propria, molto trafficata e decisamente stretta per lo standard a cui eravamo abituati, che ci fa molto strano. Il viaggio scorre abbastanza bene anche se onestamente la nottata in aereo in cui non ho chiuso occhio ci fa fermare almeno 3-4 volte per stanchezza. Anche i caffè contano poco ma alla fine riusciamo ad arrivare a Bologna.

Ci salutiamo velocemente con i compagni di viaggio ripromettendoci di vederci nel giro di qualche giorno per scambiarci le foto, ci sembra strano dopo 3 settimane passate insieme h 24. Quella malinconia strana che ti assale dopo un viaggio bellissimo in cui tutto deve tornare alla normalità velocemente, ci dice che abbiamo vissuto un sogno, il sogno di tutta una vita che ora appartiene a noi. Per sempre.

Tip of the day: Il jet lag del viaggio verso Est (quindi di ritorno) è micidiale. Ci abbiamo messo 4-5 giorni a rimettere in ordine il nostro orologio circadiano. Oltre a cercare di dormire nel viaggio di ritorno in caso di viaggio di notte sull’aereo e di obbligarci al ritmo del nostro fuso orario, abbiamo utilizzato melatonina come integratore prima di dormire per favorire il sonno e recuperare il nostro ritmo naturale.

Marco Parazza

Dalla East Coast alla West Coast con voli interni: diario di viaggio in 22 giorni

West Coast East Coast Diario di Viaggio

Questo è il diario di viaggio di tre settimane nel subcontinente nordamericano con il mio amico Giorgio, che ha visitato per la prima volta in questa occasione il Nuovo Mondo. Cercherò di raccontare la nostra esperienza fra laghi, parchi, cascate, città ed istituzioni del nord America, mettendo a disposizione anche consigli pratici per chi vuole organizzare un viaggio fai da te.

Venerdì 30 agosto 2019: partenza da Milano Malpensa

Lasciamo La Spezia in auto alle 7. Il nostro volo decollerà alle 13,55 con arrivo previsto a Toronto alle 17,15 (ora locale). Abbiamo scelto AirItaly (ex Meridiana). Prenotazione effettuata a fine giugno, tariffa economy, valigia in stiva (752,00 € in due). Arrivo al parcheggio di Somma Lombardo alle 10,00. Il parcheggio per tre settimane con Park-via costa appena 87,00 € col transfert per l’aerostazione.

Prima delle 10,30 siamo al banco del check-in. AirItaly effettua un precontrollo dei passaporti e delle autorizzazioni Eta (Canada) ed Esta (Stati Uniti). Alle 11,00 siamo al controllo doganale e qui c’è un problema: Giorgio, non abituato a viaggiare, ha messo una bottiglia di vino nel trolley a mano. Vogliono gettarla. Mi oppongo. Per fortuna trovo una persona ragionevole che mi consente di tornare al banco AirItaly dove, tuttavia, non è possibile spedire la bottiglia. Grazie all’intervento del Manager di AirItaly di Malpensa, signor Zani la bottiglia verrà conservata fino al nostro rientro e ci verrà restituita sabato 21 settembre.

Nel tornare all’area imbarchi non trovo Giorgio che ricomparirà dopo varie chiamate e richieste informazioni attorno alle 12. Panino al bar (prezzi astronomici), quindi imbarco sull’Airbus di AirItaly. Purtroppo il decollo avviene solo alle 14,45. In ogni caso atterriamo a Toronto alle 17,30 con soli 15 minuti di ritardo. Recupero veloce delle valigie ed incontro con Desmond, il nostro Host di Airbnb, che ci aveva proposto per una cifra ragionevolissima (25,00 dollari canadesi, 17,50 €) di prelevarci. Arrivo nella casetta di Toronto in uno splendido pomeriggio di sole, sistemazione, giro intorno, cena ed a nanna.

Sabato 31 agosto 2019: arrivo a Toronto

Andiamo in centro con autobus e metropolitana, grazie al biglietto procuratoci dall’host per una cifra modestissima (13 dollari canadesi in due, poco più di 9 euro). Facilità massima di movimento. Trascorriamo la mattinata nel cuore della metropoli canadese, salendo sulla famosa Tour CN Tower, alta 533 metri, che domina tutta la città e l’Ontario. Pomeriggio al museo ferroviario di Toronto e poi a Chinatown, dove facciamo acquisti e ci informiamo sul pullman per le cascate del Niagara. Desmond, infatti, ci ha suggerito di raggiungere autonomamente le cascate, risparmiando moltissimo.

Domenica 1 settembre 2019: visita alle Cascate del Niagara

Niagara FallsPartenza da casa per Chinatown, dove prendiamo il bus per il Casinò di Niagara Falls. Spendiamo 60,00 dollari canadesi per andata e ritorno in due (42,00 €) ed all’arrivo ci danno pure una tesserina per giocare alle slot con dieci dollari di credito. Il viaggio in pullman ci permette di vedere benissimo la zona dei laghi. Un terzo dei passeggeri del bus lascia immediatamente il Casinò per andare alle cascate.

Visita dall’esterno delle cascate e poi ci imbarchiamo sul battello rosso Hornblower (quello dal lato statunitense è il Maid of the Mist blu) per andarci sotto. Lo spettacolo è imponente. Tutti con l’impermeabilino rosso a fare foto, selfie, filmini o nel mio caso dirette Facebook per amici e parenti a casa. Il tour in battello dura poco e viene ora di pranzo. Nel frattempo è spuntato il sole. Ci accomodiamo su una panchina e mangiamo i panini che ci eravamo portati. Il tempo di un (pessimo) caffè al bar e poi andiamo allo Skylon Tower, la torre che sovrasta le cascate.

Incontriamo due coppie di paesi dell’ex Unione Sovietica che appena scoprono che siamo Italiani ci parlano di Toto Cutugno (peraltro nostro concittadino spezzino) e della cucina italiana. Discesi a terra ci dirigiamo verso il Casinò dove sfruttiamo la nostra tessera, andiamo a giocare alle slot e vinciamo qualche spicciolo (una dozzina di dollari in due) che prontamente incassiamo. Poco dopo ci mettiamo in fila per rientrare a Toronto col primo autobus disponibile. Arriveremo in due ore, in tempo per andare a cena in un ottimo ristorante greco. L’escursione fai da te alle cascate è costata 103 euro in due, contro gli oltre 120 a testa dei tour organizzati. In più siamo stati al Casinò e ci siamo divertiti a vedere i giochi e provare le slot machine.

Lunedì 2 settembre 2019: partenza per New York

midtown-new-york-dove-dormireCi accompagna Desmond all’aeroporto internazionale Pearson. Il nostro volo per il Fiorello La Guardia di New York decollerà alle 12,25. Dobbiamo pagare ed imbarcare le valigie da stiva. Si vola con la West Jet. Costo 255,00 € a cui aggiungeremo 63,00 dollari canadesi (44,00 €). Tutto bene e veloce. L’intoppo mi capita alla dogana americana. Infatti, per chi vola da Toronto agli States il controllo avviene direttamente in Canada.

Prima un agente americano mi interroga sulla mia destinazione e mi chiede addirittura di vedere la prenotazione Airbnb sul cellulare, poi quando dichiaro di avere una banana (sì proprio una banana!) insieme ai panini che avevo preparato per il pranzo mi spedisce in un altro ufficio della dogana. Capisco che per il frutto esotico non c’è speranza. Allora, per evitare che me lo buttino direttamente, con sprezzo del pericolo lo mangio. Al momento in cui un altro doganiere mi chiama e mi chiede della banana non posso far altro che dichiarare di averla mangiata, consegnando la buccia. L’agente statunitense butta il residuo e ci dà, finalmente, il via libera all’ingresso negli Usa.

A me stavolta non timbrano neppure il passaporto. Il volo per New York parte in ritardo, ma arriva all’orario previsto. Recuperiamo facilmente le valigie e poi siamo liberi. Per prima cosa andiamo ad acquistare due metro card (34,00 $ per una settimana a persona) e saliamo su un bus che ci porta a Roosevelt Avenue, dove si prende la linea verde E per Jamaica. Piove e la città è in tilt per il Labor Day.

Conosciamo due donne delle pulizie ecuadoriane, con cui parlo spagnolo. A Jamaica Station piove, Giorgio è stanco e siamo costretti a prendere un taxi per arrivare alla nostra sistemazione a Bascom Avenue. Non ho il Wi-Fi e quando arrivo Shirley non è a casa. Grazie alla gentilezza del taxista la chiamo ed allora mi fa dare le chiavi del sottoscala da una vicina di casa. L’alloggio è piccolo, anche se dotato di tutto il necessario. Per la cifra irrisoria pagata (meno di 250,00 € per cinque giorni) possiamo accontentarci.

Dopo essere entrati in casa andiamo a cercare un negozio di telefonini perché la scheda Lykamobile, acquistata su Amazon per meno di 20,00 € non funziona. Alla fine dobbiamo comprare per 70,00 $ un cellulare LG americano. Mai acquisto si rivelò più azzeccato! Forse avremmo dovuto comprarlo con lo schermo più grande spendendo 30,00$ in più. Comunque è divertente la trattativa che porta a spuntare l’acquisto del cellulare che costava 110,00 $ a 70,00 $. Del resto i venditori erano indiani e noi italiani non siamo da meno dei mediorientali.

Con il nostro cellulare in mano e la possibilità di fare chiamate illimitate in America ed in Italia oltreché a connetterci ad internet esploriamo Queens. Per prima cosa andiamo a trovare Josè Castro, un dominicano conosciuto lo scorso anno. Baci, abbracci e passaggio fino al ristorante portoghese Lavrador, dove ci offre da bere e poi ceniamo con una splendida Paella ed un merluzzo succulento. Giorgio è molto contento anche se dopo lo costringo a rientrare a casa camminando per due miglia.

La prima giornata negli Usa si conclude bene, dopo il rischio di essere bloccati per un frutto di troppo. Morale della favola: in Nord America sono terrorizzati dai frutti freschi, dai semi e dalle piante. Meglio rinunciarvi.

Martedì 3 Settembre 2019: visita all’Empire State Building e Brooklyn

Brooklyn Bridge ParkCi alziamo prestissimo. E’ troppa la voglia di Giorgio di arrivare nel cuore della Grande Mela. Bus a Rockway Boulevard alle 6,30, metro E a Jamaica Center, arrivo a Lexington Avenue alle 7,20. Il cuore di New York è lì con i suoi grattacieli. Giorgio comincia a camminare senza sosta ed arriviamo a Union Station. Ci fermiamo al caffè Grand Central per un breakfast americano con uova, bacon, plum-cake, caffè e camerieri che ti riveriscono e ti mettono a caricare il cellulare. 50,00$ per cominciare!

Dopo arriviamo all’Empire State Building dove iniziamo a sfruttare il nostro New York Pass sul telefonino. L’abbiamo comprato su internet, scaricato ed attivato sul dispositivo mobile. Con 200,00 € a testa in 4 giorni potremo visitare oltre 100 attrazioni.

Dopo l’Empire State Building ci dirigiamo verso la First Avenue, dove si trova il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Alle 13,30, infatti, abbiamo la visita guidata (comprata a parte per 32,00 €), in italiano, alla sede delle Nazioni Unite. Il gruppo italiano non è molto numeroso, rispetto a quelli in inglese o spagnolo, ma abbastanza rumoroso. La bravissima guida ci fa entrare in tutte le sale in cui si riuniscono il consiglio di sicurezza, il consiglio economico sociale, l’assemblea generale, ecc. Dopo la visita alle Nazioni Unite andiamo a Port Authority a prendere il taxi giallo del mare che ci porta sotto la statua della liberà e ci fa risalire fino a Brooklyn.

In serata alle 19,30 andiamo a Battery Park dove vi imbarchiamo sul traghetto gratuito per Staten Island. Arrivati sull’isola parte di New York prendiamo un treno della MTA per Tottenville all’estremità opposta dell’isola. Appena arrivati andiamo alla ricerca di un ristorante e troviamo una Taqueria Oaxaca, tipico locale messicano. Rientriamo a Queens a tarda notte, dopo aver conosciuto una parte di New York sconosciuta ai più.

Mercoledì 4 Settembre 2019: visita alla Statua della Libertà

coda battello per liberty island
Fila per il battello

Lunghissima visita alla Statua della Libertà ed al museo dell’emigrazione di Ellis Island (sei ore). All’arrivo a terra andiamo al museo dell’Olocausto a Battery park, il più grande degli Stati Uniti d’America. Visita alla piscina che ricorda le vittime dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e cena al pub O’Hara,

Giovedì 5 Settembre 2019: memoriale dell’11 settembre e Rockefeller Center

911 Memorial New YorkVisita al memoriale nazionale dell’11 Settembre al World Trade Center al mattino, pomeriggio al Rockfeller Center (Top of the rock), incontro con Roberto Petruccelli al ristorante Levante a Long Island City. La visita al memoriale dell’11 settembre è sempre, almeno per me, il momento più toccante di una visita a New York. Sono migliaia le persone che rendono omaggio alle vittime ed agli eroi di quel tragico martedì di inizio millennio, che ha mostrato al mondo la vulnerabilità anche dell’America di fronte all’odio insensato del terrorismo islamico.

Dopo la visita andiamo a pranzo in una Epicerie al World Trade Center, quindi in metro raggiungiamo la cattedrale di San Patrizio e in seguito il Rockefeller Center. Dalle terrazze del Top of the Rock si vede tutto il panorama di New York su ogni lato. Restiamo lì fino alle 17 poi raggiungiamo Long Island City all’inizio del Queens dove incontreremo il nostro amico italo americano.

Il locale Levante è molto alla moda, frequentato da giovani italiani ed americani, in una zona che sta vivendo un grande boom. C’è un evento della Camera di Commercio Italo-Americana di New York per promuovere i prodotti agroalimentari nazionali. La responsabile del locale Valentina è di Varazze e conosce il sindaco di Riccò del Golfo, un paese vicino alla Spezia. Selfie e post su Facebook e Whatsapp. L’atmosfera è allegra, ma il posto è molto caro. Non lo consiglio. Per tre spritz, due pizze ed una bottiglia di vino italiano Igp rosso dell’Etna spendiamo 190,00 $ in tre, compresi 30,00 $ di mancia. Un po’ troppo, al di là dell’atmosfera autenticamente italiana!

Venerdì 6 Settembre 2019: Intrepid e Met

Intrepid Sea, Air & Space MuseumArriviamo presto a Manhattan, dopo essere stati a casa di Chris, il mio host del 2018, a Queens per consegnargli una bottiglia di Chianti, portata per lui dall’Italia. Prendiamo l’autobus Hop on Hop off, compreso nel nostro New York Pass. Andiamo in giro per un paio d’ore, poi ci fermiamo al Pier 85 dove è attraccata la portaerei Intrepid, un museo dell’aviazione statunitense.

Entriamo e possiamo conoscere la storia di questa enorme portaeromobili in servizio dal 1943 al 1974, impegnata nella parte finale della seconda guerra mondiale, nella guerra di Corea ed in quella del Vietnam. All’interno della portaerei museo c’è una sezione dedicata alle conquiste dello spazio statunitensi e sovietiche, lo Shuttle Enterprise e una sezione dove si entra nello spazio virtuale tridimensionale con la testimonianza di Mae Jemison, prima donna astronauta statunitense di colore.

Restiamo sull’Intrepid fino alle 15 poi ci imbarchiamo sulla Circle Line ed andiamo a fare un altro giro di New York dal fiume. Piove e ci godiamo la Statua della Libertà, il distretto finanziario di Manhattan, il ponte di Brooklyn e l’Hudson in una prospettiva diversa dal solito, autunnale, ma non meno affascinante. Dopo la sbarco risaliamo sul bus turistico ed andiamo a visitare Upper Manhattan fino a Central Park o meglio al Museum Mile.

Scendiamo proprio davanti al Met, il Metropolitan Museum of Art di New York che il venerdì sera fa orario lungo. Ne approfittiamo per visitarlo dalle 19 alle 21. La nostra ultima serata newyorchese si conclude al Kentucky Fried Chicken, dove assaggiamo il famoso pollo del colonnello Sanders. A me piace molto, a Giorgio che lo trova troppo speziato un po’ meno.

Sabato 7 Settembre 2019: da New York a Washington in autobus

washington cosa vedere in tre giorniCi prepariamo per la partenza da New York a Washington in autobus. Prima di tutto facciamo un ultimo giro di Queens e visitiamo, fra le tante improbabili chiese fai da te, una parrocchia cattolica di San Clemente Papa, scoperta da Giorgio, in cui si sta celebrando un matrimonio. Quando usciamo viene a salutarci un signore che ci chiede da dove veniamo e ci racconta che la Chiesa è quella della comunità cattolica nigeriana di Queens.

Prima di partire per Jamaica Center e per Port Authority dove ci attende il nostro bus per la capitale federale ci facciamo preparare dei gustosissimi panini in un negozio gestito da centroamericani. Possiamo scegliere pane ed ingredienti (prosciutto, insalata, pomodori) evitando le terribili salse statunitensi.

Alle 13 in punto il nostro bus lascia il terminal ed iniziamo il nostro viaggio verso Washington. Prima dell’imbarco bottiglia d’acqua ghiacciata in omaggio. Sulla corriera pochissima gente, Wi-Fi molto forte ed i servizi igienici, Il viaggio deve durare 4 ore e 15, ma dopo 3 ore e 50 siamo alla Union Station di Washington D.C.. In autobus conosco una studentessa statunitense di origine polacca, Magda, che ha studiato a Camerino e le ore di viaggio, grazie anche alla bellezza del territorio attraversato (New Jersey, Pennsylvania, Maryland) volano. Il costo del biglietto è stato veramente modesto: 23,60 € in due, con le valigie.

Il tempo di sistemarci in stazione e poi prendiamo un taxi per la nostra residenza temporanea a Washington. Un appartamento vicino a Minnesota Avenue, nell’abitazione di un impiegato del governo USA. Una stanza ampia e luminosa con bagno, in una casa con una fantastica cucina americana, una enorme lavatrice ed una altrettanto grande asciugatrice. Nel giro di un paio d’ore laviamo tutti i panni di una settimana in America e li asciughiamo.

All’ora di cena partiamo in Metro per il centro. Scendiamo vicino a Pennsylvania Avenue e prima di mangiare andiamo a vedere la Casa Bianca. La dimora del presidente è dietro una barriera protettiva ed è abbastanza deludente.

Una passeggiata per il centro – intravediamo fra l’altro le sedi della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale- e poi andiamo a cena da Founding Farmers, un tipico ristorante Usa in cui prendiamo una bella bistecca ed un fish & chips. Prima di tornare a casa ci fermiamo in un negozio aperto 24 ore al giorno a comprarci un po’ di cibo e bevande per la colazione ed il pranzo della domenica.

Domenica 8 Settembre 2019: Washington Monument e Arlington

Omaggio a Kennedy ArlingtonAl mattino puntiamo sui vari memoriali. Il Washington Monument è chiuso per restauro. Andiamo al memoriale della II guerra mondiale, a quello della I guerra mondiale e poi ci fermiamo a quello di Martin Luther King. Probabilmente uno dei più visitati. Dopo il pranzo al sacco saliamo su un autobus Circulator, istituito quest’anno dalla municipalità di Washington, elettrico, e con il wi-fi, che ti porta in giro per le principali attrazioni della città (leggi la nostra guida su come muoversi a Washington).

Scendiamo a Union Station, prendiamo un caffè e poi andiamo a Georgetown University. Nel tardo pomeriggio in Metropolitana attraversiamo il Potomac ed arriviamo in Virginia, al cimitero monumentale di Arlington. Nostra meta la tomba di John Fitzgerald Kennedy, primo presidente cattolico della storia americana, assassinato a Dallas nel 1963, e poi la tomba del milite ignoto statunitense, dove assistiamo ad un coinvolgente cambio della guardia.

Rientro a Washington alle 19 quando Arlington chiude. Cena veloce in centro e rientro. Al solito negozio aperto 24 ore al giorno facciamo la conoscenza di Emmanuel, un ingegnere italo-eritreo di Parma, che è dovuto venire nella capitale statunitense a fare il taxista di Uber per la crisi delle costruzioni nel nostro Paese. Una nostalgia infinita del Bel Paese e un monito contro l’impoverimento dell’Italia che allontana i laureati.

Lunedì 9 Settembre 2019: Capitol Hill

United States Capitol

Alle 8,00 siamo già a Capitol Hill, sede del congresso degli Stati Uniti. Il nostro tour guidato è per le 9,00, ma ci viene proposto di anticiparlo alle 8,40. Ci iscriviamo ad altri tre tour, riguardanti in particolare l’impegno per il voto alle donne e l’abolizione della schiavitù. Otteniamo anche i biglietti per poter assistere dalle tribune ad una seduta della Camera dei Rappresentanti e del Senato, che riprendono i lavori dopo la pausa estiva.

Siamo gli unici italiani in mezzo a centinaia di statunitensi, latino americani ed asiatici. La visita viene preceduta dalla proiezione di un documentario sulla nascita della democrazia americana e sul ruolo del parlamento che è la prima istituzione richiamata nella costituzione statunitense. Ogni giorno Capitol Hill è visitata da una media di 10.000 visitatori e sono tre milioni l’anno gli Americani ed i cittadini di altri paesi che entrano nella principale istituzione statunitense.

Durante la nostra visita abbiamo accesso alla caffetteria ed al ristorante frequentati anche dai parlamentari Usa. Alle 14 entriamo ad una seduta della Camera dei Rappresentanti. Dura pochissimo l’intervento di un Rappresentante che parla davanti a 4 o 5 colleghi. Alle 16,30 entriamo alla seduta del Senato, dove resteremo un’ora e mezzo e vediamo tra gli altri i senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders, ben noti anche agli Italiani che seguono la politica statunitense.

Alle 18 lasciamo Capitol Hill, facciamo un giro sul viale in cui sorgono la Corte Suprema e la biblioteca del Congresso, Acquisti da Macy’s e poi cena veloce da Panera. Alle 21 partiamo per Shirlington in Virginia, dove alle 22 ci vedremo con un architetto nostro concittadino con cui berremo qualcosa. A mezzanotte ci riporta in auto a casa.

Martedì 10 Settembre 2019: partenza per Oakland via Las vegas

oakland cosa vedereMattinata a casa. Lavatrice ed asciugatrice, un sostanzioso breakfast, preparazione delle valigie e partenza con Uber per Union Station. Da lì treno per l’aeroporto di Baltimora. Procedure di check-in per il volo Spirit Airlines che ci condurrà nella West Coast. Piccolo problema per Giorgio che deve pagare a parte il suo trolley a mano. Voliamo per cinque ore sopra le immense pianure statunitensi ed arriviamo alle 18 (ora locale) a Las Vegas. Le slot machine sono anche in aeroporto e si vedono i grattacieli.

Le quattro ore di attesa della coincidenza per Oakland passano velocemente. Nuovo imbarco, poco più di un’ora di volo ed attorno a mezzanotte siamo in California. Prendere l’auto a noleggio è un po’ complicato, ma dopo poco più di 5 miglia siamo a casa di Merrill, la nostra host californiana che ci aspetta. Il tempo di sistemarci e ci mettiamo a nanna con altre tre ore di fuso orario da smaltire.

Mercoledì 11 Settembre 2019: Golden Gate Bridge

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Prima giornata in California. Sfruttiamo la Mitsubishi Outlander SE a noleggio per andare a rifornirci di provviste in un vicino supermercato. Rientriamo velocemente e ci prepariamo un brunch con uova, salame, pane, burro. In tarda mattinata partiamo in auto per scoprire i dintorni di San Francisco. Obiettivo il Golden Gate Bridge che raggiungiamo nel primo pomeriggio da nord. La vista del ponte più famoso del mondo è emozionante. Dopo aver parcheggiato facciamo un giro intorno al ponte e poi lo attraverso a piedi. Giorgio si ferma dopo una arcata perché è stanco.

Arrivato dall’altro lato incontro tre coppie di Modena che in 15 giorni hanno percorso 5.000 km in auto da Filadelfia a San Francisco. La loro vacanza volge al termine. Partiranno in nottata per l’Italia. Dopo aver riattraversato il ponte recuperiamo l’auto e torniamo a nord per evitare gli ingorghi del centro di San Francisco. Prima di tornare a casa il tempo di andare al supermercato Food Co e rifornirci di spaghetti, sugo, frutta, carne e tutto ciò che ci servirà per i prossimi tre giorni. A cena cucineremo tutto quello che ci piace ed anche la nostra padrona di casa assaggerà i nostri spaghetti.

Giovedì 12 Settembre 2019:

Tramonto a San FranciscoLa seconda giornata in California la dedichiamo alla visita di San Francisco. Raggiungiamo l’Embarcadero di Oakland dopo aver parcheggiato a Washington Avenue. Chi si fa convalidare il biglietto del parcheggio avrà la sosta gratis. Acquistiamo le carte di imbarco (Giorgio ultrasessantacinquenne pagherà la metà) e raggiungiamo in meno di mezz’ora il porto di San Francisco. La traversata è piacevolissima e siamo stati fortunati. A differenza del solito non c’è nebbia, ma il cielo è terso. Una rarità nella baia.

All’Embarcadero ci fermiamo al mercato etnico con botteghe di cibo e altri oggetti da tutto il mondo. Acquistiamo la carta Clipper, biglietto giornaliero integrato per i mezzi pubblici di San Francisco, e poi iniziamo la nostra esplorazione della città. Per prima cosa prendiamo un tram per girare nel centro fino al quartiere Castro. Di lì dopo aver conosciuto due newyorchesi trapiantate in California torniamo indietro in metropolitana. Successivamente prendiamo il cable, la funicolare che ci porta in alto.

Caratteristica di San Francisco il saliscendi che mi ricorda Lisbona. All’ora di pranzo consumiamo i nostri panini in un caffè dove acquistiamo delle bevande. Poi iniziamo un giro a piedi. Infine torniamo in centro con un bus e poi entriamo a piedi a Chinatown, la più grande del mondo. Un tè cinese in un tipico locale ci permette di ristorarci, ricaricare i cellulari ed avere la connessione Wi-Fi per una delle tante dirette Facebook.

Da Chinatown sconfiniamo a Little Italy, dove in un ristorante italiano chiamato “E’ tutto qua” il titolare ci offre un espresso dopo 13 giorni di orribile caffè statunitense. Abbiamo il tempo di vedere la splendida chiesa di San Pietro e Paolo, con annesso il centro salesiano di San Francisco. Sulla facciata della chiesa campeggiava in italiano la prima terzina del Paradiso di Dante “ La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove”.

Per le 19 siamo all’Embarcadero. Inizieremo il rientro ad Oakland assistendo ad uno splendido tramonto sulla baia che viene immortalato dagli scatti e dai video di tutti i passeggeri. Uno dei momenti di più struggente bellezza in questo viaggio americano! Rientro a casa per le 21, contenti di aver sfruttato un parcheggio gratuito per i pendolari della baia. Cena italiana anche stasera.

Venerdì 13 Settembre 2019:

Napa valley cosa vedere

Oggi ci muoviamo a Nord di Oakland. La prima tappa della giornata è la città universitaria di Berkeley, sede dell’Università della California. Visitiamo un paio di campus scientifici nella pace del parco. Tutto è estremamente moderno ed efficiente: aria condizionata, Wi-Fi potentissimo, biblioteche e sale studio aperte ogni giorno, domenica compresa, dalle 9 del mattino fino alle 22. Verso le 13 ci spostiamo a Vallejo, porto a nord, che ha una partnership con La Spezia, la nostra città.

Visitiamo il municipio e poi la moderna biblioteca pubblica intitolata a John Fitzgerald Kennedy. Dopo un pranzo nei giardini pubblici partiamo per Napa Valley, la maggior zona di produzione di vino della California. Visitiamo il museo del treno del vino, dove acquistiamo delle bottiglie per noi e per la nostra host. Successivamente andiamo a Yountville dove visitiamo un paio di cantine, in cui si può provare il vino locale e fare acquisti.

Rientriamo presto perché da domani ci attenderanno centinaia di miglia nei parchi nazionali.

Sabato 14 Settembre 2019: Yosemite e Tioga Pass

yosemite-national-parkNonostante le buone intenzioni riusciamo a partire solo poco prima delle 10. Meta del nostro viaggio il Parco Nazionale di Yosemite ed il Tioga Pass, prima della sosta a Fort Road, Independence nella Riserva Indiana. Per arrivare all’ingresso del parco nazionale impieghiamo oltre tre ore, con una sola sosta per far rifornimento di benzina. Nei giorni scorsi avevamo fatto scorta di taniche d’acqua e bottiglie, come previsto dalla normativa.

Entriamo all’interno della splendida area di Yosemite attorno alle 13 dopo aver esibito la carta dei parchi acquistata a San Francisco. Ci fermiamo per un panino e poi ripartiamo. Dopo poco Giorgio si accorge di aver perduto lo zaino con mele, biscotti ed altro cibo. Per fortuna non si tratta di documenti, valigie o macchina fotografica. Guidiamo verso El Capitan, la parete di roccia a strapiombo paradiso di tutti gli scalatori.

Dopo numerose soste continuiamo a salire e raggiungiamo un lago a 2.400 metri di altitudine, dove moltissimi fanno il bagno nonostante la temperatura di 12°. Lì parcheggiamo per 15 minuti l’auto fuori dagli spazi. Al ritorno un warning (avvertimento): la sosta irregolare rischiava di costarci 180,00 $ di multa! Meglio rispettare sempre le regole. Il percorso continua e saliamo verso il Tioga Pass che raggiungiamo verso le 18. Da lì inizia la discesa verso Bishop in mezzo alla natura.

Il cellulare americano non funziona. A Bishop, una cittadina di meno di 4.000 abitanti, riusciamo a fare rifornimento e poi a reimpostare il percorso verso la casa di Fort Road. Arriviamo verso le 20,30 nell’oscurità assoluta in un accampamento di roulotte indiane (trailers), dove ci accoglie Gail, una indiana Pawnee. La casa è enorme, dotata di ogni servizio, pulitissima. Siamo in mezzo alla natura. Chiediamo all’indiana Pawnee se può cucinare qualcosa per noi, ovviamente pagandola. Chiama la figlia e ci fa portare della pasta con la carne. Insieme allo spumante californiano, al pane avanzato ed alle banane sarà la nostra cena nella riserva.

Domenica 15 Settembre 2019: Death Valley e arrivo a Las Vegas

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In marcia per la valle della morte. Dopo esserci alzati prestissimo ed avere preparato il nostro breakfast a base di uova e pane ci mettiamo in movimento verso la Death Valley. Arriviamo all’ingresso del parco nazionale che conduce al punto più caldo del mondo poco prima delle 12. All’ingresso del parco la temperatura è già bollente (39°). Per fortuna c’è una saletta per i turisti con aria condizionata, due postazioni computer e wi-fi potentissimo.

Possiamo chiamare casa e collegarci prima di iniziare la discesa verso i meno 86 metri della depressione di Badwater. Arriviamo nell’orario peggiore (le 13:30). C’è un vento forte e caldo. Si può rimanere fuori dall’auto per non più di 10-15 minuti ed è fondamentale portare una bottiglia d’acqua. Usciamo il tempo di fare qualche metro e le foto di rito in un paesaggio lunare. Una ragazza spagnola sviene per il caldo. È secco, ma ci sono 45°!

Risaliamo in auto, percorriamo la strada degli artisti e poi prima di lasciare la valle della morte ci fermiamo a Zabriskie Point, famoso anche perché il regista Michelangelo Antonioni vi girò nel 1970 l’omonimo film, con protagonista fra gli altri un giovanissimo Harrison Ford. Prendiamo velocemente la via verso Las Vegas che sarà la nostra meta finale di questa giornata. Alle 15,30 ci fermiamo a Pahrump, prima cittadina del Nevada, in cui assaggiamo dell’ottimo filetto di manzo.

Ripresa la strada verso le 18 arriviamo a Las Vegas, ci sistemiamo a North Las Vegas e per le 20,30 siamo nel cuore della sfavillante città del divertimento, ossia la Strip. Parcheggio all’hotel Bellagio, giochi d’acqua, luci, la finta Tour Eiffel, migliaia di persone con la testa ed il telefonino all’insù per fare foto e guardare le attrazioni. Cerchiamo un buffet per cenare. In tre settimane in America sarà l’unico momento in cui mi arrabbio perché nonostante l’acquisto di un voucher “all you can drink” ovvero puoi bere tutto quello che vuoi, la cameriera ed il responsabile di sala non vorrebbero che io e il mio amico dividessimo birre e vino.

Mi diverto ad ignorare l’inglese a tratti, parlo italiano e contesto il fatto che non mi capiscano. Alla fine faccio bere il mio amico e resto sobrio per evitare che la discussione degeneri. Las Vegas mi delude abbastanza. È solo un grande paese dei balocchi dove se non stai attento ti spolpano vivo.

Lunedì 16 Settembre 2019: Hoover Dam e Grand Canyon

Diga di HooverPartenza da Las Vegas per Hoover Dam, la diga di Hoover, avveniristica diga completata nel 1937 fra il Nevada e l’Arizona. Uno spettacolo ingegneristico, compreso il ponte realizzato nel 1998, che lascia a bocca aperta. Ci siamo fermati solo tre quarti d’ora, ma lo spettacolo è impareggiabile. Alle 17 arriviamo finalmente al South Rim, nel parco nazionale del Grand Canyon e riusciamo ad assistere ad un tramonto mozzafiato in un turbinio di flash di video e fotografie.

Ceneremo allo store con dell’ottima pizza margherita prima di ripartire per la nostra sistemazione di Flagstaff.

Martedì 17 Settembre 2019: Monument Valley

Oggi guiderà Giorgio e partiamo presto da Flagstaff in direzione nord. La nostra meta è la Monument Valley, immortalata nel film “Ombre Rosse” di John Ford. Arriviamo alla riserva Navajo poco prima delle 14 (ora dello Utah, una in più dell’Arizona). Ci dirigiamo al centro informazioni ed al bar dove davanti al maestoso spettacolo dei vari butte pranziamo. Il tè indiano costa caro (quasi 5 euro l’uno), ma noi consumiamo i nostri panini e ci godiamo uno spettacolo unico.

Dopo aver acquistato magliette ed altri oggetti ricordo partiamo con il nostro fuoristrada per esplorare le principali attrazioni, come l’elefante o le tre sorelle. Ci fermiamo in vari punti a far foto e chiediamo informazioni al maneggio Navajo. Verso le 16 ripartiamo per la Navajo Reservation in cui però dopo tre ore di cammino non riusciremo ad entrare. In compenso attraversiamo boschi e territori fantastici.

Infine, quando il nostro cellulare statunitense riprende a funzionare ci dirigiamo a Gallup. La nostra destinazione è un tipico motel americano sulla mitica Route 66. Arriviamo tardi e tutti i ristoranti alle 21 sono già chiusi. Mangeremo un boccone da McDonald’s dove Giorgio non era mai stato in precedenza.

Mercoledì 18 Settembre 2019: ritorno in California

Dopo una bella colazione in motel partiamo per la California. Sono le 8.30 ora del New Mexico e le 7,30 ora di Los Angeles. La prima parte del percorso la fa Giorgio che spinge il nostro Mitsubishi ai limiti di velocità. Una sola tappa per il carburante a Flagstaff e poi alle 12,20 ci fermiamo per il pranzo in un’area di sosta. Cambio autista ed io guiderò fino a Hacienda Heights, cittadina della contea di Los Angeles in cui trascorreremo gli ultimi due giorni negli States.

All’ingresso in California ai limiti del deserto del Mojave una sorta di controllo doganale da parte delle autorità agricole del Golden State. Una poliziotta mi chiede da dove veniamo e se ho della frutta. In questo caso le due banane che abbiamo per il pranzo non subiscono limitazioni.

A casa di Steve ci sistemiamo verso le 18 e restiamo lì fino all’ora di cena. Andiamo a mangiare una bistecca in un ristorante australiano distante 5 miglia. Le 650 miglia del trasferimento si fanno sentire tutte ed andiamo a letto presto in vista dell’ultimo giorno intero in America.

Giovedì 19 settembre 2019:

Venice Beach Los AngelesCi alziamo con calma e partiamo per Long Beach, il porto commerciale di Los Angeles. Telefonate in Italia e chiacchierata con uno spedizioniere di pesce Inuit di Juneau, la capitale dell’Alaska. Dopo sulla Free Pacific Highway 1 andiamo verso nord. Redondo Beach è la prima località balneare in cui ci fermiamo. Dopo aver dato un’occhiata alle imbarcazioni che portano i turisti a vedere le balene pranziamo in un locale tipico sul mare.

Vista stupenda, wi-fi potente, carica dei cellulari. Riesco finalmente dopo tre giorni a fare una diretta Facebook per gli amici in Italia. Un ragazzo americano mi sente e mi chiede se sono italiano. Dalla conversazione che segue mi dice che la sua famiglia è di origine marchigiana. Vi è subito una simpatia a pelle. Se ne va poco prima di noi. Quando vado a pagare il proprietario mi dice che il nostro conto era stato pagato proprio da Tommy, il giovane italoamericano.

Sono molto sorpreso e felice. Dopo andiamo a vedere il mercato del pesce e dei frutti di mare che trabocca di granchi vivi, pronti per essere cucinati al vapore. Prima di lasciare Redondo conosciamo una coppia italo-americana simpaticissima che ci dà altre informazioni. Puntiamo verso Hermosa Beach (leggi il nostro articolo sulle spiagge di Los Angeles). Sosta veloce e passeggiata sulla spiaggia. Riesco a mettere i piedi nell’acqua del Pacifico.

A Venice Beach non riusciamo a parcheggiare. Mentre cerco un posto mi si affianca una signora in divisa del traffic enforcement che mi dice che non si può sostare. Me ne vado subito, ma questa mi segue fino al semaforo per assicurarsi che me ne stia andando davvero.

Alle 17 arriviamo a Santa Monica. Ci fermiamo per un’ora e mezza e raggiungiamo a piedi la spiaggia con la vista dell’Oceano ampio ed infinito. La luce del sole è calda, molti fanno il bagno, altri corrono sulla spiaggia. La sensazione è forte. Ci facciamo le ultime foto e mi prende una certa commozione pensando che è l’ultimo pomeriggio in California. Alle 18,30 ci dirigiamo verso Hollywood.

Il traffico è intenso e per fare 13 miglia impieghiamo un’ora e venti. Poco prima delle 20 arriviamo nella famosa Hollywood Walk of Fame, dove ci sono le “mattonelle” con le stelle delle varie star del jet set e del mondo dello spettacolo. Dopo le foto di rito andiamo ad Eataly, vicino a Beverly Hills e ci concediamo una bella cena italiana con pasta, calzone e vino italiano.

Ci accoglie Damiano, un giovane calabrese che ha fatto carriera a Los Angeles. In tre anni è riuscito a diventare da lavapiatti ad assistente manager ed è entusiasta degli Stati Uniti, terra della libertà e delle opportunità. Il cibo è ottimo, ma il conto è salatissimo. Rientriamo per le 23 non senza essere stati a farci una foto a Beverly Hills.

Venerdì 20 Settembre 2019:

Appena alzato mi vado a fare un bagno nella bellissima piscina condominiale del nostro alloggio. Dopo aver fatto una bella doccia, prepariamo le valigie e le pesiamo per non avere problemi al check-in. Poco prima delle 11 lasciamo la nostra sistemazione ed in auto andiamo al Wal Mart di Pico Rivera, una cittadina di 64.000 abitanti sulla strada per l’aeroporto di Los Angeles. Non ero mai entrato nel famoso supermercato statunitense dove puoi trovare “more for less”, più per meno.

Verso le 12 ci dirigiamo all’aeroporto. Prima di riconsegnare l’auto a noleggio si va a fare il pieno. Poi verso le 14 la consegniamo. Il sistema è efficientissimo. Un addetto controlla e consegna la ricevuta con miglia e tutte le informazioni, oltre la restituzione della cauzione. Saliamo sullo shuttle per l’aeroporto. Pranzo in un’ottima pizzeria e poi operazioni di check-in e dogana. Stavolta a Giorgio aprono e danneggiano il trolley a mano perché c’è una bottiglia di lassativo.

Il farmaco è salvo, ma il trolley è irrimedialmente rovinato. Ci mettiamo all’area imbarchi di Air Italy in attesa dell’imbarco. Quando ci chiamano Giorgio dimentica il cellulare in carica e quando tornerà a cercarlo non ci sarà più. Un brutto finale di vacanza, soprattutto perché nel cellulare ci sono moltissime foto.

Dopo l’imbarco restiamo fermi per un’ora e quaranta in aereo per un problema tecnico. Ci vengono serviti bevande e snack. Decolliamo con quasi due ore di ritardo, ma ci viene garantito l’arrivo a Milano con meno di un’ora di ritardo. In aereo conosciamo una coppia di amici di Venezia e la traversata sarà piacevole. Ci vengono serviti cena, uno spuntino dopo il film ed un breakfast che è un pranzo. Io riesco a dormire, ascolto musica, scrivo e mi muovo. Le undici ore di volo non pesano granché.

Sabato 21 Settembre 2019:

Alle 16,30 (Ora italiana), le 7,30 del mattino in California atterriamo all’aeroporto della Malpensa. Prima di uscire dall’aerostazione controlli doganali anche per noi cittadini italiani (assoluta novità) con inserimento del passaporto in una macchinetta che lo scannerizza e foto facciale. Tutto appaltato ad una agenzia di sicurezza. Riusciamo poi a recuperare facilmente i nostri bagagli che dopo la traversata oceanica sono arrivati in Italia.

Ci rechiamo al banco della AirItaly a recuperare il nostro Chianti e poi dopo aver chiamato il bus del parcheggio recuperiamo la nostra auto ed alle 21,30 giungiamo finalmente alla Spezia, stanchi ma felici.

Diario di viaggio di Fabrizio Dellepiane

Da Los Angeles a Las Vegas fra i parchi USA per finire a New York: diario di viaggio

Lon Angles Las Vegas New York Diario di viaggio

Pubblichiamo il diario di viaggio del nostro lettore Fabrizio che ha avuto l’occasione per fare questo interessante fly and drive fra i parchi della west coast e le grandi città di Los Angeles e New York.

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Arrivo a Los Angeles

universal studios los angeles

Siamo arrivati con volo diretto da Roma (partenza alle 9:15 ora italiana) per arrivare dopo 13 ore di volo a Los Angeles alle 13:05 (ora americana).

Siamo andati con la navetta gratuita alla Hertz dove avevamo prenotato l’auto a noleggio (abbiamo subito effettuato l’upgrade per un SUV comodissimo e soprattutto capiente per le 3 valigie che presto sapevamo sarebbero diventate 4). Consiglio vivamente di farsi consegnare il navigatore palmare con l’attivazione del “wifi hotspot”, comodissima come soluzione in quanto si può portare in giro e si può usare per navigare (non ricordo se sta sui 5 o sui 7 dollari al giorno).

I nostri 3 giorni a Los Angeles si sono consumati tra le classiche vie più famose della città, passando per la via dove si trova ancora la casa di Happy Days, quella dell’albergo della scena finale di Pretty Woman e cose simili.

Un giorno utilizzato per intero per visitare gli Universal Studios, confermo che vale la pena acquistare il biglietto con il fast pass valido per una volta su tutte le giostre (non costa poco ma vi renderà la visita molto più piacevole, inutile spendere ancora di più per il fast pass illimitato, non ha senso a mio parere), utile anche lasciare la macchina al parcheggio intermedio, non ha davvero senso spendere circa 50 dollari per stare vicini (che poi si tratta di poche centinaia di metri da fare piacevolmente su una stradina piena di negozi).

Passati i 3 giorni a Los Angeles la mattina dopo dovevamo partire per la Death Valley ma purtroppo abbiamo passato quasi tutto il giorno al Pronto Soccorso per una intossicazione alimentare presa da mia moglie a causa di un hot dog al fast food di Krusty (il mio Krusty Burger era fantastico!) Abbiamo quindi pernottato di nuovo a Los Angeles e ripreso l’itinerario il giorno dopo, arrivando a Las Vegas.

Da Los Angeles a Las Vegas

Ricostruzioni storiche a Galico

Lungo il tragitto ci siamo fermati alla ghost town di Calico (deviazione di 6 minuti, davvero da non perdere a mio parere), il mio sogno era Bodie ma troppo lontana, la maggior parte della città è stata ricostruita ma in maniera fedele alla vera cittadina e l’effetto è davvero gradevole, per me merita la visita fino in cima dove c’è anche la vecchia scuola. Rilassante come tappa e davvero affascinante.

Abbiamo ripreso il viaggio e siamo arrivati direttamente a Las Vegas. Sosta in albergo e poi siamo passati al Walmart per prendere acqua e qualche snack per i prossimi viaggi dei gironi successivi e poi direttamente all’Outlet Premium North (mi raccomando non il South) dove abbiamo passato l’intero pomeriggio per comprare prodotti delle marche americane fino al 70% di sconto (abbiamo acquistato anche la quarta valigia per mettere tutto dentro…) iper consigliato.

La sera piccola giocata al casinò e poi a letto, il giorno dopo ci aspettavano più di sei ore di macchina.

Da Las Vegas al Grand Canyon

Oatman ghost town

La mattina colazione da Starbucks e poi giù verso il Grand Canyon, tappa finale Tusayan. Grazie a tutti gli articoli letti qui ho deciso di allungare la tappa prendendo la 95 invece della 93 per andare a visitare Oatman e ne sono rimasto più che soddisfatto, il tempo sembra essersi fermato, i burros sono simpatici e (confermo) i veri padroni della strada ?

Sosta da non perdere all’Hotel per mangiare i panini e le ottime patatine in compagnia della simpatica proprietaria e “attaccare” il nostro dollaro alle pareti. Lasciata Oatman ci siamo immersi nella Bloody 66, davvero 15 – 20 minuti (non so quanto sia durato esattamente quelle 10 miglia me le sono godute con 3-4 tappe lungo la strada per ammirare il panorama) fantastici, quasi irreali. Percorrere queste 10 miglia al contrario rispetto all’itinerario standard (da Oatman e non verso Oatman) lo ha reso più tranquillo (i “burroni” stavano contromano) ma lo stesso entusiasmante.

Seguendo il consiglio di Bernardo non ci siamo fermato a Kingman, la sosta successiva l’abbiamo fatta però a Seligman fotografando le macchine di Cars. Da li Flagstaff non stava troppo distante ma abbiamo proseguito dritti per Tusayan altrimenti saremmo arrivati troppo tardi. Minuscola cittadina fatta solo di alberghi e posti per mangiare lungo un miglio circa di strada a pochi passi dall’entrata del Grand Canyon, rilassante.

Dal Grand Canyon alla Monument Valley e Page

Monument Valley Clima e Temperature

All’alba ci siamo svegliati per vedere il sole sorgere alle spalle del Grand Canyon (esperienza stupenda) e via verso la Monument Valley e fermandoci non so quante volte per goderci la vastità di questa meraviglia della natura.

La Monument Valley l’ho inserita come tappa obbligatoria, non potevo perdermela, ma il tempo era veramente poco e quindi non abbiamo potuto fare tour o simili, ci siamo accontentati (e ne è valsa davvero la pena) di passarci in mezzo fermarci a fare goto, siamo arrivati fino al Forrest Gump Point, fatto le foto di rito (si anche in mezzo alla strada!!! Tanto è davvero sicura come cosa ci sono miglia di rettilineo “a vista”)e poi diretti verso Page.

A Page vi consiglio di mangiare da “Steer 89” carne di produzione propria proprietario simpatico, buffet buono di insalate, insomma ve lo consiglio davvero.

Da Page a Las Vegas

tour-antelope-canyon

La mattina verso le 9:00 siamo andati all’Horseshoe Bend e vi consiglio di andarci a quell’ora, al ritorno verso le 10:30 cominciava a far caldo, le persone che stavano iniziando il loro tragitto non le ho invidiate molto. Si lascia la macchina al parcheggio (circa 10 dollari) e poi si fa meno di un chilometro a piedi, all’andata c’è una parte in discesa (che al ritorno diventa un pò stancante ma niente di particolare).

Da li siamo tornati a Page (5/6 minuti in macchina…) e diretti al check point per l’Antelope Canyon pronti per il tour dell’orario migliore, quello delle 11:30, esperienza assolutamente consigliata.
Finito il tour tappa in albergo bagagli, sosta al Walmart per prendere qualcosa da mangiare e via verso il ritorno a Las Vegas, questa tappa di poco meno di 6 ore è stata quella più stancante ma non tanto per il viaggio in se quanto perché non c’erano tappe intermedie e quindi per qualche tratto un po’ noioso,

Avevo valutato di passare per lo Zion National Park ma sarebbe stato troppo lungo e la sera a Las Vegas dovevamo andare al Cirque du Soleil

Da Las Vegas a New York

Empire State Building New York prezzi altezza osservatorio

La giornata seguente è stata tutta spesa per raggiungere New York, alle 10 in aeroporto, alle 12 partenza del volo atterrato alle 20 a New York e alle 21:30 abbiamo raggiunto finalmente l’albergo (tramite i minivan a noleggio che li consiglio a tutti soprattutto se si atterra a JFK, comodi ed economici, forse ci si mette un po’ di più ma comodamente seduti e senza lo stress delle valigie).

A New York siamo stati solo 2 giorni e mezzo quindi ci siamo goduti solo Manhattan con tutto ciò che può offrire, World Trade Center, museo del 9/11 (molto toccante), Empire State Building, Wall Street, Central Park, 5th Avenue, Chelsea Market (cercate il posto dove si mangia il panino con l’astice si chiama Lobster Roll, immancabile!!!) insomma tutto ciò che si può vedere.

Abbiamo il sogno (che spero possa diventare realtà) di fare un nuovo viaggio che preveda San Francisco, Yosemite (passando per Bodie finalmente!!!) e Death Valley che non siamo riusciti a vedere quest’anno… Quindi continuerò a leggervi e a prendere spunto per disegnare un nuovo itinerario!!!

Diario di viaggio di Fabrizio Mesiti

Coast to Coast in 21 giorni: da Miami a San Francisco

da miami a san francisco

E si riparte per gli Stati Uniti con tre obiettivi… L’anno scorso ci è rimasto l’amaro in bocca quando capitandoci per caso – a zonzo per la UT12 – abbiamo “assaggiato” i magici slot canyon della Hole in the Rock Road a Escalante senza aver visto i più belli. Poi avendo passato vacanze o a Ovest o a Est ci piaceva l’idea di vedere qualcosa degli stati centrali e da qui è venuta l’idea di provare il Coast to Coast. E, infine, riprovare la lotteria sul posto per The Wave dopo aver perso la lotteria online ad aprile.

La preparazione del viaggio, previsto per luglio-agosto, inizia a fine novembre 2018 con la scelta dell’aereo e dell’auto da noleggiare. Dopo molte ricerche su molti portali troviamo un noleggio auto a Miami con riconsegna a San Francisco che ci permette di pagare un costo aggiuntivo di “sola andata” di soli 50 dollari mentre da New York non trovavamo nulla per meno di 500 dollari di costo aggiuntivo. E poi acquistiamo un economicissimo Torino – Roma – Miami, San Francisco – Salt Lake – Parigi – Torino per soli 520 euro a testa.

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Itinerario di viaggio

orso a yellowstone
Un orso a Yellowstone
  • 24 luglio: Miami Coral Gables
  • 25 luglio Miami Coral Gables – 3h25’ Orlando
  • 26 luglio: Universal Studios Orlando
  • 27 luglio: 5h20’ – Providence Canyon – 50’ – Columbus
  • 28 luglio: 3h20’ – Chattanooga – 1h35’ – Burgess Falls – 1h20’ – Nashville
  • 29 luglio: 4h30’ – Saint Louis
  • 30 luglio: Saint Louis – 3h45’ – Kansas City
  • 31 luglio: Kansas City – 3h – Gretna Outlet – 30’ – Lincoln
  • 1 agosto: Lincoln – 6h – Carhenge – 1h – Chadron
  • 2 agosto: 2h30’ – Badlands NP – 1h30’ – Custer State Park e Deadwood – 1h40’ – Gillette
  • 3 agosto: 1h – Devils Tower – 4h30’ Devil’s Canyon Overlook – 1h30’ – Belfry
  • 4 agosto: 1h30’ – Yellowstone NP via Beartooth Pass
  • 5 agosto: Yellowstone NP – 1h30’ – Mesa Falls – 5h30’ – Wendover
  • 6 agosto: Bonneville Salt Flats – 5h10’ – Cedar Breaks National Monument – 45’ – Glendale
  • 7 agosto: 20’ – Kanab – 1h40’ – Escalante – 50’ – Kodachrome Basin SP – 35’ – Bryce NP – 1h – Glendale
  • 8 agosto: 20’ – Kanab – Little Hollywood Museum – 20’ UT-9 e Zion NP – 20’ – Mount Carmel Jct
  • 9 agosto: The Wave – 2h45’ – Snow Canyon – 15’ – Saint George
  • 10 agosto: 1h45’ – Valley of Fire – 1h30’ – Las Vegas
  • 11 agosto: 4h – Alabama Hills – Lone Pine
  • 12 agosto: Alabama Hills – 1h30’ – Ancient Bristlecone Pine Forest – 2h50’ Bodie – 2h45’ – Sonora
  • 13 agosto: 2h25’ – San Francisco
  • 14 agosto: San Francisco – San Francisco International Airport

A Est: Da Miami a Nashville

providence canyon
Providence Canyon

Finalmente arriva il 24 luglio e si parte! E Miami ci accoglie con un caldo umido alternato ad un fortissimo acquazzone tropicale. Siamo già stati anni fa a Miami Beach e non ci ha lasciato un grande ricordo e quindi decidiamo di passare la mattinata successiva al nostro arrivo al municipio residenziale di Coral Gables. Girovaghiamo tra ricche villette con folta vegetazione e inquietante numero di barbecue nei giardini. Ma la cosa più bella è sicuramente la schiera di baniani ai due lati di Coral Way che creano un tunnel alberato così folto in certi punti da oscurare il cielo.

nashville
Nashville

Dopo un pomeriggio di trasferimento ed il giorno successivo trascorso agli Universal Studios di Orlando, la tappa successiva è al Providence Canyon vicino a Columbus, Georgia. Si tratta di un canyon creatosi a causa di pratiche agricole sconsiderate che hanno generato forti smottamenti nel terreno. Il risultato è sensazionale dal punto di vista turistico in quanto il panorama, in piccolo e con colori diversi (bianco e arancione in prevalenza), ricorda quello del Grand Canyon in Arizona ed è visitabile sia dall’alto che dal basso.

Providence sarà la perla ad est del nostro viaggio. Il giorno dopo è la giornata delle cascate ma non riusciamo a vedere le Ruby Falls in quanto abbiamo perso di pochi minuti la visita guidata e quella successiva è dopo tre ore. Proseguiamo diritto verso Burgess Falls, una cascata impetuosa con un paio di trail interessanti intorno alle cascate. Alla sera ci aspetta Nashville, the Music City che rispetta in pieno le attese. Qui il bello è passeggiare tra i locali della via principale che, uno accanto all’altro, servono cibo e drink rigorosamente dotati di rock live band e poi, ovviamente, poter scegliere in base alla musica dove cenare.

Gli Stati centrali: Missouri e Nebraska

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Carhenge in Nebraska

Il pomeriggio di lunedì 29 e la mattina del 30 li passiamo a Saint Louis, quella che fu la porta della conquista del West. La perla della città è sicuramente il Gateway Arch, un arco bianco che a seconda del momento della giornata si presenta diverso, di giorno quasi mimetizzandosi nel cielo azzurro e di notte brillando nel cielo stellato.

Sull’arco si può anche salire con un trenino a vagoni che viaggia al suo interno e che permette di godere di uno splendido panorama sulla città ed in particolare sul vicino stadio dei Cardinals e sulla sottostante cattedrale. Altro giro consigliato è al birrificio della Budweiser che ti permette di visitare lo stabilimento con visita delle stalle storiche e con generosi assaggi a molti tipi di birra prodotti dal colosso americano. Meno interessante il giro a Forest Park.

La serata del 30 e la mattina del 31 le trascorriamo nella anonima Kansas City in Missouri, la città delle fontane che sinceramente è decisamente anonima: unica eccezione è stata la cena ma questo ce lo si poteva attendere in quanto KC è descritta come la città del barbecue per antonomasia negli USA. Il ristorante ci ha servito ottimi tagli di carne ad un prezzo decisamente contenuto.

Il giro continua il giorno dopo con la visita di Lincoln in Nebraska, probabilmente il punto più basso della vacanza con unico punto di merito la presenza di una mostra temporanea che esponeva in vari punti della città coppie di mani dipinte con temi e soggetti diversi. Giovedì 1 attraversiamo il Nebraska da Est a Ovest con unica tappa a Carhenge, la Stonehenge fatta con carcasse di auto dipinte… molto kitsch ma alla fine una tappa di un’oretta la merita.

L’ingresso nel mitico West e Yellowstone National Park

yellowstone grand prismatic spring
Grand Prismatic Spring a Yellowstone

Come prima tappa l’indomani torniamo al Badlands National Park in South Dakota, già visto nel 2011, dalle pareti rocciose che sembrano dipinte da un pittore raccolte tra il verde intenso dell’erba e l’azzurro intenso del cielo. Arrivando da sud fatichiamo ad arrivare all’ingresso del parco ad Est ma da lì in poi il giro in auto che porta alle varie conformazioni rocciose è stupendo e totalmente appagante.

Il pomeriggio è dedicato ad una toccata e fuga al Custer State Park, la patria dei bisonti per fare un giro in auto praticamente a contatto con questi splendidi animali e per percorrere la Iron Mountain Road, un vero tesoro architettonico con i suoi ponti a spirale che permettono di salire e scendere rapidamente tra i dislivelli che affronta con viste sul Monte Rushmore.

Sabato 3 è il giorno del Diavolo… La mattina visita a Devils Tower in Wyoming, un mega monolite di origine vulcanica pieno di pittoresche striature. Abbiamo osservato il suo aspetto maestoso e anche un po’ inquietante da vicino da tutte le angolazioni grazie al Tower Trail e poi, più da lontano, con il Sunny Trail dove però l’attrazione principale è stata l’osservazione di decine di cani della prateria disseminati nel centro del prato in cui passa il trail.

Prima del tramonto, poi, visitiamo in Montana appena superato il confine, Devil’s Canyon Overlook un canyon molto simile a Horseshoe Bend ma soprattutto al Dead Horse Canyon in Utah. Passiamo la notte in uno sperduto ranch che ci sentiamo di consigliare, “Beartooth Basin Bunkhouse” a Belfry per l’atmosfera fantastica e autentica, soprattutto se il giorno dopo l’intenzione è quella di entrare a Yellowstone dalla North East Entrance… Che poi è esattamente il nostro programma con obiettivo di visitare subito la Lamar Valley, che nelle due precedenti esperienze al parco non abbiamo visto, e magari riuscire a vedere un orso dal vivo.

Così il mattino seguente si parte presto ma le emozioni iniziano prima di quanto ci aspettassimo con la scalata ad alta quota sulla Beartooth Highway che ci porta all’accesso del parco. Nella Lamar Valley purtroppo non vediamo orsi ma solo cervi e poi lo spettacolo dei bisonti che ci tagliano la strada interrompendo il traffico per andare al fiume. Poi ripassino di zone già viste, Mammoth Hot Springs (sorgenti termali e fumarole), Norris (sorgenti, fumarole e geyser), Upper e Lower Falls (cascate) e poi Hayden Valley (zona dei bisonti e sorgenti): tutte diverse e fantastiche ognuna a suo modo per il parco a mio parere di gran lunga più bello degli States.

Poi, tutto d’un colpo andando verso il lago troviamo tante auto ferme sulla strada: dall’altra parte del fiume c’era un grosso grizzly nero che camminava lungo la riva, un’emozione fantastica… Dopo una notte ai bordi del parco la mattina seguente è dedicata alla parte sud ovest del parco con il giro classico alla zona delle sorgenti intorno all’Old Faithful Geyser e soprattutto alla contemplazione dall’alto e dal basso del più bel tesoro del parco, la Grand Prismatic Spring al Midway Geyser Basin con il suo colore azzurro circondato da un bordo dorato.

Finalmente nel nostro Stato preferito… lo Utah

the wave
The Wave

Nel primo pomeriggio visitiamo le Mesa Falls, anche qui divise tra Upper e Lower ed avvolte dalla splendida cornice di una foresta di pini sulle montagne circostanti. Poi lunga traversata dell’Idaho per arrivare in serata a Wendover in Utah per visitare l’indomani mattina Bonneville Salt Flats ed il circuito automobilistico che si trova su una distesa salina sconfinata e di cui non si vede la fine.

Proviamo a portare la nostra Kia Soul sul percorso ma temiamo di forare su qualche cristallo troppo appuntito e quindi ci limitiamo a qualche centinaia di metri e poi ad una suggestiva passeggiata sul sale. La successiva tappa prima del tramonto è al Cedar Breaks National Monument, un parco disseminato di pinnacoli rocciosi di colore rosso simile al Bryce NP. Se però avete già visto quest’ultimo il Cedar Breaks potrebbe essere un po’ deludente.

In serata arriviamo a Glendale che si trova esattamente al centro tra Zion, Bryce, Escalante e Kanab dove siamo intenzionati a provare la lotteria per The Wave nelle mattine successive. A Glendale non potete perdervi The Wandering Inn che offre a 100$ un appartamento di un centinaio di metri quadri con camera, soggiorno, due bagni e giardino, nonché un barbecue all’aperto ed una cucina professionale in comune con gli altri ospiti.

La mattina di mercoledì andiamo a Kanab ove perdiamo la lotteria come da pronostico e decidiamo di consolarci con un giro ad Escalante per visitare gli slot canyon di Spooky e Peekaboo. Prendiamo quindi la UT89 e poi la UT12 per poi deviare sulla sterrata Hole in the Rock Road ma dopo pochi minuti, tutto d’un colpo e contro previsioni, il cielo si riempie di nuvole nere e quindi decidiamo di rinunciare e tornare indietro perché temiamo che la strada possa diventare non percorribile.

coast to coast 21 giorniLa pioggia arriva ma si esaurisce prima del nostro ingresso al Kodachrome Basin State Park dove percorriamo l’Angel’s Palace Trail per vedere i pinnacoli più belli del parco da vicino e il Sentinel Trail per vedere lo Shakespeare Arch che però, purtroppo, è recentemente crollato. Il giro è comunque soddisfacente. In serata, avendo la tessera parchi e non dovendo allungare torniamo al Bryce già visitato nel 2011 e scendiamo nell’anfiteatro da Wall Street risalendo poi a Sunset Point.

É giovedì mattina e alle 8.45 compiliamo il form della lotteria a Kanab e questa volta, dopo che sono già estratti 9 posti su 10, esce dall’urna la pallina con il nostro numero… il ranger ci spiega che se il gruppo è da 2 è concessa una deroga per 11 visitatori invece di 10 e questo ci riempie il cuore di gioia… il giorno dopo saremo a The Wave!!! Dopo un iniziale stordimento da incredulità decidiamo di prendercela con calma e vedere a Kanab i set cinematografici western di Little Hollywood e poi finire la giornata andando avanti e indietro sulla pittoresca UT9 non privandoci di un trail mai fatto a Zion NP, il Watchman Trail dal quale si riesce a scorgere la vicina città di Springdale.

E poi ci siamo, sveglia alle 5 per essere al parcheggio del Wirepass Trailhead dopo mezz’oretta di sterrato sulla House Rock Valley Road. Si sta per avverare il sogno degli ultimi anni, armati solo del leaflet in italiano consegnatoci dai rangers il giorno prima e raffigurante le 5 foto con i punti d’orientamento per arrivare a THE WAVE! Eh sì, perché è tutto a minimo impatto e non c’è un trail segnato e bisogna orientarsi nel deserto con le foto per un tragitto nel deserto di circa 90-120 minuti. Con l’aggravante che i rangers ci hanno tenuto a darci istruzioni nel caso avessimo incontrato serpenti, leoni di montagna piuttosto che coyote…

Al parcheggio c’è già qualche auto e qualche fortunato che sta finendo di preparare lo zaino per partire e sono le 7.30 circa. Ce la caviamo abbastanza bene con un unico punto di smarrimento circa a tre quarti del cammino e l’unico animale in cui ci imbattiamo è un grosso coniglio bianco. Superata l’ultima ripida duna entriamo in questo meraviglioso teatro della natura senza uguali, perfettamente levigato dagli agenti atmosferici con curve morbide e sinuose e colori che vanno dal giallo chiaro fino al rosso fuoco toccando tutte ma proprio tutte le tinte intermedie.

Le foto scattate parlano da sole, mai visto nulla del genere. E aggirandosi per questo salotto magico capiamo le limitazioni agli accessi: la roccia arenaria d cui è formata è molto fragile e tende a sbriciolarsi e trasformarsi in sabbia. Dopo un paio d’ore ed una visita della zona circostante anch’essa bella anche se meno definita decidiamo di tornare indietro anche perché sta per scatenarsi un temporale che infatti ci coglie e ci lava totalmente sulla strada del ritorno.

Dallo Utah fino alla costa della California

valley of fire
Valley of Fire

Prima del tramonto e dopo un lungo tratto di highway abbiamo il tempo di fare un giro per lo Snow Canyon nei pressi di St George ma dopo una giornata e con le onde ancora negli occhi non riusciamo probabilmente a cogliere appieno la bellezza del parco, compreso lo slot, il Jenny’s Canyon Trail, cortissimo e non particolarmente colorato. Abbiamo più apprezzato la mattina dopo Valley of Fire nel quale consigliamo assolutamente il White Dome Trail ed il Fire Wave dove si può ammirare qualcosa di simile a The Wave anche se in tono molto minore. Da vedere anche Elephant Rock e Beehives.

Da qui una puntatina a Las Vegas dove siamo stati già parecchie volte ma mezza giornata vale sempre la pena con mega margarita d’ordinanza a zonzo tra negozi e interno degli hotel sulla Strip.

Gli ultimi giorni li passiamo in California entrando da Beatty e attraversando velocemente la già vista Death Valley per arrivare alle Alabama Hills. Si tratta di un massiccio collinare con sullo sfondo le vere e proprie montagne dominate dal monte Whitney sullo sfondo. Il trail più interessante porta a vedere un paio di archi di roccia bianca che decidiamo di vedere sia al tramonto che alle prime ore del giorno dopo, vista anche la vicinanza dal più vecchio hotel Lone Pine che ospitò John Wayne e James Stewart dove alloggiamo.

Ancient Bristlecone Pine Forest
Ancient Bristlecone Pine Forest

Nel pomeriggio visitiamo la sottovalutata Ancient Bristlecone Pine Forest che si trova in alta quota e che richiede un tragitto molto tormentato per raggiungerla dopo aver deviato dalla Highway. Riusciamo a vedere poco perché abbiamo calcolato male i tempi e ci dispiace perché già solo il piccolo Discovery Trail ci mostra fantastici esemplari di pini di oltre 3.000 anni.

ll Metuselah Trail sembra ancora più bello ma non abbiamo tempo e altrimenti avremmo dovuto rinunciare a vedere Bodie, una vera e propria ghost town abbandonata negli anni ’50 e da allora mantenuta viva dal Governo anche grazie agli 8 dollari di biglietto. E’ possibile girare tra case e negozi abbandonati e, prenotando la visita guidata, anche la vecchia miniera ove si estraeva l’oro. Vale sicuramente una sosta di un paio d’ore.

Dopo la notte a Sonora e il trasferimento a San Francisco ci rimangono circa 24 ore prima della ripartenza per l’Italia che passiamo tra il Golden Gate sul quale transitiamo prima in auto e poi a piedi dopo aver comodamente parcheggiato gratuitamente sull’overlook (Langdon Court) che ne permette anche una splendida visione dall’alto. Stanchi ma felici per lo splendido viaggio decidiamo di trascorrere il resto della giornata nel commercialissimo Fisherman’s Wharf premiandoci con granchio e clam chowder accompagnati da vino a volontà, in pieno relax, sull’altra costa rispetto alla quale siamo partiti 21 giorni fa!

Da Vancouver a San Francisco in 14 giorni: itinerario lungo il Pacific North West

Day 7 Crater Lake

Pubblichiamo il diario di viaggio del nostro amico Luca, che ha intrapreso un affascinante viaggio on the road lungo le maestose bellezze naturali del Pacific North West. Partendo da Vancouver in Canada, ha percorso in direzione sud la costa nord ovest del Pacifico, esplorando gli stati di Washington e Oregon arrivando infine in California. La bellezza mozzafiato che ha incontrato lungo questo percorso è destinata a rimanere indelebile nella memoria.     

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Day 1 Vancouver

Day 1 Vancouver vista da Stanley Park

Tre settimane fa abbiamo deciso di fare un viaggio negli Stati Uniti e dopo alcune valutazioni abbiamo scelto: costa nord-ovest in direzione sud!
Partiamo da Milano e con scalo a Francoforte e atterraggio a Vancouver nel primo pomeriggio.

Un piccolo inconveniente con un bagaglio danneggiato non ci ferma e partiamo dall’aeroporto con un taxi per l’appartamento che abbiamo affittato per una notte. Lasciamo lì i bagagli e con la metro andiamo in centro a Vancouver scendendo al capolinea della Canada Line (Waterfront). Lì passeggiamo guardando il Canada Place e il Downtown.

Non avendo molto tempo chiediamo a un taxi di portarci a fare un giro per lo Stanley Park, fermandoci in alcuni punti panoramici. Da lì ritorniamo a Canada Place per guardare lo spettacolo Fly over Canada! Con un maxi schermo simile all’IMAX dura circa 25 minuti e fa “volare” sui paesaggi più belli della nazione. I sedili si muovono come se si fosse in volo, tuttavia non siamo rimasti molto contenti, soprattutto per l’alto prezzo del biglietto.
Alle 22:00 a letto per riposarsi e prepararsi al viaggio verso Bellingham, WA.

Day 2 Vancouver-Bellingham

Day 2 Orcas islandsAiutati dal fuso orario ci svegliamo alle 4:30 del mattino per dirigerci verso la Pacific Central Station dove abbiamo prenotato il treno (Amtrack) alle 6:35 per Bellingham. Bisogna essere in stazione un’ora prima per le procedure alla dogana (molto lunghe). Il treno parte in ritardo perché alla dogana c’erano solo 3 agenti invece che 4. Il viaggio è confortevole, anche se lento rispetto ai treni italiani. In alcuni tratti è molto panoramico.

Scendiamo alla stazione di Bellingham e prendiamo un taxi per l’aeroporto dove abbiamo noleggiato una macchina con la quale guideremo fino a San Francisco.

Presa la macchina ci dirigiamo nel nostro appartamento e scarichiamo i bagagli. Facciamo una breve spesa da Winco e prepariamo i panini per il pranzo. Ripartiamo per il Deception Pass State Park dove ci fermiamo per un picnic. Il parco è meraviglioso, con spiagge e scorci mozzafiato sul mare. Merita davvero.

Da lì andiamo ad Anacortes (15 minuti di macchina) dove alle 15:30 parte il giro in barca che ci porta a vedere le orche! Il nostro giro è durato più di 4 ore. Si naviga in mezzo alle isole di San Juan, potendo apprezzarne la natura e le particolari conformazioni. Abbiamo visto le foche, due famiglie di orche, un’aquila e il suo nido, diversi harbor porpoise (dei piccoli delfini) e tanti uccelli marini. Assolutamente da non perdere.

Day 3 Bellingham – Issaquah

Day 3 Diablo Lake e Snoqualmie Fall
Snoqualmie Falls

Partiamo da Bellingham verso le 9:00 con alte aspettative: oggi incontriamo la catena delle North Cascades! Andiamo in direzione di Baker Lake con l’idea di provare una camminata sulle pendici di Mount Baker. Ma, arrivati nei pressi del lago, vediamo che Mount Baker è tutto coperto di nubi.

Perciò decidiamo di dirigerci verso il Visitor center del North Cascades National Park per chiedere informazioni su cosa fare visto il meteo. Il nostro desiderio era di fare una bella camminata con vista sui ghiacciai. Ci consigliano di provare ad andare al Cascade Pass ma purtroppo non ci stiamo con i tempi. Così attraversiamo il parco sulla Highway 20 fino a Lake Ros fermandoci nei punti panoramici. La strada è molto bella e facile da guidare ed è un’ottima opzione per vedere un po’ di questo parco.

Tornando indietro ci fermiamo al Colonial Creek Campground dove ci ritroviamo sulla spiaggia del Diablo Lake. Il luogo ci ammalia e ci fermiamo lì per il pranzo. Dopodiché partiamo a piedi per fare il Thunder Knob Trail. Dura circa 2 ore tra andata e ritorno ed è alla portata di tutti. Ci fa attraversare la foresta attorno al lago offendo alcuni scorci sul Pyramid Peak e i suoi ghiacciai. Finalmente! In cima alla camminata si ammira una bella vista su diversi punti del lago e le montagne circostanti.

Torniamo davvero soddisfatti e ripartiamo in direzione Snoqualmie Falls (le cascate di Twin Peaks!). Dopo un viaggio di 2 h 45 min arriviamo a queste cascate mozzafiato. Il parco è tenuto benissimo e c’è un percorso che porta a vederle anche dal basso. Pernottiamo a Issaquah e ci prepariamo per Seattle e l’Olympic National Park.

Day 4 Issaquah – Seattle – Forks

Day 4 Seattle and Mora Beach 2Partiamo da Issaquah alle 8:15 perché vogliamo fare colazione a Seattle al primo Starbucks di sempre, ma la coda per entrare ci scoraggia (il locale è molto piccolo ed affollato) e preferiamo lo Starbucks di fianco. Attraversiamo il vivace Pike Place Market e compriamo il cibo per il pranzo. È un mercato insolito per l’America, con bancarelle di tutti i tipi, soprattutto cibo e fiori.

Prendiamo la monorail (vedi la nostra guida su come muoversi a Seattle) che in due minuti ci porta allo Space Needle, una torre panoramica dalle forme futuristiche ispirate dalla corsa allo spazio, costruita per l’esposizione universale del 1962. Consigliamo di andare entro le 10 di mattina o in orario serale per pagare di meno, oppure di prenotare per evitare i lunghi tempi morti di attesa alle biglietterie.

In cima, aiutati dalla giornata tersa, ammiriamo Seattle dall’alto e in lontananza vediamo Mount Baker che il giorno prima ci si era celato. Ma ancora più imponente ci appare il Mount Reinier e ci chiediamo se forse sarebbe stato meglio passare un giorno esplorandolo. Scendiamo dallo Space Needle e ci dirigiamo verso la Olympic Peninsula.

Day 4 Seattle and Mora Beach 1L’idea iniziale è di fare il primo tratto in traghetto, ma le code ci scoraggiano e decidiamo di fare tutto il tragitto in macchina passando per Tacoma. Purtroppo troviamo molto traffico sul ponte dello Hood Canal (per chi volesse passare da qui consigliamo di controllare sul sito gli avvisi perché talvolta il ponte si apre per far passare le navi di grosso cabotaggio). Raggiungiamo Port Angeles e il Visitor Center dell’Olympic National Park ma per il traffico siamo in ritardo di due ore sulla nostra tabella di marcia e non riusciamo quindi a visitare la Hurricane Ridge che tutti però ci consigliavano.

Proseguiamo da Port Angeles verso Forks e lungo la strada ci fermiamo ad ammirare alcuni paesaggi lungo Lake Crescent. Giungiamo a Forks e da lì decidiamo di andare a mangiare sull’oceano a Mora. Troviamo un paesaggio mozzafiato mentre ammiriamo il tramonto sull’oceano. Il ristorante purtroppo è pieno ma scopriamo che è in corso una piccola fiera estiva con gazebo e street food molto economico. Ci rifocilliamo e torniamo nel nostro tranquillo bungalow nel bosco di Forks.

Day 5 Forks – Olympia

È domenica e ci svegliamo per andare a messa alle 8:30 nella St. Anne Catholic Church di Forks. Incontriamo una piccola comunità di persone di tutte le età e rimaniamo colpiti dalla bellezza dei canti accompagnati da chitarra, pianoforte e basso. I locali ci accolgono, ci salutano e ci augurano una buona giornata.

Ci dirigiamo verso la famosa Ho Rainforest. L’attesa è grande, ma quello che troviamo è ancora più grande: ci attraversa la strada un orso nero! L’emozione è grande ma le sorprese non finiscono qui, perché vediamo una piccola mandria di cervi che si abbeverano nel fiume Ho. Quando arriviamo al Visitor Center e comunichiamo alla ranger i nostri avvistamenti, lei rimane molto stupita e ci dice che è il nostro “lucky day”.

La nostra mattinata prosegue facendo due splendidi sentieri: lo Spruce Trail e la Hall of Mosses (in tutto circa due ore). L’atmosfera è fatata e la vegetazione regala sorprese ad ogni angolo, perché si tratta di una delle pochissime foreste pluviali in clima temperato. Ripartiamo prima di pranzo e andiamo verso l’oceano seguendo la strada principale.

Facciamo il nostro picnic e una breve passeggiata sulla spiaggia dell’Oceano Pacifico, dove la giornata da splendida viene improvvisamente avvolta da un banco di nebbia. Ripartiamo per la Ranger Station di Lake Quinault. Il lago è bellissimo, il sole è tornato a splendere ma uno di noi non si sente bene, per cui non facciamo il bagno e andiamo ad Olympia. La casa prenotata è bellissima ma i proprietari ci avvisano che poco prima del nostro arrivo si è rotta la pompa dell’acqua. Otteniamo il rimborso della spesa e troviamo alloggio al Best Western di Olympia. Airbnb ci paga la differenza di prezzo.

Day 6 Olympia – Redmond (OR)

Day 6 Mount Hood e Painted Hills1
Painted Hills

La notte al Best Western ci rigenera per quello che sarà il nostro vero “on the road day”: ci aspettano circa 8 ore di guida, e chissà quante sorprese. La prima meta è la gola del fiume Columbia, un luogo di una natura meravigliosa, reso leggendario dalla spedizione di Lewis e Clark. Dopo Portland, facciamo la prima parte sulla Historic Route con l’intento di ammirare dall’alto la gola, fermandoci per vedere le Multnomah Falls, dove però non troviamo parcheggio.

Proseguiamo fino alla Horsetail Fall, dove decidiamo di fermarci per percorrere un breve e ripido sentiero che ci porta alla cascata superiore. Ripartiamo in direzione Hood River, con l’intenzione di fermarci per una breve sosta, ma quello che troviamo ci ammalia: il fiume (che è largo quanto un lago) è pieno di kiteboarders e windsurfers che con le loro vele variopinte rallegrano il blu dell’acqua. Scopriamo che Hood River è la capitale mondiale del kiteboarding grazie ai forti venti che si incanalano in quel punto della gola.

Decidiamo di mangiare in riva al fiume ammirando lo spettacolo (ormai sta diventando una costante di questo viaggio il picnic di fronte a uno specchio d’acqua). Dopo pranzo ripartiamo in direzione Painted Hills, decidendo di costeggiare le pendici di Mount Hood. Appena ci stacchiamo dalla gola, cambia completamente il paesaggio, e ci troviamo in una valle dove i vigneti si alternano a coltivazioni di mele. Davanti a noi si staglia da subito Mount Hood con le sue pendici innevate, che piano piano si avvicinano.

Day 6 Mount Hood e Painted Hills2

La strada si addentra nella foresta fino a uno slargo dove ci fermiamo per un bagno rinfrescante in un ruscello. Ripartiamo e mentre ci lasciamo alle spalle Mount Hood, cambia nuovamente il paesaggio: la catena delle Oregon Cascades ci accompagna sulla nostra destra con le sue cime innevate, ma noi siamo su un grandissimo altopiano semidesertico.

Attraversiamo la riserva indiana di Warm Springs scoprendo che la strada ci fa scendere e risalire in un canyon scavato dal fiume Deschutes. Proseguiamo sull’altopiano in direzione Painted Hills dove lentamente la strada si innalza attraversando la splendida foresta di Ochoco (suggeriamo di fare benzina a Madras o a Prineville). Valicato il passo, scendiamo nel territorio delle Painted Hills, che tuttavia non si lasciano scoprire se non nell’ultimo chilometro di strada prima del parco.

Rimaniamo a bocca aperta e percorriamo la strada sterrata che attraversa il parco fermandoci in alcuni punti dove sono segnati dei sentieri. Ci accorgiamo che il momento migliore per vedere queste colline e i loro colori è proprio il tardo pomeriggio, perché sono esposte principalmente a ovest. Ci sono pochissimi turisti eppure c’è una ranger station attrezzata, tanto silenzio e tanta bellezza. Siamo dell’idea che non si può andare in Oregon senza passare da qui. Ripartiamo e ci dirigiamo a Redmond per pernottare, contenti di aver vissuto una giornata sorprendente, in cui ogni istante ci ha regalato tanta bellezza da vedere.

Day 7 Redmond – Chiloquin

Day 7 Crater Lake
Crater Lake

Dopo le fatiche del giorno precedente ci prendiamo una giornata dai ritmi più rilassati. In città facciamo rifornimento da Walmart e in tarda mattinata ci dirigiamo verso il Crater Lake, unico appuntamento della giornata. Dopo due ore di viaggio arriviamo all’oro del cratere, dove ancora si trovano lingue di neve. Il lago è a circa 2000 m di quota.

Appena la strada raggiunge l’orlo del cratere veniamo immediatamente colpiti dall’intenso color blu del lago contenuto all’interno. Il colore è dovuto alla notevole profondità del lago. Ci dirigiamo verso il Cleetwood Cove Trail, l’unico luogo dal quale si può scendere fino alla riva. Giunti in basso ci ritagliamo uno spazio all’ombra di un albero sedendoci su alcune rocce. Prima di pranzo c’è tempo per un rapido tuffo in acqua molto bella, tonificante e fresca. Poi continuiamo la nostra collezione di picnic e specchi d’acqua, ma non siamo soli perché ci assediano degli scoiattoli americani (tamia; quelli di Cip e Ciop) che pretendono di partecipare al nostro pranzo. Facciamo amicizia con alcuni loro condividendo pezzi di pane, foglie di insalata e, per la loro gioia, arachidi!

Approfittiamo della bella giornata per un pisolino in riva al lago appollaiati sulle rocce (non c’è una vera e propria spiaggia perciò la sistemazione è molto arrangiata; per chi vuole più agio conviene mangiare nelle aree picnic). Ci suggestiona scoprire che un tempo qui c’era un vulcano alto più di 3000 m che circa 7000 anni fa è esploso violentemente implodendo su se stesso dimezzandosi per altezza. Ora il medesimo luogo, un tempo teatro di distruzione, è la culla di uno spettacolo di raffinata bellezza dove l’acqua piovana e lo sciogliersi della neve generano un lago unico al mondo.
Verso metà pomeriggio riprendiamo la macchina e ci dirigiamo a Chiloquin dove abbiamo una bella casetta in una pineta per cenare e riposarci.

Day 8 Chiloquin – Mount Shasta

Day 8 Lava Beds2Siamo a metà viaggio ed entriamo oggi in California. Partiamo con calma in tarda mattinata dirigendoci verso il Lava Beds National Monument. Sappiamo che troveremo tracce significative dell’attività vulcanica di quest’area e pensiamo di fermarci solo qualche ora. Troviamo però una visita guidata da un Ranger appena dopo pranzo e ne approfittiamo.

Veniamo portati dentro i “lava tubes”, dei veri e propri tunnel sotterranei nei quali scorreva la lava. Siamo passati dal blu intenso di ieri ai grigi e ai neri. Scopriamo via via una serie di grotte dentro le quali è possibile camminare. Non è necessaria la torcia perché al Visitor Center la prestano ai turisti per l’intera giornata.

Day 8 Lava Beds1

Inoltre, il parco conserva la memoria della guerra del 1870 tra gli indiani Modoc e gli americani. Perciò alterniamo la visita alle grotte con quella ad alcuni luoghi di questo scontro. In particolare percorriamo il breve sentiero di Captain Jack’s Stronghold, dove una sessantina di Modoc si sono asserragliati prendendo come fortezza le conformazioni rocciose del terreno.

Finiamo la giornata visitando il Petroglyphs’ Point Trail e il monte sovrastante sul quale si sale attraverso un sentiero breve e ripido appena dopo il punto dei petroglifi. Siamo ormai a sera e ci dirigiamo verso Mount Shasta.

Day 9 Mount Shasta – Red Bluff

Day 9 Mount Shasta e tramonto a Red Bluff1Anche oggi la giornata ci serve su un piatto d’argento un altro gioiello della natura, il Monte Shasta, alto più di 4300 metri. Dormiamo bene nella cittadina omonima alle sue pendici e ci prepariamo a una giornata di camminate in montagna. Abbiamo studiato varie ipotesi di escursioni, ma decidiamo comunque di passare dalla Ranger Station in città per informarci sulle condizioni dei sentieri. Così scopriamo che una delle nostre candidate più autorevoli, Squaw Meadow, è inaccessibile a causa della neve.

Di conseguenza scegliamo l’Horse Camp Trail, un’agevole camminata di poco meno di tre chilometri con un dislivello di circa 330. Il sentiero è ben segnato e alla portata di tutti. In cima si arriva a un campo base, dove scopriamo una fresca sorgente d’acqua (anche oggi facciamo un picnic in prossimità di una fonte d’acqua). Dall’Horse Camp (2400 metri) il sentiero in realtà prosegue in direzione di Helen’s Lake (3300 metri), una conca piena di neve che in estati particolarmente torride di scioglie e forma un laghetto. Dal campo fino a Helen’s Lake ci vogliono almeno due ore se il passo è sostenuto.

Decidiamo di proseguire anche noi fino a Helen’s Lake per avvicinarci alle nevi perenni del Monte Shasta. Camminiamo per un’ora abbondante per arrivare ai margini dei nevai, e in lontananza vediamo la tenda dei Ranger posta vicino a Helen’s Lake. C’è tempo per ammirare il panorama è guardare dall’alto verso l’alto le cime di roccia rossa che trapelano tra le nevi. La discesa è un momento per divertirsi scivolando su varie lingue di neve in piccole gole che in un quarto d’ora ci riportano a Horse Camp.

Da lì torniamo alla base, prendiamo la macchina e ci dirigiamo in direzione Red Bluff, soddisfatti per una giornata di vera montagna. Lungo la strada ci fermiamo dal benzinaio e uscendo dalla macchina percepiamo i 40 gradi californiani (ecco la nostra guida sul clima della California). E pensare che siamo partiti dai 15 di Vancouver! A Red Bluff decidiamo di magiare la “steak”, affamati di carne rossa locale dopo aver visto sterminati pascoli di vacche a partire dal sud dell’Oregon.

Ci fermiamo alla Green Barn Whiskey Kitchen e ordiniamo tre tagli diversi di carne tenerissima e succulenta. La cena è memorabile e molto contenti ci ritiriamo nel nostro cottage in un ranch 27 km a est di Red Bluff sulla strada verso il Lassen National Park. C’è tempo per ammirare il tramonto californiano e poi ci addormentiamo.

Day 10 Red Bluff – Lassen – Arcata

Day 10 Il cratere del Lassen, Mount Shasta sullo sfondo e la farfalla
Cratere del Lassen

Ci svegliamo un po’ prima del solito perché abbiamo una giornata impegnativa davanti: Lassen National Park e poi 4 ore di macchina fino alla costa. Per un attimo siamo tentati di rinunciare al Lassen perché vediamo che il sentiero principale (Bumpass) è chiuso per lavori: lì si potevano ammirare numerose attività geotermali tipiche del parco. Tuttavia non demordiamo e ci dirigiamo nel parco, entrando da sud.

Il Visitor Center è molto attrezzato e riceviamo informazioni sulla condizioni dei sentieri: in alto infatti c’è ancora molta neve. Decidiamo di divederci su due sentieri diversi: due di noi partono dai Sulphuric Works (luogo di fumarole e fanghi ribollenti) per dirigersi ai Ridge Lakes, attraverso un percorso di circa 1,6 km di salita costante piuttosto ripida con alcuni punti coperti di neve. La vista finale è stupenda e appaga perché si vede un lago montano ancora circondato di neve e contornato da rocce rosate e fiori gialli.

Il terzo tra noi sceglie invece di arrivare in vetta al Lassen Peak (3200m circa). Per arrivare all’attacco della camminata si passa dal lago Helen che è ancora parzialmente ghiacciato benché siamo a fine luglio. La vista è meravigliosa perché regala acqua tersa e ghiacci azzurri.
Poco dopo, tra muri di neve, parte l’attacco del sentiero che raggiugne la vetta del Lassen. Il primo terzo di percorso è ancora coperto dalla neve, ma non è pericoloso. Basta calzare degli scarponi e si va tranquilli. La salita è costante durante tutto il sentiero, ma non è particolarmente impegnativa tanto che sono molte le famiglie con bimbi piccoli che si avventurano verso la vetta.

Mano a mano che si sale la neve diminuisce e aumenta il vento, che porta con sé numerose farfalle. In cima si gode di una vista a 360 gradi sulla California del nord e si ammira da vicino il cratere del Lassen, sapendo che prima o poi erutterà di nuovo. La salita è durata circa un’ora e quaranta mentre la discesa è molto più veloce perché, approfittando di numerose lingue di neve accanto al sentiero, si può scendere scivolando seduti su un k-way, con molto divertimento e poco rischio.

Dal Lassen partiamo per Arcata, sulla costa. La strada diventa ben presto impegnativa per le numerose curve attraverso la Trinity Forest. Bisogna armarsi di pazienza perché basta incontrare un truck per andare piano con poche possibilità di sorpasso. Raggiungiamo Arcata verso sera e veniamo avvolti da banchi di nebbiolina umida. Anche oggi siamo passati dai 40 gradi di Red Bluff ai 18 della costa. La nostra host è molto gentile e ci dà alcuni suggerimenti per il giorno successivo davvero utili.

Day 11 Arcata – Avenue of the Giants – Little River

Siamo ad Arcata perché avevamo intenzione di dirigerci brevemente a nord per visitare il Redwood National Park, e da lì ridiscendere a sud verso Mendocino. Ma la nostra host ci dice che per vedere le sequoie è inutile allungare verso nord, perché si passa dalla Avenue of the Giants, parte dell’Humboldt State Park. Proprio qui in realtà si trovano le sequoie più alte del mondo e in un’ora arriviamo al parco. Si esce dalla 101 per percorrere la cosiddetta Avenue of the Giants, un vero e proprio “viale” che entra nelle foreste vergini di sequoie.

Non appena entriamo le proporzioni cambiano perché ci ritroviamo sotto gli esseri viventi più alti del mondo, che raggiungono anche i 100 metri di altezza. Lungo la strada si trovano numerosi negozi di souvenir in legno, dove compriamo alcuni regali da portare in Italia (quando inizia la fase dei regali vuol dire che il viaggio volge al termine). Dopodiché entriamo nel parco e ci fermiamo per fare un sentiero attorno al Giant Tree, che con i suoi 115 metri di altezza è uno degli alberi più alti del mondo.

Bisogna stare attenti ai cartelli, perché la nostra intenzione era di fare un brevissimo loop di dieci minuti, ma sbagliando direzione facciamo un sentiero di un’ora e mezza nella foresta di sequoie: il percorso è sicuramente molto suggestivo ma sballa i nostri orari. Al termine facciamo un bagno nelle pozze del Bull Creek, seguito dal nostro consueto picnic. Dopodiché ci dirigiamo verso Little River, appena a sud della nota località di Mendocino.

La strada torna a essere subito molto tortuosa, come già avevamo visto il giorno precedente (in California non abbiamo trovato gallerie, perciò vista la conformazione montuosa di gran parte dello stato le strade seguono l’andamento dei pendii). Lungo la strada tuttavia troviamo una piacevole sorpresa, perché uno splendido esemplare maschio di cervo ha scelto di pascolare lungo il nostro tragitto, senza essere per nulla infastidito dalla (rara) presenza delle auto.

Ci fermiamo per diversi minuti ad ammirare una creatura davvero maestosa. Ripartiamo per Mendocino dove alle 17:30 andiamo a messa alla Saint Anthony Church. Prima di dirigerci verso il nostro cottage, passiamo dal Fern Canyon che non ci lascia particolarmente impressionati. Più interessante invece si rivela la Pigmy Forest, una foresta mignon di alberi anche antichi che però non riescono a svilupparsi in altezza a causa della particolare acidità del suolo. Cerchiamo poi un luogo adatto per ammirare il tramonto dalla costa e infine andiamo nel nostro cottage per cenare e riposarci. C’è da dire che tutta questa zona è molto cara, perciò potrebbe essere utile dormire nell’entroterra più che sulla costa.

Day 12 Little River – San Francisco

Siamo fortunati perché a pochi minuti dal nostro cottage una cooperativa di agricoltori (The Grange) organizza una volta al mese per 8 dollari a testa una colazione all-you-can-eat a base di pancakes e prodotti locali. Ci sediamo a una tavolata di americani delle fattorie, molto cordiali e accoglienti, che ci spiegano che con queste colazioni raccolgono fondi per progetti sociali nel loro territorio. Il cibo è delizioso e abbondante.

Da lì partiamo in direzione del Point Reyes National Seashore, l’ultimo parco che vedremo prima di entrare a San Francisco. Purtroppo sulla costa non prende quasi mai internet, e quindi non riusciamo ad avere informazioni su quale tragitto è più veloce. Scegliamo la strada costiera, la Highway 1, ma ben presto ci mangiamo le mani: il tracciato è lunghissimo e pieno di curve, con enormi difficoltà di sorpasso e frequenti rallentamenti dovuti al traffico e ai lavori stradali. Inoltre, il panorama, pur bello, non è tale da giustificare la scelta di questo tracciato. Probabilmente se avessimo percorso la 101 fino a S. Francisco per poi risalire su verso il Point Reyes il viaggio sarebbe stato più breve.

Raggiungiamo il parco con due obiettivi: osservare la faglia di sant’Andrea e vedere gli elefanti marini. La prima si trova accanto al Bear Valley Visitor Center. Da lì però scopriamo che per andare nelle spiagge dove si trovano gli elefanti marini occorre guidare ancora 45 minuti verso Point Reyes. Siccome non abbiamo tempo a sufficienza decidiamo di andare alla più vicina Limantour Beach dove mangiamo e ci fermiamo per un breve riposo. È una bella spiaggia, molto frequentata da americani. L’acqua è fredda e in spiaggia ci sono circa 20 gradi. Ma il sole splende e rende l’atmosfera piacevole.

Da lì rimontiamo in macchina e in un’oretta arriviamo al Golden Gate Bridge! Dopo più di 4000 km e circa 45 ore di guida eccoci al termine del viaggio: San Francisco. Rimaniamo un po’ storditi da questo ambiente così cittadino dopo che abbiamo passato tutto il viaggio in mezzo ai parchi o su strade per lo più solitarie.

Ancora non abbiamo incontrato alcun italiano. E di turisti stranieri ne abbiamo comunque visti pochi: giusto qualche olandese e qualche tedesco.
Ci sistemiamo nel nostro appartamento situato in Outer Sunset e poi scegliamo di andare a passeggiare nella ChinaTown, dove mangiamo in un ristorante cinese insieme a un nostro amico che vive in città. Spendiamo poco e mangiamo bene. Dopo cena facciamo un giro su un cable car fino a Ghirardelli Square. Da lì con Uber rientriamo a casa per un meritato riposo.

Day 13 San Francisco

Diario di viaggio North WestSoffriamo di astinenza e perciò nulla ci può togliere una colazione da Starbucks. Siamo un po’ straniti, tutta questa gente e questo contesto urbano ci stona un pochino rispetto alle bellezze naturali che hanno caratterizzato il nostro viaggio. Perciò con un po’ di nostalgia ci prepariamo a visitare la città. Scopriamo il gruppo della San Francisco City Guides, un’associazione di volontari che portano in giro gratis i turisti attraverso percorsi caratteristici. Scegliamo la guida delle 11 per visitare il Fisherman’s Wharf. La guida dura circa 1 ora e 45 minuti e, come si dice in inglese, “it’s worth it”!

Infatti si vengono a scoprire numerosi aneddoti e storie avvenute a San Francisco. In particolare incontriamo alcune storie di italiani immigrati in città a metà dell’Ottocento e che sono stati decisivi nella storia della città. Tra tutti spiccano le famiglie Ghirardelli, Alioto-Lazio e Di Maggio. La nostra guida Nicole è preparatissima e molto disponibile con noi e gli altri partecipanti al gruppo (australiani e francesi).

Dopo la visita mangiamo la famosa Clam Chowder al Pier 39. Prendiamo un Uber per spostarci velocemente dopo pranzo alla Mission Dolores. Lì tocchiamo con mano la scoperta di San Francisco e gli inizi della missione e della piccola colonia spagnola. È un posto poco visitato ma ricco di documenti e di testimonianze. Molto interessante è il tipo di rapporto che i francescani cercavano di instaurare con i nativi nelle loro missioni.

Ci trasferiamo poi al Golden Gate Park dove visitiamo in circa due ore la nota California Academy of Sciences. È un museo di storia naturale con fossili, scheletri, acquari, habitat ricostruiti e un planetario digitale. Proprio quest’ultimo, benché molto pubblicizzato, ci delude perché i documentari proiettati su uno schermo a cupola sono tutti prodotti digitali e perciò non fanno vedere riprese dal vivo. Il resto del museo è invece di altissimo interesse e molto capace di spiegare e catturare l’attenzione (spettacolare il passaggio nella cupola di vetro sopra la quale nuotano i pesci del Rio delle Amazzoni).

Prima di cena abbiamo tempo per passare dal mall per un breve shopping dedicato ai regali da portare in Italia. Infine, proseguiamo il tour culinario asiatico mangiando in un BBQ coreano, caratterizzato da tavoli con al centro ciascuno una griglia su cui cuocere la carne cruda che si è ordinato.

Day 14 San Francisco – Milano

Impacchettiamo i bagagli e decidiamo di approfittare del tempo rimasto per un’altra guida delle San Francisco City Guides. All’una c’è una visita di un’oretta al Japanese Tea Garden, situato dentro al Golden Gate Park. La guida non è brillante come il giorno precedente ma è comunque preparata e rende ancor più godibile la passeggiata attraverso questo giardino così armonico e rilassante. Possiamo dire che avvalersi di questi giri guidati gratuiti (alla fine viene solo chiesta una donazione libera per l’associazione) è un’opportunità da sfruttare per conoscere la città attraverso chi ci vive.

Dopo la visita c’è tempo per un ultimo pranzo e scegliamo Taco Bell, per non farci mancare proprio alcun aspetto dell’America! Infine è il momento della riconsegna della macchina e del volo diretto da San Francisco a Milano. Su Airitaly ci troviamo bene, soprattutto per il cibo servito nei pasti che è di qualità molto superiore a tutti i pasti nelle altre aerolinee. Ed eccoci nuovamente in Italia con gli occhi e il cuore pieni di tanta bellezza vista nella natura e nella possibilità di passare del tempo insieme tra noi in maniera più stretta. E insieme alla gioia di essere tornati a casa con tante racconti da condividere ci portiamo anche il desiderio di continuare a scoprire tutti gli Stati Uniti, stato per stato.

20 giorni da Los Angeles ai parchi nazionali: il viaggio di Gianmarco

Era da un po’ che avevamo in mente un viaggio come quello fatto quest’estate, più o meno da quando Arianna, ora 9 anni e mezzo, ha raggiunto un’età (secondo noi) adatta ad apprezzare appieno un tour del genere. Valentina e io avevamo fatto un giro simile nel 2008: da Los Angeles a San Francisco passando per il Grand Canyon, Page, la Monument Valley, Moab, Bryce, Las Vegas, la Death Valley, Yosemite e Mariposa, cambiando 10 hotel per 18 notti totali, fermandoci per più giorni solo nelle grandi città.

Quest’anno abbiamo pianificato il tour con qualche tappa in meno e qualche giorno in più a disposizione (tre settimane piene, da sabato 15 giugno a sabato 6 luglio, con rientro a casa domenica 7 luglio), in modo da riuscire a visitare i vari posti interessanti con molta più calma rispetto a undici anni fa, dedicandoci maggiormente ai parchi (sia naturali che di divertimento) e meno alle città, cercando quindi di fermarci per almeno due notti quasi dappertutto.

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Alcuni consigli per l’organizzazione

Prima di partire col “diario” vero e proprio, ecco alcune info utili per pianificare il viaggio.

  • Aereo: biglietti presi nel momento migliore (leggi “prezzo migliore”) circa cinque mesi prima della partenza (ho monitorato per un po’ i voli con le seguenti caratteristiche: tratta Trieste – Los Angeles con un unico scalo breve, di massimo tre ore, con partenza a orari “umani”). Volo operato da Lufthansa, ma biglietti acquistati tramite il sito della United Airlines (andata Trieste – Francoforte – Los Angeles, ritorno Los Angeles – Monaco – Trieste). Tutte le operazioni successive (API, check-in ecc.) le ho fatte tramite il sito o l’app (ottima!) di Lufthansa. Per un consiglio sui posti, consiglio di fare un giro prima della scelta sull’ottimo SeatGuru. -> Guida su come cercare un volo per gli States
  • Assicurazione Sanitaria: Columbus, passando da qua per lo sconto.
  • Valigie: due valigie grandi da stiva con chiusura TSA più un trolley da cabina, in modo da viaggiare abbastanza agili, visti gli spostamenti frequenti (11 hotel per 21 notti).
  • Patente: per me ho fatto anche la patente internazionale perché in Arizona e New Mexico è richiesta (in California, Colorado, Nevada, e Utah non è necessaria), ricordando a Valentina di non guidare in quei due stati!
  • Noleggio auto: Alamo tramite Auto Europe, passando da qua per lo sconto, categoria standard con tutte le opzioni assicurative disponibili, poi arrivati lì ci è stata fatta la classica offerta che non puoi rifiutare e con una piccola differenza di prezzo abbiamo optato per un SUV (Jeep Cherokee Latitude recente con pochissime miglia, ma si trattava di scegliere tra almeno otto SUV disponibili in quel momento nel parcheggio…). Abbiamo fatto la prenotazione subito dopo aver acquistato i voli.
  • Hotel: prenotati tutti circa cinque mesi prima di partire, con Expedia, tranne quello a Las Vegas, prenotato tramite un altro sito.
  • SIM: presa su Amazon la SIM prepagata (MOST SIM T-Mobile) della durata del viaggio, utilizzando lo smartphone dove era inserita come hotspot anche per gli altri. Attivazione molto semplice dall’Italia, 4G quasi ovunque (tranne nei posti dove non c’è proprio copertura), giga illimitati… ma ricordatevi di non telefonare o mandare SMS in Italia con quella SIM!
  • GPS: era incluso nel noleggio, ma non l’abbiamo mai usato. Abbiamo utilizzato i nostri smartphone Android, con l’unica accortezza di scaricare con Google Maps le mappe della zona desiderata il giorno prima di andarci (in alcune zone non c’è campo, neanche con le SIM USA!).
  • National Park Pass: acquistata dall’Italia e arrivata prima della partenza. -> Guida sulla tessera parchi
  • Borsa frigo: da 18 litri, acquistata il primo giorno in un supermercato lungo la strada, da riempire di ghiaccio ogni mattina grazie ai distributori presenti in ogni hotel, indispensabile per avere sempre le bevande fresche anche dopo ore in macchina sotto il sole. L’abbiamo abbandonata a Los Angeles prima della partenza. Indispensabili anche le tre (una a testa) borracce termiche da 750 ml.
  • Pasti: colazione molto abbondante, niente pranzo (giusto qualcosina per Arianna) e cena in tutta tranquillità in ristorante o simili, niente fast food.
  • Pagamenti: carta di credito praticamente ovunque, i pochi dollari portati dall’Italia li abbiamo utilizzati per le piccole spese e principalmente gli ultimi giorni di permanenza, proprio per finirli. -> Guida a come pagare in USA

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Sabato 15 giugno: arrivo a Pasadena

Tutti i voli in orario: partenza alle 10:30 da Trieste, arrivo a Francoforte alle 11:55, ripartenza alle 14:10 e arrivo a Los Angeles alle 16:50 (ora locale). Quasi due ore per uscire dall’aeroporto, nonostante l’ESTA fatta per tempo: coda alle macchinette automatiche (foto, impronte e solite domande per tutti e tre), coda al successivo controllo con l’addetto all’immigrazione (nuovamente foto e impronte solo per me e Valentina, mah…), coda per uscire dopo aver ritirato le valigie.

Per fortuna riusciamo a prendere lo shuttle Alamo quasi al volo, poi la macchina (vedi sopra per i dettagli) e arriviamo in hotel a Pasadena (2 notti al Holiday Inn Express & Suites Pasadena-Colorado Blvd.) poco prima delle 21:00, stanchi morti (per noi erano le 6:00 di mattina…). Ho scelto Pasadena per la posizione: abbastanza vicina agli Universal Studios e direttamente sulla strada per Las Vegas.

Domenica 16 giugno: Universal Studios

In andata il jet lag va sfruttato a proprio vantaggio: siamo infatti svegli ben prima dell’alba, facciamo quindi colazione in hotel prestissimo e poi via agli Universal Studios. Meno di mezz’ora in macchina, parcheggio “General Parking” a 25 $, alle 9:00 aprono e siamo già lì da qualche minuto. Abbiamo preso online i biglietti con l’opzione Universal Express: costano praticamente il doppio, ma permettono di saltare le file almeno una volta per ogni attrazione, sono praticamente indispensabili se volete ottimizzare la visita.

Riusciamo infatti a fare tutte le attrazioni e tutti gli spettacoli, quasi senza fermarci, dalle 9:00 alle 17:00. Tra le attrazioni, le nostre preferite sono state The Simpsons Ride e Transformers: The Ride-3D, oltre a quelle all’interno dello Studio Tour. Assolutamente fantastica la nuova sezione dedicata a Harry Potter! Rientro in albergo, doccia e poi a cena al Cafe Santorini in centro a Pasadena.

Lunedì 17 giugno 2019: da Pasadena a Las Vegas

Anche oggi sveglia presto senza problemi, colazione (sempre in hotel) e poi via verso Las Vegas sulla I-15, ma con un paio di deviazioni. Prima sosta a Calico Ghost Town (arriviamo lì poco prima delle 10:00), una simpatica città western style dove fermarsi un’oretta al massimo per fare qualche foto e visitare un paio di negozietti caratteristici.
Poi piccola deviazione per raggiungere la Mojave National Preserve: si esce a Baker, poi si prende la Kelbaker Road fino al Kelso Depot Visitor Center, con sempre più Joshua Tree lungo la strada, sempre meno macchine in giro e… niente rete telefonica! Dopo una veloce visita (ranger molto disponibili e simpatici, probabilmente non ci sono tantissimi turisti…), proseguiamo verso nord per ricongiungerci sulla I-15 e raggiungere Las Vegas.

L’obiettivo era quello di fermarsi alla mitica scritta Welcome to Fabulous Las Vegas per una foto, ma c’è talmente tanta gente e tanto traffico, che decidiamo di proseguire e andare direttamente in albergo (2 notti al Treasure Island Hotel and Casino, ottimo rapporto qualità/prezzo, parcheggio gratuito, molto ben posizionato sulla Strip). Ho prenotato una petite suite, quindi ci sono due bagni, uno dei quali con una bella vasca idromassaggio, irresistibile per Arianna! Usciamo intorno alle 18:00 per andare in Fremont Street, prendiamo il bus SDX (biglietto da 24 ore per riuscire a fare andata e ritorno, quello da 2 ore non basta) alla fermata del Wynn e in una quindicina di minuti siamo a destinazione.

Vista l’ora, decidiamo di andare a mangiare: optiamo per l’Heart Attack Grill, una vera “esperienza” più che una cena. I baristi sono vestiti da dottori, le cameriere da infermiere, ai clienti viene fatto indossare un camice e fatta accettare una clausola che prevede la possibilità di essere sculacciati se non si finisce tutto quello che si ha ordinato. I panini si chiamano “bypass” e vanno dal singolo strato (hamburger di Angus, formaggio, pomodoro, cipolla, chili) all’ottuplo (otto volte tutto quello che c’è nel singolo!), con la possibilità di aggiungere bacon a volontà, per pochi dollari. Arianna e Valentina (spaventate dalla visione di un cliente sculacciato con violenza da una cameriera!) optano per il singolo, io vado per il triplo, ma non avrei avuto difficoltà nemmeno col quadruplo o col quintuplo. N.B. Se pesate più di 160 kg mangiate gratis e se vi viene in mente la malaugurata idea di ordinare vino, questo vi viene portato in delle sacche tipo flebo!

Sazi e soprattutto divertiti, è il momento di assistere alle Freemont Street Experience delle 20:00, dedicata alle canzoni dei The Killers. Poi nuovamente bus SDX fino al Fashion Mall, a due passi dal nostro hotel. Il jet lag in andata è un vantaggio quando si tratta di svegliarsi presto al mattino, ma alla sera il sonno inizia ad arrivare ben prima del tramonto, quindi ce ne andiamo a dormire.

Martedì 18 giugno: Las Vegas

Colazione al The Coffee Shop all’interno del Treasure Island e primo incontro per Arianna e Valentina con i pancake giganteschi! Poi un giro con qualche acquisto al The Forum Shops at Caesars, poi il Caesars Palace (Arianna voleva vedere dal vivo le location di “Una notte da leoni”…), il Flamingo, il Venetian e poi tutto il pomeriggio in piscina.
Ottima cena con vista Strip al Gilley’s Saloon (fa parte del Treasure Island), poi passeggiata fino al Bellagio per lo spettacolo delle fontane (canzone di Marilyn Monroe come sottofondo), tornando indietro becchiamo al volo anche l’eruzione del vulcano del Mirage e per concludere lo spettacolo del Cirque du Soleil, Mystère (biglietti presi un paio di mesi prima al 50% di sconto, sul sito ufficiale), proprio nel teatro all’interno del nostro hotel, con inizio alle 21:30 (che sonno…). Niente da dire sui numeri degli artisti, veramente emozionanti e coinvolgenti, ma sugli intermezzi “comici” tra un’esibizione e l’altra… mamma mia, patetici è dire poco, anche se il pubblico locale sembrava gradire parecchio!

Mercoledì 19 giugno: da Las Vegas a Bryce Canyon

Colazione al buffet del Treasure Island (ricchissimo e con un ottimo rapporto qualità/prezzo), siamo pronti per un altro spostamento: si va a Bryce Canyon, allungando per la magnifica strada panoramica UT-9 che taglia il parco di Zion e il Red Canyon. Panorami mozzafiato, una bella strada tortuosa e tante soste nelle piazzole dedicate per fare foto magnifiche. Ci fermiamo anche al bizzarro The Rock Stop per acquistare qualche roccia veramente particolare.

Arriviamo a Bryce (2 notti al Best Western Plus Ruby’s Inn, perfetto per visitare il parco) intorno alle 16:00, pronti per la prima esperienza al laundromat: un bel po’ di monetine da un quarto, detersivo in caps offerto a sorpresa da una signora, e in un’ora e poco più, tutta la roba sporca accumulata nei primi cinque giorni è lavata e asciugata! Cena in hotel al Ruby’s Inn Cowboy’s Buffet & Steak Room, dove si può mangiare a buffet o alla carta. Dopo una rapida occhiata, optiamo per il buffet: essendoci parecchia scelta, non abbiamo difficoltà a trovare qualcosa di accettabile.

Giovedì 20 giugno 2019: Bryce Canyon

Decidiamo di vedere l’alba, problema: da quale viewpoint? Dopo un’approfondita ricerca su Internet, sembrerebbe che il punto migliore sia (ironia della sorte)… al Sunset Point! Che tra l’altro ha il vantaggio di essere il primo a sinistra, non appena si entra a Bryce. Sveglia alle 5:00, alle 5:15 siamo già lì in attesa, con addosso le coperte prese in prestito dalla stanza, essendoci dieci gradi! Dalle 5:30 aumenta lentamente la luce e i colori sui pinnacoli cambiano come per magia. Decido di scendere una parte del trail per avere il sole esattamente dietro al pinnacolo detto Martello di Thor, cosa che avviene esattamente alle 6:21.

Poco dopo rientriamo in hotel per fare colazione, poi via nuovamente all’interno del parco, per fare in macchina tutti i viewpoint. Partiamo da quello più lontano (Rainbow Point), per concludere nuovamente al Sunset Point e fare anche una parte del trail. Poi in albergo, un po’ di piscina (coperta) e idromassaggio, infine nuovamente a cena al buffet del Ruby’s Inn, come la sera prima.

Venerdì 21 giugno: da Bryce a Moab

Colazione in hotel, valigie in macchina e via per la prossima destinazione (Moab), passando per una sacco di viewpoint e altre tappe intermedie. Iniziamo con il Powell Point Overlook, poi una rapida sosta all’Escalante Petrified Forest State Park (parco statale, si paga a parte) per i legni pietrificati. Head of the Rocks Overlook, Boynton Overlook e Homestead Overlook offrono altre vedute spettacoli. Passiamo anche per Capitol Reef, ma senza fermarci, se non per qualche foto. Poco più avanti c’è Caineville, con il maestoso Factory Butte.

Piccola deviazione per visitare anche la Goblin Valley (parco statale, si paga a parte), veramente particolari e divertenti le forme di roccia! Arriviamo a Moab (3 notti all’Inca Inn and Motel, una buona soluzione nonostante senta il peso degli anni, stanze piccole ma confortevoli e in ogni caso molto pulite) in tempo per un tuffo in piscina e per andare a cena: dopo tanta carne, abbiamo voglia di pizza (rigorosamente USA style!), quindi optiamo per Zax, dove componiamo a piacere due pizze giganti da mangiare in tre.

Sabato 22 giugno: Hole ‘N’ The Rock Dead Horse Point e Canyonlands

La colazione inclusa offerta dal motel non è granché, quindi optiamo per andare al mitico Moab Diner (ce lo ricordiamo dal 2008…). Pancake giganteschi e la classica atmosfera da diner, con continui refill di caffè bollente! Approfittiamo di un paio di ore di buco prima del volo su Arches e andiamo a visitare la bizzarra Hole ‘N’ The Rock e il suo zoo, a pochi minuti di macchina da Moab, tutto sommato un posto divertente (andateci solo se vi avanza tempo o se ci passate davanti).

Alle 11:00 siamo pronti a salire in aereo (tour prenotato con Redtail Air Adventures) per il volo di 30 minuti (in realtà sono stati oltre 45) sopra Arches. Inutile dire che il panorama e la visione dei vari archi e canyon dall’alto è incredibile. Arianna ha anche l’onore di occupare il posto da co-pilota! Esperienza che consiglio assolutamente di fare.

Maggiori Info sul tour

Scesi dall’aereo, riprendiamo la macchina per fare prima il Dead Horse Point State Park (parco statale, si paga a parte) di Thelma e Louise e poi proseguiamo per i principali viewpoint di Canyonlands (il distretto Island in the Sky), incluso il trail per raggiungere il Mesa Arch, una sorta di anteprima alla visita di Arches in programma domani. Rientro in motel, un veloce tuffo in piscina e poi a cena… nuovamente al Moab Diner, stavolta per provare il menù della cena!

Domenica 23 giugno: Arches

Per la colazione oggi scegliamo il Jailhouse Café… difficile dire quale sia meglio tra questo e il Moab Diner, ma se dormite almeno due notti a Moab, a colazione dovete provarli entrambi! Poi subito ad Arches, l’obiettivo è farsi tutto il Delicate Arch Trail: 2,4 km in salita e 2,4 km in discesa per un panorama assolutamente unico, una passeggiata fattibilissima soprattutto nelle ore meno calde del giorno (siamo arrivati all’arco che erano le 9:30). Una volta scesi, andiamo in macchina al Delicate Arch Viewpoint per vederlo da un’altra prospettiva.

Da lì, direttamente verso la fine del parco, al Devil’s Garden, per il lungo trail che permette di vedere in sequenza tanti archi: Tunnel Arch, Pine Tree Arch, Landscape Arch, Partition Arch e Navajo Arch… mentre per il Double O Arch serviva troppo tempo e iniziava a fare davvero tanto caldo. Al rientro, breve sosta per il The Windows Trail, un’altra zona piena di archi, ma con molti più turisti, vista la poca strada da fare a piedi. Rientro in motel, solito tuffo in piscina e… seconda sessione al laundromat! Cena alla Moab Brewery, altro posto fantastico che ricordavamo bene dal viaggio del 2008!

Lunedì 24 giugno: da Moab a Mesa Verde

Colazione sempre al Jailhouse Café, poi dritti verso Mesa Verde per riuscire a prenotare il tour con il ranger al Cliff Palace (sul sito ufficiale c’era il link per prenotare online, ma risultava inattivo da mesi…). Arriviamo lì alle 11:00 e riusciamo a trovare posto nel tour delle 17:00. Giusto il tempo per fare prima tutti i vari viewpoint in macchina, visitare il museo e fare il chek-in al lodge (1 notte al Far View Lodge, assolutamente magnifico il balcone con vista Mesa!).

La visita guidata al Cliff Palace dura un’ora e ci dà la possibilità di vedere da vicino le abitazioni rupestri scavate nella montagna. Ottima cena al Metate Room, ristorante molto valido, con delle spettacolari vetrate con vista Mesa.

Martedì 25 giugno: da Mesa Verde alla Monument Valley

Colazione a buffet (da pagare a parte) nel complesso del lodge, valigie e borsa frigo in macchina, destinazione Monument Valley. Sosta obbligatoria al Forrest Gump Point per le foto di rito e… una corsetta improvvisata, con tanto di attacco all’omonimo Segmento su Strava (chi corre o pedala sa di cosa sto parlando), attacco andato a segno! Arrivati alla Monument Valley, breve sosta al Visitor Center e poi via lungo la Valley Drive in macchina. In poco più di un’ora l’abbiamo fatta tutta, con le varie soste in corrispondenza dei punti d’interesse. Auto piena di sabbia, ma esperienza veramente divertente, soprattutto nei tratti più dissestati!

Arriviamo al lodge (1 notte al Goulding’s Lodge, sistemazione non proprio a buon mercato, ma la vista dal terrazzino della camera vale assolutamente la spesa!) in perfetto orario per il check-in (15:00), quindi con un po’ di tempo per un tuffo in piscina (coperta) e per prendere qualcosa da mangiare nel grande supermercato all’interno del complesso: le ultime recensioni del ristorante del lodge sono pessime, quindi per non rischiare, preferiamo una cena fai_da_te in camera, consumata in terrazzo, con una vista meravigliosa.

Mercoledì 26 giugno: dalla Monument Valley a Page

Colazione in camera (le motivazioni sono le stesse della cena di ieri…), poi via per una delle giornate chilometricamente più lunghe: si tratta infatti di scendere fino al Canyon de Chelly per poi risalire lungo la stessa strada, prima di proseguire verso Page. Pochissimo traffico e pochissima vegetazione lungo la strada, arriviamo al Visitor Center intorno alle 11:00 e in un paio d’ore facciamo in macchina tutti i viewpoint, da entrambi i lati del canyon, alcuni dei quali prevedono anche qualche minuto di passeggiata, utilissima per sgranchirsi le gambe e guardarsi intorno. C’è talmente poca gente in giro che l’atmosfera è tra il surreale e lo spettrale: in un paio di punti, la nostra auto è l’unica del parcheggio!

Altre tre ore in macchina (metà delle quali lungo la stessa strada dell’andata) ed eccoci a Page (2 notti al Days Inn & Suites by Wyndham Page Lake Powell, camere molto grandi in una struttura che sembra molto recente). Un paio d’ore passate tra piscina e idromassaggio per riprendersi dai tanti chilometri in macchina, poi solita doccia e delle fantastiche ed enormi bistecche da Steer 89, una steakhouse veramente caratteristica, dove abbiamo provato anche il Navajo Fry Bread.

Giovedì 27 giugno: da Horseshoe Bend a Lake Powell

Doveva essere una giornata molto tranquilla dopo tanti spostamenti, e così è stata: colazione in albergo, poi a vedere il panorama all’Horseshoe Bend, dove gli indiani si sono fatti furbi: non più uno spiazzo impolverato ai piedi di una collinetta dove lasciare la macchina e un panorama da godersi a proprio rischio e pericolo senza alcuna protezione, MA un parcheggio nuovo di zecca con tanto di casello obbligatorio dove pagare 10 $ a macchina, per poi raggiungere il bordo del canyon, ora attrezzato con ringhiere e passerelle. Del resto, un rapido calcolo sul numero di auto presenti già alle 9:30 e sul viavai continuo da e per il parcheggio, fa ipotizzare un incasso quotidiano intorno ai 30.000 $… come dargli torto! Tutta la situazione ha reso l’esperienza sicuramente meno “poetica” (undici anni fa la sensazione di clandestinità rendeva il tutto più avventuroso), ma il panorama è sempre quello e risulta in ogni caso assolutamente da vedere.

Da lì, breve spostamento in auto per due viewpoint, uno sulla Glen Canyon Dam e uno (dopo esser passati in macchina proprio sopra la diga) sul Lake Powell. Poi altro breve spostamento per scendere fino al Lake Powell e mettere i piedi in acqua, infine rientro in zona hotel per benzina, piccola spesa al Walmart (enorme!) lì vicino e pomeriggio dedicato al relax in piscina e… alla terza visita al laundromat. Cena al Dam Bar & Grille, un posto molto vivace con un arredamento particolare, dove abbiamo mangiato molto bene.

Venerdì 28 giugno: da Antelope Canyon a Flagstaff

Colazione in hotel e alle 9:30 dal centro di Page parte il nostro tour per l’Upper Antelope Canyon (prenotato cinque mesi prima con Expedia, ed erano gli ultimi posti disponibili!): un totale di quasi un’ora da passare all’interno del canyon, con la nostra guida Navajo a indicarci i punti migliori dove fare le foto.

Rientro a Page alle 11:00, un veloce passaggio in hotel per recuperare le valigie e fare il check-out (uno dei pochi hotel ad averlo alle 12:00), poi via verso il Grand Canyon. Poco più di due ore e siamo all’ingresso Est: Desert View Watchtower, poi di passaggio Navajo Point, Lipan Point, Moran Point, Grandview Point, Yaki Point, Pipe Creek Vista, Yavapai Point e Mather Point. La maestosità del Grand Canyon è impossibile da descrivere a parole, anche le foto non rendono la sensazione che si prova dal vivo. Purtroppo il tempo da dedicare alla visita è quello che è, ma va detto che in ogni caso servirebbero più giorni, soprattutto se si vuole scendere fino in fondo…

Un’altra ora abbondante di viaggio e siamo a Flagstaff (2 notti al Days Inn & Suites by Wyndham East Flagstaff, stessa catena di quello di Page, un po’ lontano dal centro, ma perfetto per gli spostamenti). Veloce sistemazione, doccia e siamo pronti per la cena. Vogliamo finalmente provare la “Chicago stuffed pizza”, quindi andiamo da Oregano’s Pizza Bistro, a pochi minuti di macchina dall’albergo. Ordiniamo le nostre pizze, ma arrivano sbagliate (versione normale invece di quella richiesta): le mangiamo lo stesso, ma con grande sorpresa non ce le mettono nel conto, incredibile! Lasciamo una mancia superiore al costo delle pizze e decidiamo di ritornare il giorno dopo per mangiare la versione giusta…

Sabato 29 giugno: da Sedona e Meteor Crater

Colazione in hotel, poi via verso Sedona. Un’ora scarsa in macchina lungo la strada tortuosa nel bosco che segue l’Oak Creek e arriviamo nel parcheggio di Cathedral Rock. Paghiamo il pass (Red Rock Pass, 5 $ il giornaliero, da esporre in macchina) e iniziamo il trail: prima parte molto tranquilla, ma da metà diventa parecchio impegnativo (oltre 200 metri di dislivello in poco più di 1 km!), con brevi tratti di vera arrampicata su rocce scivolose.

Arriviamo in cima in poco più di mezz’ora, per un panorama a 360° che vale tutte le gocce di sudore versate per arrivarci. Una volta scesi, riprendiamo la macchina per raggiungere prima Bell Rock e poi la Chapel of the Holy Cross, giusto il tempo di un paio di foto perché c’è veramente tanta gente e risulta addirittura complicato parcheggiare. Lungo la strada e nascoste nella vegetazione è pieno di ville enormi dal taglio moderno, a Sedona non devono stare per niente male!

Intorno alle 13:00 ci muoviamo nuovamente verso Flagstaff per poi proseguire verso Meteor Crater, il cratere meteoritico meglio conservato al mondo. Ci aveva stupito undici anni fa e… ci stupisce anche stavolta! Bello e forse ulteriormente arricchito anche il museo, con tante bacheche interattive, talmente interessanti e coinvolgenti che è stata dura portar via Arianna.

Da lì, solito passaggio in albergo per doccia e un po’ di relax e poi nuovamente a cena da Oregano’s Pizza Bistro (vedi la giornata precedente), e stavolta finalmente riusciamo a farci portare la “Chicago stuffed pizza” (servono almeno 45 minuti per prepararla e cucinarla), ma stavolta sbagliamo noi, sottovalutando la quantità di impasto e soprattutto formaggio all’interno della pizza/torta: ne ordiniamo infatti due (più un’insalata enorme), il problema è che tra le due pizze e l’insalata, sul tavolo c’è la bellezza di oltre 13.000 kcal (abbiamo controllato sul menù)! Risultato: siamo usciti con la classica doggy bag con dentro quasi tutta la seconda pizza.

Domenica 30 giugno: da Flagstaff a Twentynine Palms

Oltre 500 km da fare oggi, per avvicinarci il più possibile a San Diego, con varie soste lungo la mitica Route 66. Solita colazione in hotel, valigie in macchina, passiamo prima per Williams, poi per Seligman, dove ci fermiamo per le varie foto a tema Cars e per qualche acquisto nel famoso Angel & Vilma Delgadillo’s Gift Shop. Arriviamo quindi a Kingman e infine, dopo un bel po’ di strada sulla vecchia e panoramica (e lenta!) Route 66, arriviamo a Oatman, dove l’attrazione principale è la presenza di tanti muli in mezzo alla strada.

L’idea era di assistere anche alla Ghost Rider Gunfighters delle 13:30, ma manca ancora un’ora e il tutto ci sembra parecchio turistico, quindi decidiamo di continuare verso Twentynine Palms, anche perché ci sono ancora tanti chilometri da fare. Arriviamo a destinazione intorno alle 16:00 (1 notte al Fairfield Inn & Suites Twentynine Palms, bellissima struttura, anche se sorge praticamente nel nulla): visto il caldo e la zona desertica, c’è tutto il tempo per godersi la piscina e per la quarta (e ultima) sessione di laundromat. Cena al The Rib Co, ambiente spartano ma una delle migliori carni mangiate nelle tre settimane di tour, con l’addetto al barbecue che cucina per ore senza problemi sotto il sole del deserto!

Lunedì 1 luglio: da Twentynine Palms a San Diego

Colazione in hotel, in programma c’era la piccola deviazione per Pioneertown, ma avendo visto già Calico Ghost Town e Oatman, decidiamo di saltarla e andare direttamente al San Diego Zoo. Arriviamo alle 11:00 e ci restiamo per oltre quattro ore, senza praticamente mai fermarci. Del resto, è lo zoo più grande al mondo! Tanti animali da vedere, tutto molto ben tenuto.

Pochi minuti di macchina per raggiungere l’hotel lì vicino (2 notti al Springhill Suites San Diego Mission Valley, tutto bene tranne il parcheggio da pagare a parte, anche se lo sapevo già in fase di prenotazione). Solito “test” della piscina e poi un’ottima cena al Bully’s East Prime Bistro Sports Bar, bellissima atmosfera da bar sportivo, con tante tv, la giusta musica di sottofondo e gli immancabili divanetti in pelle.

Martedì 2 luglio: San Diego SeaWorld

Colazione in hotel e poi subito al SeaWorld. Siamo tra i primi a entrare, giusto il tempo di guardarsi intorno, tra delfini, lontre e vasche con pesci da accarezzare, che è subito l’ora dello spettacolo dei delfini. Bello anche l’acquario con gli squali e la zona dedicata alle foche, fantastica quella dei pinguini. Il tempo passa velocemente, è il momento delle orche. Dopo gli incidenti degli anni scorsi, gli istruttori non entrano più in acqua con loro, ma l’esibizione è in ogni caso emozionante: dal vivo sono veramente enormi e soprattutto in acqua sono velocissime!

A SeaWorld ci sono anche delle attrazioni, le facciamo quasi tutte, soprattutto i rollercoaster Manta ed Electric Eel, quest’ultimo assolutamente vietato ai deboli di cuore. Andiamo via dal parco dopo quasi sette ore, il tempo di una doccia e poi nuovamente a cena al Bully’s East Prime Bistro Sports Bar, ci è piaciuto talmente il giorno prima, che decidiamo di replicare. Il programma iniziale in realtà prevedeva anche la visita di San Diego, ma la due giorni Zoo-SeaWorld ci ha messo a dura prova, sarà la scusa per ritornarci in futuro!

Mercoledì 3 luglio: da San Diego ad Anaheim

Pochi programmi per la giornata, ce la prendiamo con calma, anche perché i prossimi due giorni saranno impegnativi (Disneyland…). Dopo la colazione in hotel e il check-out, decidiamo di passare per l’Orange County, prima tappa Laguna Beach, giusto il tempo di parcheggiare e fare un giretto sulla passerella lungo la spiaggia. Giornata molto ventosa e con parecchie onde, infatti non c’è nessuno in acqua.

Riprendiamo la macchina e in mezz’ora siamo a Huntington Beach, nota anche come Surf City. Troviamo un parcheggio al volo lungo la via principale, c’è tantissima gente in giro, tutti i locali e i negozi sono alle prese con i preparativi per il 4 luglio. Andiamo verso la spiaggia e sopra il molo, c’è una gara di surf, decidiamo di scendere sul bagnasciuga. Assistiamo anche un baywatch in azione: viste le onde, chi prova a entrare in acqua viene subito richiamato a riva!

Essendo un po’ in anticipo sulla tabella di marcia, decidiamo di perdere un po’ di tempo, passando per il The Outlets at Orange. Tanti negozi per una struttura che ricorda molto quelle replicate anche da noi. Purtroppo il cambio non è per noi favorevole come undici anni fa, e Internet ha comunque rivoluzionato il modo di fare acquisti. In ogni caso, non usciamo a mani vuote!

Arriviamo ad Anaheim intorno alle 16:00 (3 notti al Country Inn & Suites by Radisson, stanza enorme e un’altrettanto grande piscina, a dieci minuti a piedi dai due parchi Disneyland), per un paio d’ore di relax tra piscina e idromassaggio. Poi una cena veloce al The Pizza Press lì vicino, dove è possibile “costruire” la propria pizza a partire dall’impasto, e via a letto presto: domani è il 4 luglio e i parchi aprono alle 8:00!

Giovedì 4 luglio: Disneyland

Colazione in hotel, poi via verso il Disneyland California Adventure Park. Essendo il 4 luglio, abbiamo optato per il “minore” dei due parchi, ipotizzando un’affluenza proibitiva nell’altro. Entriamo alle 8:00 in punto (biglietti da due giorni presi online, un solo parco al giorno con l’opzione MaxPass che permette di prenotare i posti per alcune attrazioni direttamente dall’app ufficiale). Fino alle 10:00 la situazione è gestibile, con pochissime code anche senza utilizzare il MaxPass, da lì in poi le file iniziano a farsi proibitive, quindi è obbligatorio usare l’app, col piccolo problema che permette una prenotazione alla volta.

Riusciamo comunque a fare tutte le attrazioni in poco più di sei ore di permanenza nel parco, praticamente senza pausa. La nostra top 3? Soarin’ Over California, Guardians of the Galaxy – Mission: BREAKOUT! e Incredicoaster. Occhio alla Grizzly River Run: siamo usciti completamente bagnati! Rientrati in hotel, solito relax in piscina e poi al House of Blues Anaheim, a cinque minuti a piedi dall’hotel, dove ceniamo con sottofondo musicale, c’è un terzetto blues niente male.

Venerdì 5 luglio: Disneyland

Stessa “routine” di ieri, con la differenza che ci siamo anche preparati un piano di battaglia per riuscire a fare tutte le migliori attrazioni, raggruppandole in base alla zona. Nonostante su vari siti davano il 5 luglio come giornata “tranquilla”, dalle 10:00 la situazione peggiora velocemente, con code lunghissime in ogni attrazione. Riusciamo in ogni caso a fare le dodici migliori attrazioni in quasi nove ore di permanenza nel parco, sfruttando alla grande il MaxPass. Le uniche due file lunghe le abbiamo fatte all’interno di Star Wars: Galaxy’s Edge (un sogno per ogni appassionato di Star Wars!), dove il MaxPass non era ovviamente disponibile e per il Big Thunder Mountain Railroad, ma in quel caso avevamo già un’altra prenotazione nella stessa fascia oraria.

Anche qui, ecco la nostra top 3: Millennium Falcon: Smugglers Run (e tutta la zona nuova Star Wars: Galaxy’s Edge), Hyperspace Mountain e Indiana Jones Adventure. Andando via riusciamo ad assistere anche alla famosa sfilata, ma c’è talmente tanta gente in giro che ormai non vediamo l’ora di uscire… L’idea di rientrare in hotel per poi uscire nuovamente a cena non ci aggrada tanto, decidiamo quindi di fermarci lungo la strada da Denny’s, una catena tutto sommato accettabile grazie all’ampia scelta nel menù. Rientrati in hotel, le emozioni non sono ancora finite: la scossa di terremoto più forte degli ultimi vent’anni in California ci fa ballare un bel po’!

Sabato 6 luglio: rientro a casa

Sfruttiamo il check-out alle 12:00 per fare i bagagli con calma e passare ancora un po’ di tempo in piscina, nonostante un meteo non proprio favorevole (le solite nuvole mattutine di Los Angeles…). Lasciamo la macchina da Alamo (4.600 chilometri percorsi in totale in 22 giorni!) intorno alle 13:00, prendiamo lo shuttle gratuito fino all’aeroporto e andiamo subito al baggage drop. Giusto il tempo di un ultimo pasto da Planet Hollywood, che arriva il momento di imbarcarsi. Anche al ritorno, voli in perfetto orario: partenza alle 17:20 da Los Angeles, arrivo a Monaco alle 13:30 di domenica (ora locale), ripartenza alle 15:45 e arrivo a Trieste alle 16:40.

Tre settimane fantastiche che ovviamente ricorderemo per sempre, dove tutto è filato liscio senza alcun intoppo!

Autore: Gianmarco Pitteri

Il sogno americano della West Coast: il diario di viaggio di Luca

Pubblichiamo il diario di viaggio di Luca Viola che ha voluto condividere con la community di Viaggi-USA le emozioni e le sensazioni che ha provato durante il suo on the road della West Coast in 15 giorni. Vi ricordiamo che, se state anche voi cercando di realizzare il vostro sogno targato “USA on the road”, potete consultare la nostra sezione sulla West Coast, in particolare quella sul Southwest, dove trovate molti itinerari collaudati che vi permettono di esplorare questa meravigliosa area degli States.  

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Introduzione

Ciao a tutti!

Vogliamo innanzitutto presentarci: siamo Luca e Valeria e le pagine che seguono sono un breve resoconto personale, a mo’ di diario e senza alcuna velleità nozionistica e didascalica, di un viaggio nella parte ovest degli Stati Uniti, realizzato dal 20 aprile al 4 maggio 2019.

Abbiamo voluto fissare con lo scritto ricordi ed emozioni di un itinerario che abbiamo sognato per anni e che siamo riusciti entrambi a realizzare per la prima volta solo oggi.

Il nostro intento è stato quello di non correre il rischio che il tempo facesse dimenticare luoghi, persone, episodi ed aneddoti e di avere allo stesso tempo un appiglio su cui un domani, chissà, divagare piacevolmente con la memoria.

Abbiamo voluto condividere il nostro racconto con gli utenti del sito web viaggi-usa.it, da cui abbiamo tratto molteplici spunti e consigli utili alla pianificazione del nostro viaggio. Questo diario è anche un ringraziamento volto a loro ed alla preziosa attività di divulgazione di itinerari di viaggio affascinanti ed avventurosi in tutti gli Stati Uniti.

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Le tappe del viaggio

Per un veloce riferimento ed a supporto del diario, riportiamo qui di seguito la sintesi dell’itinerario di viaggio seguito, con l’elenco delle tappe (da / a), la distanza indicativa compiuta in km ed il tempo stimato in ore di auto.

  • 20 aprile: da Milano a San Francisco
  • 21 aprile: San Francisco
  • 22 aprile: San Francisco
  • 23 aprile: da San Francisco a Fresno distanza 432 km tempo 5 ore e 20
  • 24 aprile: da Fresno a Ridgecrest distanza 637 km tempo 7 ore e 30
  • 25 aprile: da Ridgecrest a Las Vegas distanza 215 km tempo 2 ore e 20
  • 26 aprile: Las Vegas
  • 27 aprile: da Las Vegas a Page distanza 668 Km tempo 6 ore e 40
  • 28 aprile: da Page a Lake Havasu City distanza 764 km tempo 7 ore e 30
  • 29 aprile: da Lake Havasu City a San Diego distanza 453 km tempo 5 ore e 10
  • 30 aprile: San Diego
  • 1 maggio: da San Diego a Los Angeles distanza 200 km tempo 2 ore e 50
  • 2 maggio: Los Angeles
  • 3 maggio: Los Angeles
  • 4 maggio: da Los Angeles a Milano

Sabato 20 aprile: da Milano a San Francisco

Un ultimo controllo, l’ennesimo, ai documenti di viaggio: biglietti, passaporto, ESTA, guide, cartine geografiche, mappe… c’è tutto.

Bene. Non resta che partire per l’aeroporto. Destinazione San Francisco, U.S.A.. Finalmente!

Alle 13.00 circa prendiamo posto sull’aereo, un Boing 737 Max della Air Italy, fresco di nuova rotta diretta Milano-San Francisco! Che pacchia, “solo” tredici ore e saremo dall’altra parte del mondo a…rivivere la stessa giornata! I magici effetti del fuso orario.

Nonostante un posto laterale optiamo per dei posti centrali più comodi, approfittando del fatto che il velivolo è mezzo vuoto.

Il volo è infinitamente lungo e passa tra cibo (decoroso), film, musica e consultazione della guida.

Abbiamo programmato ogni minimo dettaglio, prenotato mezzi, fissato date ed appuntamenti e facciamo un riepilogo, o “briefing” come ironicamente ci diciamo, per vedere che tutto torni.

Entrambi non vogliamo perdere tempo una volta giunti a destinazione, compatibilmente con la stanchezza del fuso orario.

“Cabin crew…prepare for landing!”. Aaah…da quanto aspettavo questa frase magica che il comandante pronuncia mentre siamo sull’Oceano Pacifico e che ci avvisa che siamo ormai pronti per l’atterraggio!

Sbrighiamo facilmente le pratiche doganali ed il ritiro bagagli. In men che non si dica siamo sulla navetta Bart che ci portera’ in Powell Street Station, nel cuore del Downtown Financial District.

Saliamo in superficie con i nostri valigioni e riusciamo ad “acchiappare” al volo un taxi di un coreano, un tipo sbrigativo che viaggia spedito a finestrini aperti su e giù per ‘Frisco. È il primo contatto con la città. Arriviamo all’albergo, il mitico Pier 2620, situato in pieno Fisherman’s Wharf, il caratteristico e pittoresco quartiere posto sulla baia, un tempo abitato da pescatori.

Dico mitico perché avevamo scelto con cura questo hotel mesi prima dall’Italia e, fortunatamente le attese non restano deluse. È un ambiente accogliente con una camera in perfetto design marinaresco, con elementi di decoro post-industriale molto raffinati. Ci piace!

Ci rilassiamo un attimo, riposiamo un’oretta, doccia e siamo pronti alle nove di sera per la prima avanscoperta della città. Una bella cenetta a base di pesce sul molo è quello che ci vuole.

Raggiungiamo facilmente a piedi la zona dei Piers ma con disappunto vediamo che un po’ tutti i localini e ristoranti stanno chiudendo…alle 21.30?…a San Francisco ? Non ci capacitiamo della cosa!

Troviamo una soluzione di rimedio in un lounge-bar, Boudin, che di giorno fa il panettiere e di sera si riscopre cuoco.

Come prima cena possiamo contare al massimo su un cocktail di gamberi in salsa piccante innaffiato da un dolcissimo vino bianco californiano della Napa Valley… è quanto riusciamo a ottenere a cucine chiuse…a dieta ma con classe!

Camminiamo un poco lungo il Pier decisamente poco vivo ed animato per poi far rientro stanchi in albergo. Domani ci attende una giornata intensa.

Domenica 21 aprile: San Francisco

C’è il sole, il cielo è di un azzurro incredibile e non c’è una nuvola. Tutto è perfetto per una prima camminata lungo la baia. L’orizzonte che si apre davanti ai nostri occhi alla fine di Jefferson Street è incantevole.

La baia sale dolcemente verso un parco gremito di gente che corre, fa ginnastica e yoga. è domenica e la città si appresta a vivere una giornata di tipico riposo californiano. Ma è anche una domenica particolare: è Pasqua!

Attraversiamo il parco, la nostra meta è la fabbrica di cioccolato Ghirardelli, una istituzione.

Confidiamo in un bel caffè per fare colazione ed è quello che riusciamo a trovare non dopo poche ricerche. Un cookie ed un cappuccino sono la nostra prima colazione made in U.S.A. In aggiunta ci concediamo un delizioso cioccolatino Ghirardelli, un “coniglietto” offertoci in omaggio in occasione della giornata di festa.

La vista dalla veranda del bar è di quelle che non si scordano; il parco degrada verso la spiaggia dove, nonostante i venti gradi, diverse persone fanno il bagno e fanno canottaggio. La gente del posto sembra tutta molto “easygoing” e l’atmosfera che si respira è di grande serenità.

Fatto il pieno di energie siamo pronti per un bel giro. Da North Point imbocchiamo Hyde Street verso l’interno. Una delle tipiche strade in salita, come tante qui a San Francisco, che a un certo punto incrocia il tratto più famoso e tortuoso della ben più lunga Lombard Street, la strada più pendente al mondo con un sacco di curve che degradano ripidamente.

Scatto le prime fotografie in serie con la macchina reflex e lo smartphone e faccio i primi video con la GoPro, con buona pace di Valeria che me la ha regalata per il mio compleanno. è solo l’inizio di un reportage fotografico impressionante!

Proseguiamo la bella passeggiata verso ovest, attraversando playground pieni di bambini che giocano e ci spingiamo poi fino alle pendici della collina sulla cui cima sorge la Coit Tower. è un avamposto dalla cui piazza si gode una bella vista sull’isola di Alcatraz. Al centro sorge una statua di Cristoforo Colombo che scopriamo essere stata un dono della Regione Liguria agli amici americani.

Scendiamo dalla collina e Filbert Street ci porta diretti ad una bella chiesa neogotica, frontale ad un parco. È la chiesa di San Pietro e Paolo. Entriamo per una preghiera pasquale e con stupore ci troviamo nel mezzo di una messa celebrata in italiano! Tutta la comunità è in realtà di italiani… attraversato il parco infatti ci troviamo sulla Columbus Avenue, nel cuore di Little Italy.

Ci fermiamo per un cordiale in un bar di “Paisà”, il caffè Greco. Accidentalmente faccio cadere sul banco la minuscola bottiglia in vetro di San Pellegrino che ho ordinato e che va in frantumi… alla modifica cifra di quattro dollari questo piccolo inconveniente diventa un bel disappunto!

Dopo la pausa puntiamo dritti verso la Transamerica Pyramid, un grattacielo dalla curiosa forma piramidale che con la giornata di sole riflette mille luci attraverso i suoi vetri.

Proseguendo arriviamo su Market Street dove ci lustriamo gli occhi davanti ai negozi delle grandi firme della moda Italiana, francese ed americana.

Ed eccoci a Union Square. Il cuore pulsante di Downtown. Ci sediamo per una pausa e per goderci un poco della vita cittadina di San Francisco. La piazza è la più importante della città ed è occasione di incontro, passeggio e riposo da parte dei suoi abitanti.

Qui facciamo un punto della situazione anche per la serata, prenotando un bel ristorante di pesce ad un orario tale da non rimanere a bocca asciutta come successo la sera prima.

È ormai l’una passata e proseguendo ora verso nord arriviamo alla Grace Cathedral, la bella cattedrale cittadina a cui dedichiamo una visita. Sulla strada ci imbattiamo in due hotel molto lussuosi come l’Intercontinental (sul cui rooftop è posto il celebre bar Top of the Marks) e il Fairmont, di cui conoscevo la più famosa versione del Principato di Monaco. Del resto siamo nel prestigioso quartiere residenziale di Nob Hill.

Nel mentre si sono fatte quasi le quattro e ci accorgiamo di non aver ancora pranzato! Del resto l’apporto calorico del cookie di Ghirardelli è stato pari ad un pranzo equivalente! Decidiamo di puntare ad uno Starbucks vicino al nostro albergo per una merenda a base di smoothies e tramezzini al tacchino. Per fare in fretta prendiamo la mitica Cable Car, la locomotiva su binario che attraversa i punti nevralgici della città. Tagliamo in men che non si dica tutta Columbus Avenue. è bellissima, sembra di essere catapultati a fine ottocento quando ancora non c’erano auto e tutto risulta molto vintage. Il mezzo ci lascia proprio davanti allo Starbucks dove consumiamo una veloce merenda.

Faccio capolino in uno dei molteplici negozi di noleggio biciclette per capire tempi, modi e prezzi per l’indomani.

Instancabili proseguiamo ora verso il mare, verso i Piers del Fishermans Wharf. Immancabile la foto alla colonia di leoni marini che sollazzano al sole; certo che paiono proprio beati, alcuni prendono il sole, altri dormono, alcuni emettono forti versi. Sul molo si fa sentire il vento che soffia sulla baia e sulle diverse barche a vela che la solcano. Davanti a noi vicinissima l’isola di Alcatraz ed in lontananza il Golden Gate Bridge. La giornata è secca ed il cielo terso con la vista che spazia all’infinito.

Passeggiamo fino al Ferry Building, dove ha oggi sede un ricco mercato di primizie. Nonostante studi universitari non indifferenti sia io che Valeria non riusciamo a capire la numerazione dei moli che a volte pare seguire il criterio pari e dispari ma con dei salti illogici. Concludiamo alla fine per il celebre criterio di numerazione “a caso”.

Lungo il percorso, informati dalla guida, andiamo a cercare la sede della Levi Strauss, il marchio di jeanseria e denim americano. è una palazzina a più livelli e a gradoni in pietra cotta, color terra, ben inserita in una serie di giardini.

Dopo aver visitato il Ferry Building ed il suo mercato di primizie optiamo per un rientro all’albergo in filobus…è un bellissimo mezzo anni Cinquanta, tutto di metallo e color panna, guidato da un tipo che pare più un surfista che un autista; abbronzato, occhiale da sole multicolor, capello biondo lungo che spunta da un cappello. Attenzione: facciamo il biglietto elettronico online sulla app, ebbene sì… questa è la città 4.0! Ci risponde con un “Cool” e via, si parte!

Albergo… crolliamo distrutti… abbiamo fatto una ventina di chilometri a piedi… su e giù per Frisco… bellissima giornata, bellissima gente, bellissima città.

Ne approfitto per un riposino “pre-dinner”. Giusto un’oretta, prima di prepararci per la serata.

Ci aspetta una cena da McCormick & Kuleto’s Seafood and Steaks, un ristorante del Wharf vicino a Ghirardelli e dalla cui vetrata si può godere una vista magnifica sulla baia.

Abbiamo riservato un posto privilegiato fronte mare e ci accoglie il maitre, un personaggio abbastanza “sui generis” ma con un aplomb impeccabile.

La cena è superba; “ingresso” a base di ostriche, molto diffuse qui a San Francisco. Ne assaggiamo di due tipologie, alcune molto piccole di provenienza giapponese ed altre molto grandi di provenienza locale. Il Giappone, almeno ad ostriche, si riprende decisamente la rivincita sugli Stati Uniti. Sono squisite e molto saporite.

Piatto forte che prevede del tonno scottato con sesamo per me e del salmone per Valeria, entrambi molto delicati.

Dulcis in fundo… sformatino al cioccolato, un vero piacere per la gola. Direi ottimo anche il vino, con un Sauvignon Blanc Groth 2017 della Napa Valley.

Le luci della sera brillano ora lungo tutta la baia; da qui San Francisco lascia proprio a bocca aperta. E lo “struscio” sul molo è la degna conclusione di questa bellissima domenica di Pasqua.

Lunedì 22 aprile: San Francisco

La mattina si apre con una bella colazione da Starbucks a base di cappuccino, muffin e yogurt con granola. Non sto nella pelle perchè oggi abbiamo deciso di noleggiare le biciclette e farci una scampagnata fino al Golden Gate Bridge.

Il negozio, un megastore di nome Sport Basement, ci attira per vari motivi: è vicino all’albergo, ha un numero spropositato di biciclette di ogni tipologia e soprattutto recita al sui ingresso “Sport Basement… rent a bike basically free”. Inseriamo i nostri dati nel computer di accettazione e subito il commesso ci procura due biciclette da passeggio, con tanto di rapporti per cambiare marcia. Alla cassa fanno sessantaquattro dollari per l’intera giornata e così chiedo umilmente dove sarebbe il concetto “Basically free”. Ci viene detto che con il noleggio abbiamo guadagnato un credito di sessantaquattro dollari da spendere al loro store, strategicamente posto lungo il percorso del nostro giro… Business is business.

Prendiamo le nostre biciclette e come due adolescenti partiamo a razzo per le vie del Wharf. Che senso di libertà incredibile!

Costeggiamo il lungomare sulla baia e subito ci imbattiamo in un leone marino arenato al sole sulla spiaggia. Non ha nemmeno una lontana intenzione di tuffarsi a mare, se la dorme beato mentre si fa fotografare e riprendere da un gruppetto di persone intorno, me compreso.

Riprendiamo il giro, immergendoci nel parco lungo il Marina Boulevard, la via principale che costeggia tutta la baia. è un continuo susseguirsi di marine, piccoli porticcioli, anse di costa, spiagge, spazi per pic-nic; ciclabili e passaggi pedonali con tanto di appositi semafori rendono il tutto a dimensione uomo.

Migliaia di persone in bicicletta, con i pattini, a piedi, di corsa. Molti si godono la stupenda giornata di sole in spiaggia, con frisbee o in compagnia dei loro cani, giocando, passeggiando o facendo il bagno. L’aria è frizzante e profuma di spuma di mare portata dal vento.

Il Golden Gate Bridge, tinto del suo inconfondibile “international orange”, si fa sempre più vicino e quando ci siamo praticamente sotto la vista e le dimensioni sono impressionanti. La baia, in questa punta esposta, appare in tutto il sui splendore. Si distinguono molto bene l’isola di Alcatraz e la punta opposta della costa con i paesini di Sausalito e di Tiburon.

È uno spettacolo eccezionale e sono così emozionato che, come un bambino, continuo a scattare foto ed a fare riprese. Superare il ponte non è affatto semplice, la strada si impenna ripida ed abbiamo il nostro bel da fare a pedalare in salita. Ma la fatica ne vale la pena perché aldilà del Golden Gate Bridge troviamo alcune delle spiagge più scenografiche dell’intera costa californiana, tra cui la famosissima Baker Beach.

Arrivati sul promontorio che domina la spiaggia lasciamo le nostre biciclette e raggiungiamo il litorale sabbioso, concedendoci una oretta sdraiati al sole… è così piacevole che mi scotto tutta la fronte senza nemmeno accorgermene! Da qui la vista è veramente mozzafiato ed è proprio come nelle fotografie che avevamo già visto in Italia, con la fioritura primaverile color glicine dei fiori di campo, il mare blu che si infrange sulla sabbia dorata, il cielo di un azzurro terso che fa da sfondo all’arancio fuoco del Golden Gate Bridge, illuminato dal sole.

La perfetta armonia di questo istante vale da sola l’intero viaggio! E darà ai nostri occhi una luce talmente magica da cambiarli e cambiarci per sempre.

Non vorremmo mai andare via ma è ormai tempo di riprendere le nostre biciclettine e di rientrare.

Lungo la strada del ritorno ci imbattiamo nello store dello Sport Basement dove decido di approfittare del credito a nostro favore e di fare shopping.

L’ultima tappa sul nostro percorso è il Palace of Fine Arts, una ricostruzione neoclassica molto graziosa posta all’interno di un giardino con ampi spazi verdi, laghetti solcati da placidi anatroccoli e ninfee. Tutto molto bucolico e tranquillo.

Raggiungiamo infine il noleggiatore e gli raccontiamo entusiasti la nostra giornata e tutte le belle cose fatte e viste. “Cool” è la sua risposta, la stessa dell’autista del filobus del giorno prima, la stessa di tutti gli abitanti di San Francisco… è come se fosse il loro credo, il loro “mantra”, il loro approccio alla vita. è contagioso!

Abbiamo fatto le quattro del pomeriggio, senza nemmeno aver pranzato. Optiamo per un tramezzino al tacchino e della macedonia che acquistiamo ad un mercato di prodotti “healthy” e che consumiamo in totale relax nel salottino “fashion” della nostra camera d’albergo.

Ci prepariamo così alla serata; abbiamo in programma una cenetta a base di pesce in uno dei localini caratteristici del Wharf. La consumiamo da Gioppino’s, dove proviamo il tipico piatto che da il nome al locale stesso e che risulta essere la pietanza caratteristica di San Francisco. Si tratta, in tutto e per tutto, di una rivisitazione del caciucco toscano, una zuppa di pesce in brodo di pomodoro. Nonostante abbia il mio bel da fare a pulire le chele di un granchio (il famoso “crab” californiano), il piatto è buono e ben cucinato. Lo apprezziamo e lo divoriamo con gusto.

Terminata la cena prendiamo un taxi al volo, guidato da un flemmatico taxista indiano vestito con il classico copricapo sikh. La destinazione è il Top of the Marks, il rooftop più “glamourous” di tutta la città, all’ultimo piano dell’Intercontinental Hotel, nel cuore di Nob Hill. La vista che si ha da quassù è impagabile. Lo sguardo si perde tra le mille luci dei grattacieli e dei ponti sull’Oceano. è tutto così affascinante da lasciarci stupiti. Cullati da un sottofondo musicale molto “lounge”, consumiamo un drink accompagnato da una deliziosa serie di cioccolatini, apprezzando tutta la bellezza di San Francisco.

Martedì 23 aprile: da San Francisco a Fresno

Ci svegliamo di buon ora perché oggi è il grande giorno: dobbiamo ritirare la macchina e iniziare l’avventura on the road!

Facciamo dunque i bagagli, non con poca nostalgia per questa bella città che ci ha ospitato per tre giorni, ed usciamo in direzione Bush Street, Nob Hill, dove abbiamo appuntamento ad un centro Alamo per il ritiro.

Dopo le pratiche burocratiche ed un tira e molla su vari modelli di auto (tra cui una certa Tucson) scendiamo al garage, ansiosi di scoprire la nostra compagna di viaggio.

È una Dodge Journey bianca, targata Arizona – Grand Canyon State – BSH7010. Grande, comoda e spaziosa. Un vero e proprio SUV. Bellissima.

Accendo l’auto e si parte! Per prima cosa passiamo dal Pier 2620 a ritirare i bagagli. Poi siamo pronti per imboccare le strade che ci portano fuori, diretti a sud.

L’itinerario prevede di raggiungere in primis, attraverso il Mile 17, i centri di vacanza di Monterey e di Carmel by the Sea.

Le prime impressioni della strada sono buone, passiamo per la cosiddetta Silicon Valley attraversando sulla mitica Route 101 i centri di San Mateo, Palo Alto, San Jose, Santa Clara e Cupertino.

Questo è solo un breve tratto della 101 che percorre l’intera West Coast da nord a sud, precisamente da Seattle a San Diego. Io e Valeria fantastichiamo su possibili progetti di viaggio futuri.

Per l’ora di pranzo siamo a Monterey, grazioso centro costiero fondato dagli spagnoli ed in passato in auge per essere stata capitale della California.

Ci fermiamo nel quartiere di Cannery Row, per uno spuntino al Tidal Coffee, il bar fronte mare del bellissimo Monterey Plaza Hotel & SpA: il solito tramezzino al tacchino e formaggio per me, solo un caffè per Valeria.

La vista sulla baia è fantastica in una giornata baciata anche oggi dal sole. Facciamo capolino nel Plaza per una visita e qualche foto dalla posizione privilegiata della sua terrazza.

Riprendiamo il cammino, direzione Big Sur. Si tratta di un posto leggendario, noto ai surfisti di tutto il mondo. Qui la costa si fa aspra, con rocce spioventi a picco sul mare. L’Oceano Pacifico si infrange con tutta la sua affascinante violenza contro la riva, creando cavalloni epici da cavalcare con il surf.

Ci fermiamo in più punti ed affacci per ammirare la scena… è tutto un fiorire di fiori di campo arancio, viola, rosa. Il fragore incessante del mare è qualcosa di impressionante e maestoso.

Ci spingiamo fino al celeberrimo Bixby Bridge, immortalato in numerosissime foto. Scattiamo anche le nostre.

Siamo ora pronti per tornare sui nostri passi e dirigerci verso l’interno. Ci aspettano svariate ore di macchina fino alla cittadina di Fresno.

La strada è la 152 e nel primo tratto è anche caratterizzata da un po’ di traffico che ci fa perdere un’oretta sulla tabella di marcia, impiegata serenamente ad ascoltare la playlist musicale di canzoni che abbiamo appositamente creato a tema nei mesi precedenti. Come quella, per esempio, che stiamo ascoltando ora, Malibù delle Hole di Courtney Love, a tutto volume e coi finestrini giù per respirare la brezza marina. Lo ammetto, è stata tutta idea e merito di Valeria ed ora, nella noia del traffico costiero, apprezzo moltissimo la cosa.

Distraendoci e senza quasi accorgercene entriamo verso l’interno ed il traffico scompare. La strada ora si fa più monotona, non vediamo più il mare e siamo immersi in una piacevole brughiera dai colori tenui, dalle tonalità verdi, gialle, marroni.

La nostra attenzione viene all’improvviso catturata da un bellissimo lago che, guardando la cartina, scopriamo essere il San Louis Reservoir, probabilmente un bacino artificiale che serve all’irrigazione dei campi della zona circostante. In effetti è tutto un guidare tra campi e tipiche “farms” americane mentre quelli che supero alla guida della “mia” Dodge sono più che altro enormi trattori e carri che portano fieno e stallatico.

La monotonia della guida è rotta solo dall’incrocio a “T” tra la 152 e la 99, che mi rimane impresso esclusivamente per il bizzarro nome del centro abitato posto in sua prossimità, Chowchilla.

Alle otto di sera giungiamo infine a Fresno. Strade enormi e vuote. Accostiamo e cerchiamo online un albergo per la serata; optiamo per il San Joaquin Hotel che ci ispira per le foto di una piscina.

Arriviamo poco dopo e ad attenderci troviamo la concergie, una yankee di nome Nanci. Ci fa alcune storie sul prezzo concordato con il locatore online, inferiore, a suo dire, al listino prezzi dell’albergo.

Interviene Valeria, un portento nel risolvere queste situazioni di diatriba che a me creano solo imbarazzo; in men che non si dica mi ritrovo in camera, un vero e proprio appartamento stile anni sessanta, un poco demodè nell’arredamento ma sicuramente molto spazioso. è una vera e propria casa al secondo piano, affacciata a mo’ di corte e casa di ringhiera…sulla piscina! Mi piace!

Doccia al volo e siamo pronti per la cena. Ci accontentiamo di un Pizza Hut; la pizza è molto buona, forse perchè siamo letteralmente affamati. Una coca cola fa il resto.

Ritorniamo in albergo, stanchi ma felici. La prima giornata ci ha riservato scenari incredibili, che ancora abbiamo davanti agli occhi e che resteranno impressi nelle nostra memoria chissà per quanto tempo ancora.

Riguardiamo le foto che abbiamo fatto con telefoni e ci addormentiamo di sasso.

Mercoledì 24 aprile: da Fresno a Ridgecrest

Ci svegliamo presto, anche oggi il programma della giornata è ricco ed intenso.

Ma prima di fare qualsiasi considerazione scendiamo a fare colazione. Attraversiamo un giardino assai carino e curato, pieno di fiori tra cui glicini rampicanti, rose di ogni colore e le particolari sterlizie (soprannominati anche fiori del paradiso). Arriviamo ad una sorta di serra vetrata al cui interno viene disposta a self-service la colazione. Il San Joaquin è il classico “lodge” americano anche se a me sembra di essere sempre di più disperso in qualche “pueblo” messicano che si vede nei films interpretati da Benicio Del Toro.

Una colazione sana a base di toast, marmellata, latte e cereali è quello che ci serve. Ne approfittiamo per un briefing sul viaggio che completiamo in camera, cartina e tabellone in formato excel alla mano.

Si riparte, oggi alla guida Valeria. Direzione ovest, Sequoia National Park. è una delle giornate più impegnative del tour, di transizione e che in serata ci porterà a Ridgecrest, alle propaggini della Death Valley.

Dopo un’oretta arriviamo all’ingresso del parco delle Sequoie. Ad attenderci un vero e proprio “ranger” in carne ed ossa, con tanto di divisa e di inconfondibile cappello in testa. Ci fornisce una mappa, una newsletter e ci consegna la “tessera parchi”, valida per un anno intero per l’ingresso a tutti i parchi USA, alla modica cifra di ottanta dollari.

Procediamo con cautela lungo la strada che si addentra nel bosco; è incredibile notare come in soli due giorni siamo passati dal livello del mare con i suoi ventidue gradi ai duemilacinquecento metri della montagna con i suoi quindici gradi e con ancora tanto di neve! Ci fermiamo ad osservare l’orizzonte sconfinato che emerge da alcuni affacci; il bosco si fa sempre più fitto e le piante sono gigantesche. Seguiamo le indicazioni per la Generals Trees Highway, la zona con le sequoie giganti e millenarie. Non possiamo sbagliare, la strada è indicata facilmente.

Finalmente arriviamo al cospetto del primo “generale” Grant. Siamo ammutoliti davanti all’enormità di questa pianta. Le radici sono una opera d’arte e si estendono per diversi metri tutto intorno. Il tronco è di un caldo marrone terra e morbido, riusciamo a toccarlo. I rami e le foglie non si contano.

Stiamo ancora discutendo per le bellezze di questa pianta che senza accorgerci ci imbattiamo nell’altro “generale” Sherman. Ah… questa è la pianta più alta, grande, vecchia e chissà altro ancora della terra. Basti pensare che il suo tronco può essere abbracciato “solo”, si fa per dire, da ventotto persone in cerchio che si tengono per mano. Inevitabile la foto di rito, quando ci ricapita!

Dopo la bella divagazione, riprendiamo l’auto diretti verso l’uscita del parco, dal lato opposto da cui siamo entrati, in prossimità del centro di Three Rivers. Possiamo ammirare ancora diverse conifere, svariate tipologie di piante, aquilotti in volo planato sopra di noi, corvi minacciosi, scoiattoli curiosi…

Siamo contenti di aver attraversato questo parco che, all’inizio del viaggio pensavamo addirittura di saltare in caso di mancanza di tempo e che invece siamo felici di avere avuto l’opportunità di visitare.

Three Rivers ci serve per fare rifornimento di benzina (nel parco non ci sono distributori nonostante la strada sia di diverse miglia) e per cercare del cibo. Dopo aver trovato un internet café chiuso, aver scartato una pizzeria maleodorante e un messicano improbabile ci imbattiamo nel solito market dove acquistiamo dei tramezzini, coca cola, dei gustosi lamponi e delle banane.

È da poco passata l’ora di pranzo e ci incamminiamo nuovamente percorrendo ancora tutta la strada 99 e passando per Visalia, Tulare, Delano, Bakersfield fino ai bizzarri paesi di Tehachapi e Mojave, dove viriamo a ovest sulla strada 14. Siamo di nuovo a secco di benzina, non vediamo l’ombra di un distributore da svariate decine di miglia.

Un aspetto incredibile che noto in tutte queste ore di auto che Valeria si sciroppa oggi è come la morfologia del paesaggio cambi così profondamente e così rapidamente; dai boschi di sequoie siamo passati a distese di arbusti più simili a savane fino alle zone pre-desertiche di Mojave, Freeman, Inyorken e Ridgecrest dove arriviamo in tempo per gustarci il tramonto dal terrazzino della nostra piccola ma dignitosa camera al secondo piano del Best Western Sure Stay.

Il tempo di tirare fuori un cambio dalla valigia, una doccia ed eccoci ad esplorare Ridgecrest per la cena. A guidarci è il profumino di carne alla brace che fuoriesce dal Triple T’s Tavern. Del resto l’insegna luminosa che recita “Best steaks in Town” vorrà pur dire qualcosa!

È il tipico “saloon”. Tavola calda, bistecche e patatine, birre, tavoli da biliardo, maxischermi che proiettano partite di basket NBA, baseball ed hockey su ghiaccio. Il tutto in un rumore di voci assordante. Il posto perfetto per la nostra serata nel West!

Ordiniamo alle ragazze che indossano stivali, cappello, shorts di jeans e maglietta con nodo sopra l’ombelico, nonchè con la moda del momento, ciglia finte lunghissime. Così belle nella loro pacchianità… adesso sì che siamo proprio nel Far-West!

Io vado sul classico per non sbagliare e per farmi capire dalla cameriera: una mega beef tenderloin (la costata) & Budweiser. Valeria un mix di funghi, pasta macaroni&cheese e asparagi.

La carne è ottima, nonostante il sapore sia completamente coperto dal gusto dolciastro della salsa Barbeque in cui la carne pare laccata. Valeria non sembra altrettanto entusiasta, salvando funghi e asparagi e condannando impietosamente i macaroni.

L’atmosfera è gradevole e mi piace perchè si ha proprio l’impressione di essere parte integrante di uno spaccato originale di vita americana.

Due passi, giusto per digerire, attraverso le deserte strade di Ridgecrest. Sono solo le dieci e qualcosa ma sembra esserci il coprifuoco. Ci rifaremo l’indomani nell’Eldorado di Las Vegas. Rientriamo così in albergo, abbiamo bisogno di riposare per riprendere il viaggio l’indomani all’alba.

Giovedì 25 aprile: da Ridgecrest a Las Vegas

Il sole è appena sorto e filtra debole tra le tende. Sono le 6.30 e dobbiamo metterci in cammino presto in modo da attraversare la Death Valley nelle prime ore della mattina. Vogliamo infatti evitare il caldo torrido ed i possibili rischi alla macchina e… a noi stessi.

Prima però passiamo da Denny’s per fare colazione, una caratteristica tavola calda americana. Siamo forti di un buono valore consegnatoci dal gestore dell’hotel che non avendo a disposizione una sala per la colazione ha pensato bene di convenzionarsi con questo fast food. Come prima cosa ordiniamo del caffè… una brodaglia nera che la cameriera ci versa a litri nelle nostre mugs, proprio come nei film americani…

La mug di Valeria recita “Roma non è stata costruita in un giorno… ma non avevano il caffè”… Ci portano la lista dalla quale ordiniamo la tipica breakfast di queste parti: uova, bacon, toasts, pancakes, muffin, macedonia, yogurt e succo d’arancia… dovrebbe bastare fino a cena. E in effetti è così… la cameriera continua a portare da mangiare ed è impossibile finire tutto. Paghiamo, usciamo e andiamo a rifornirci di acqua e benzina.

Siamo pronti… nemmeno un’ora e siamo ai bordi della Death Valley, che approcciamo da sud, ovvero dalla prima delle tre vallate in direzione obliqua nord-sud che formano questa enorme depressione della crosta terrestre, quella di Panamint. Questa volta non ci sono ranger ad attenderci ma solo un cartello a bordo strada che recita “Welcome to Death Valley National Park”.

Lo spettacolo è bellissimo e si inizia a salire attraverso pareti rocciose color rosso fuoco verso il primo passo. Siamo letteralmente soli per miglia e miglia, così decidiamo di fermarci a fare delle fotografie epiche. Ora il paesaggio ha lasciato spazio a una landa desolata di sabbia e sassi. La temperatura è di 32 gradi alle dieci di mattina. Dalla cima del passo abbiamo la vista sulla Death Valley, un orizzonte sconfinato che si perde nell’indefinito dell’effetto riflesso della luce accecante. La nostra attenzione viene attratta da alcune farfalle di color carta da zucchero… anche nel mezzo del nulla e con le condizioni più inospitali c’è spazio per la vita!

Dal Towne Pass si scende ripidi e cartelli avvisano di controllare lo stato dei freni… peccato che non ci sia l’ombra di una officina meccanica nell’arco di centinaia di miglia e quindi il controllo delle pastiglie e del liquido frenante lascia il tempo che trova.

Lungo la strada 190, l’arteria principale, superiamo l’avamposto di Emigrant, un vero e proprio campo mobile, e giungiamo a Stovepipe Wells Village. Si tratta del centro principale, nel cuore della Death Valley. Una sorta di paese dei film del Far West, con tanto di sedie a dondolo in legno sotto l’ombra dell’unico bar disponibile. Decidiamo di comprare dell’acqua, nel comodo formato da un gallone, più o meno cinque litri. Ci siamo infatti accorti che, nonostante tutte le precauzioni lette su guide e siti viaggi nei mesi precedenti, avevamo a bordo solo mezzo litro d’acqua in due! Io credo perché Denny’s alla mattina ci aveva riempito così tanto di mangiare e bere da darci alla nausea! Sfruttiamo il benzinaio, l’unico disponibile, per rifornire anche la nostra Dodge.

Ripartiamo e ci fermiamo poco dopo per ammirare le Mesquite Flat Sand Dunes, una conformazione di dune di sabbia finissima che formano un piccolo deserto. La nostra attenzione viene colpita da un esemplare di chuckwalla, il tipico lucertolone della Valle che se ne sta beato al sole. Scattiamo qualche foto e riprendiamo la marcia sulla 190.

Ci sentiamo dei moderni pionieri a cavallo della nostra “belva” di razza. Sfrecciamo “on the road” al suono rude e potente di “Young lady, you’re scaring me” di Ron Gallo!

La guida ci propone quindi di deviare alle Harmony Borax Works, delle miniere ormai dismesse di borace, il minerale più comune di queste zone e che sorgono ai piedi del Mustard Canyon. Arriviamo così a Furnace Creek, dove è posto un campeggio ed il Visitor Center. Qui facciamo visita al museo, raccogliamo delle cartine per la mia invidiatissima collezione e facciamo delle foto di rito davanti al termometro che segna cento gradi Farheneit tondi tondi.

Furnace Creek fa da confine con l’ultimo vallone della Death, quello di Amargosa. Quasi all’uscita del parco si incontra Zabriskie Point, reso celebre dall’omonimo film di Michelangelo Antonioni. E a ben donde, direi. Lo spettacolo infatti è qualcosa di incredibile, si apre davanti ai nostri occhi una distesa di canyon, colline, avvallamenti dall’aspetto lunare e quasi inquietante. Silenzio assoluto, non fosse per qualche turista che lo rompe di tanto in tanto.

Scattiamo foto eccezionali… qui ho l’impressione e la percezione nitida di come la natura estrema si manifesti nella sua apoteosi… è qualcosa che ti toglie il fiato, che ti contrae lo stomaco ed ammetto che personalmente talvolta mi getta in una situazione di sconforto e commozione…in questi posti capisci ancora quanto, come uomini, siamo esseri minuscoli al cospetto di Madre Natura.

Usciamo infine dal parco e prendiamo la junction tra la 190 e la 373, diretti ad Amargosa. è qui che si innesta l’Interstate 95 che punta dritta a Las Vegas! Arriviamo ai suoi bordi nel primo pomeriggio. L’autostrada sembra una pista da gara e vanno tutti come dei matti.

Iniziamo la Strip, il lungo viale su cui sorgono luoghi che hanno del mitologico: il Mandalay Bay, il Luxor, il New York New York, l’MGM, l’Excalibur, il Tropicana, il Paris, il Flamingo, il Bellagio e… il Caesar Palace! Sullo sfondo l’Encore, la Trump Tower tutta dorata, il Mirage, solo per citarne qualcuno. Sono tutti hotels ma noi abbiamo scelto per il battesimo a Las Vegas di soggiornare presso l’hotel degli hotels… il Palazzo di Cesare…già, quel Cesare!

I migliori alberghi della Strip di Las Vegas

Percorrere la Strip ti fa sentire come parte di un film…ma è tutto vero! Siamo sovraesposti a troppi stimoli in troppo poco tempo, non sappiamo dove girare gli occhi, è tutto un susseguirsi di “guarda lì, guarda là…!!!”

Alloggeremo per l’occasione al Nobu Hotel, posto all’interno del Caesar Palace. Non lo conoscevo, sono onesto. Lo ha scelto e prenotato Valeria ormai da mesi ed in tema di alberghi mi fido ciecamente. È una catena di elite, fondata da due soci: tale Nobu San, uno chef di prestigio giapponese, e niente di meno che Robert “Bob” De Niro… Sì proprio lui.

L’arrivo al Caesar è complesso. Siamo in coda con l’auto al suo ingresso. Qui tutti utilizzano il Valet Parking, ovvero un sistema per cui arrivi davanti all’entrata e lasci la macchina ad un valletto, che ti scarica i bagagli e se ne va con la tua auto all’apposito parcheggio.

Facciamo qualche comprensibile errore di fila, rifacciamo più giri, per poi alla fine riuscire ad approcciare un dipendente del Nobu che ci aiuta nell’operazione di scarico e parcheggio V.I.P. Finalmente entriamo al Caesar… io sono bloccato… è un delirio di gente, suoni, luci, slot machines, tavoli verdi e, sullo sfondo della mia vista periferica, lui…Giulio Cesare, immortalato con un mosaico dorato su una biga romana trainata da cavalli bianchi. Pacchianissimo e… bellissimo.

Fatichiamo a trovare l’indicazione del Nobu ma alla fine ci riusciamo. L’ingresso è sulla destra, c’è una sala pre-accoglienza a piano terra ed alcuni ascensori che portano al concierge ad un piano superiore… quale non l’ho ancora scoperto oggi, visto che la camera era la numero 8012, e non c’è stato modo di capire il criterio della numerazione. Così, a giudicare dalla vista che si gode dalla finestra saremo al quindicesimo piano più o meno.

Al desk ci chiedono tutta una serie di informazioni e di compilare svariati moduli. Dopo un’ora di procedure di ingresso apriamo la porta della nostra camera… eh beh, che raffinatezza! Arredi dal design semplice ed efficiente, luci calde, atmosfera soft, un bagno ed un salottino da favola! E brava Valeria!

Mettiamo subito costume e pareo, per l’occasione nuovi di zecca e decidiamo di esplorare la piscina, il centro nevralgico del Palazzo. Raggiungerla non è semplice; questo posto è immenso e non ci hanno dato nemmeno una mappa. L’orientamento si perde facilmente anche perché la luce è fioca e tutti gli spazi ed i corridoi sono riempiti da slot machines. Arriviamo infine alla piscina, enorme, con più vasche. Faccio una foto davanti al Wall ufficiale del Caesar. Per i miei amici… che muoiono di invidia!

Decidiamo di mangiare qualcosa ma il servizio a bordo vasca è sospeso e quindi optiamo per un panino all’interno. È solo per tappare il buco allo stomaco (sono tanto per cambiare ancora le quattro) e siamo già riusciti nell’impresa: prenotare la cena all’Hells Kitchen, il ristorante a la carte di Gordon Ramsey.

Inganniamo l’attesa con un bel giro di perlustrazione al Bellagio, confinante con il Caesar e dotato di negozi di gran classe nonché delle famose fontane. Abbiamo la fortuna di assistere ad un pezzo dello spettacolo ed i giochi d’acqua sono molto simili a quelli delle fontane del Burji Khalifa di Dubai. C’è poi il tempo pure di un aperitivo, visto che la cena siamo riusciti a prenotarla tardi. Una bollicina per Lady Valeria ed uno spritz per il sottoscritto.

Rientrati in camera, tiriamo il fiato un secondo, prima di prepararci per la serata.

Dopo una passeggiata al meraviglioso Venetian ed al Coliseum romano, arriviamo all’Hells Kitchen, che noto essere frequentato da bella gente che fa un vociare incessante. Ci accomodiamo alle spalle della cucina a vista, con tanto di squadre color blu e rosso, proprio come nella serie tv. Ordiniamo un risotto ai gamberi delicatissimo, e un salmone al vapore molto leggero, il tutto innaffiato da un pregevole Sancerre francese. Concludiamo la cena con il dolce top: un pudding inglese, una sorta di sformatino caldo ripieno di cioccolato e accompagnato da gelato. Devo ammettere che Gordon ha insegnato proprio bene ai suoi allievi a cucinare! Chapeau! Il suo tocco di classe c’è tutto.

Pare che non si esca dal locale se non si è fatta la foto davanti alla cucina a vista, è una regola non scritta alla quale ci sottoponiamo volentieri.

Inizia la prima notte a Las Vegas! Ci facciamo tutti gli alberghi della Strip… rimaniamo estasiati dalle luci, dai suoni, dai colori, è quasi la una di notte ma la strada è piena come se fosse la una di pomeriggio. La Tour Eiffel del Paris, trasformata in discoteca è pazzesca. Superato l’Arc de Triomphe accostiamo l’MGM per poi attraversare e cacciarci nei vicoli ricostruiti di Little Italy a New York, sotto lo sguardo della Statua della Libertà.

Scendiamo piano piano verso il Bellagio per concludere nuovamente la notte al Caesar. Di tutti questi immensi alberghi la ricostruzione che mi è piaciuta di più è quella del Venetian; sembra proprio di stare in Piazza San Marco, con tanto di canali d’acqua e ponti. Tutto è curato nei minimi particolari, sobrio ed elegante.

Ormai siamo nel cuore della notte e, stravolti ma felici, crolliamo nel sonno. Che giornata, se ripenso alle mille cose fatte oggi non ho parole: non è un viaggio, non è un semplice viaggio; è una esperienza!

Venerdì 26 aprile: Las Vegas

È un risveglio di “grand classe” quello al Nobu Hotel di Las Vegas. Già, perchè al Nobu non si sono sprecati a realizzare una sala colazioni ma la servono per tutti gli ospiti direttamente in camera, all’ora desiderata. Basta compilare un menu prestampato e appenderlo alla maniglia della porta. Ordiniamo così una “continental breakfast”, a base di cappuccino, toast, brioches e frutta con yogurt. Tutto ci viene servito in classico stile giapponese, in recipienti in legno, con divisori, a forma rettangolare e usati a mo’ di piatti. Una delicatissima e profumata orchidea completa il quadretto: tres chic!

È tempo di un po’ di relax in piscina… raggiungiamo le pools del Caesar che sono già gremite di persone stese sui lettini e a bordo vasca. In realtà ne esistono diverse: c’è quella centrale, o Temple Pool, dove nel bel mezzo sorge un mausoleo con statua dorata di Augusto Cesare ed altre laterali e secondarie: la Neptune Pool, la Venus Pool, la Fortuna Pool, la Bacchus Pool, la Jupiter Pool, ecc. ecc..

La cosa buffa è che qui tutto ha nomi assurdi che rievocano Roma ed un latino bizzarro; così il bar a bordo piscina diventa in realtà lo Snackus Maximus! L’ambiente e l’atmosfera sono sfacciatamente kitsch, trash, pacchiane… aggiungete voi il termine che più vi aggrada. Ma è un kitsch dannatamente fatto bene e a noi sinceramente piace. Troviamo un posto all’ombra, un primo bagno e poi ci spostiamo su lettini al sole…che pacchia! Il sole, pur essendo aprile, è già intenso e ci sono trenta gradi; giornata da cartolina, l’ennesima. In sottofondo musica dance del momento mentre cameriere vestite da ancelle girano in cerca di ordini e comande.

La mattina scorre tutta tra bagni di acqua e di sole e nel mentre riusciamo anche a prenotare un fantastico pacchetto composto da giro in elicottero sul Grand Canyon e pic-nic incorporato per l’ora d’oro del tramonto. Pranziamo leggero con un panino presso la “food court” del Caesar, di cui ormai entrambi siamo Gold Members con tanto di tessera che ne attesta l’ambito riconoscimento.

Prima di partire per l’aeroporto, destinazione Grand Canyon, eccoci a fare un giro al nuovissimo mall di negozi all’interno del Palace, The Forum Shops, con tanto di fontana di Nettuno in scala 1:1 al suo interno e bellissime volte oscurate color azzurro che proiettano una luce crepuscolare molto romantica; sembra proprio di respirare l’atmosfera della Dolce Vita della Roma felliniana. Ci manca solo Anita Ekberg che mi chiama a gran voce dalla fontana.

Una veloce doccia ristoratrice e siamo pronti, davanti al Coliseum (versione moderna del Colosseo), per aspettare il bus dedicato che ci porterà all’aeroporto dedicato della Papillon, la compagnia di elicotteri più nota della zona. Tutto fila alla precisione; all’arrivo in aeroporto, alla periferia di Las Vegas, veniamo pesati e sottoposti ad un corso di sicurezza apposito. Il megafono chiama poi il nostro nome ed incontriamo il pilota: è un ragazzo semplice, in camiciola bianca e “Bermuda” neri, dai modi sbrigativi ma sembra ispirare sicurezza in ciò che ci spiega circa le istruzioni per salire sull’elicottero. La fortuna vuole che io e Valeria siamo destinati alle posizioni davanti, a fianco del pilota, mentre due altre ragazze siedono dietro di noi.

Allacciamo le cinture, mettiamo le cuffie ed in un attimo decolliamo.

Quello che da lì a poco ci aspetta è uno spettacolo mozzafiato che ricorderò per tutta la vita: sorvoliamo, non senza subire qualche vuoto d’aria, la mitica diga di Hoover che è enorme e che blocca le acque dell’immenso lago Mead, permettendo di ricavare energia idroelettrica per l’intero stato del Nevada. è un attimo e siamo sul tratto principale del Grand Canyon, delimitato ai bordi da due pareti a strapiombo, il North Rim ed il South Rim rispettivamente. Gli spazi sono sconfinati e individuiamo dall’alto mille strade e sentieri che attraversano il parco nazionale.

Si alternano tonalità sul marrone, il rosso, l’ocra e il giallo. Le pareti sono state scavate nel corso dei millenni dal fiume Colorado che ancora oggi ne trasporta placidamente i sedimenti di roccia, scavando giorno dopo giorno il Canyon alla sua base. La natura nella sua apoteosi; così come già successo nella Death Valley, ho le stesse sensazioni di stupore, sbigottimento e commozione. La luce del tramonto infuoca questa terra e la rende magica.

Sorvoliamo per una buona mezz’ora l’area del Grand Canyon fino ad atterrare nel cuore di questa gola, a due passi dal fiume Colorado. Scattiamo delle foto pazzesche e c’è un silenzio surreale. Ora il sole illumina una delle due pareti del Canyon creando dei riflessi accecanti. Ci viene servito un aperitivo a base di prosecco italiano, panini, patatine e frutta. Nel frattempo ci hanno raggiunto altri due elicotteri e ci uniamo a loro per il pic-nic. Decolliamo nuovamente e voliamo verso il sole al tramonto, come dei moderni Icaro ma senza che il nostro mezzo si sciolga… è un momento indimenticabile e non vorremmo mai atterrare.

Maggiori info sul tour e prenotazione

Arriviamo all’aeroporto all’imbrunire, acquistiamo la foto-ricordo e veniamo accompagnati nuovamente al Caesar.

Il tempo di fare una doccia e siamo pronti per la seconda seratona a Las Vegas. Intanto iniziamo con un bel filetto di carne cucinata alla moda newyorkese nel ristorante di fronte al Nobu. La breve attesa al desk di ingresso ne vale la pena perché il piatto è succulento, accompagnato da patatine e spinaci.

A questo punto è giunto il momento di giocare… non possiamo andare via da Las Vegas senza aver nemmeno fatto una puntata alla roulette. Decidiamo di andare dapprima al Bellagio, per studiare l’andamento della dea bendata a qualche tavolo.

Ritorniamo al Caesar, cambiamo i dollari in fiches e dietro suggerimento di Valeria punto le nostre speranze sul numero 17, nero. “Les jeux son fait… rien ne va plus”… guardiamo impazienti la pallina girare ed il monitor… poi ancora il monitor… 15, nero… No! La croupier rastrella le fiches perdenti e pone un segnaposto di cristallo sul 15. Quando la croupier mi avanza con il rastrellino una pila di fiches… realizzo che che abbiamo vinto!

Nella frenesia delle giocate contemporanee di tutti ed essendo il tavolo pieno di fiches su tutti i numeri, realizzo solo ora che ho erroneamente puntato sul 15, vicino al 17 (ormai invisibile perchè coperto da vari gettoni) ed anch’esso nero…Boom! Valeria ed io non riusciamo nemmeno a contare le monete dall’agitazione del momento! La fortuna è stata dalla nostra! Salutiamo il gioco vincenti.

Niente male per la prima serata di gioco a Las Vegas della nostra vita. Andiamo al banco cambi dove le fiches vengono convertite in bigliettoni verdi. L’euforia del gioco ci ha fatto perdere la cognizione del tempo e sono quasi le tre di notte. Ormai viviamo giornate di diciotto-diciannove ore e proprio l’indomani dovremo partire per un viaggio impegnativo verso l’incognito e le montagne dei Canyons dello Utah. Andiamo così a coricarci, stanchi ma felici. Las Vegas rimarrà nei nostri cuori.

Sabato 27 aprile: da Las Vegas a Page

Ci aspettano quasi 700 km oggi, da Las Vegas a Page, dal Nevada all’Arizona ma passando per lo Utah. E con l’aggiunta di un cambio di fuso orario. Li spezzeremo però in due parti perchè abbiamo previsto di visitare il Bryce Canyon nella mattinata e poi raggiungere Page.

Dopo la colazione in camera, a cui abbiamo fatto una piacevole abitudine, salutiamo Las Vegas con la promessa di ritornarci un giorno. è stato un soggiorno piacevole e conserverò un bellissimo ricordo di questa città, nonostante le nomee.

Dopo la Strip imbocchiamo subito l’interstate 16 in direzione nord-est Salt Lake City. Come sempre il panorama continua a cambiare rapidamente. Ora che costeggiamo sulla destra i confini dello Zion National Park l’ambiente desertico lascia posto al verde intenso di colline e foreste di abeti sul cui sfondo si stagliano cime innevate. Siamo nello Utah, lo stato dei Mormoni; dovremmo cambiare orario e mandare avanti le lancette di un’ora ma scopriamo sulla guida che in questo periodo dell’anno la differenza tra Pacific Standard Time e Mountain Standard Time rimane immutata per degli accordi di legge. Meglio così per il nostro ritmo circadiano, già abbastanza messo sotto stress dagli eccessi di Vegas.

Splende ancora il sole e la risposta alla canzone che sentiamo in sottofondo dalla nostra radio “Have you ever seen the rain”, nella versione dei Creedence Clearwater, è una sola: never!

Ci fermiamo lungo la strada per fare benzina, al Buffalo&ElkJerky di Panguitch sulla 89. è il classico avamposto disperso nella sconfinata terra americana, una struttura in legno spazzata dal vento, con la macchina del ghiaccio all’esterno ed una caratteristica torretta segnavento a cui faccio svariate foto. Lo slang degli abitanti di queste parti cambia nuovamente ed è particolarmente ostico all’ascolto. Ci intendiamo dopo qualche tentativo con la cassiera perché ci sblocchi la pompa di benzina.

Ci addentriamo sempre più nel cuore dello Utah e dopo qualche miglia eccoci al Visitor Center Village del Bryce Canyon National Park.

La cosa che mi colpisce è che il cartello riporta anche la quota di 7894 piedi che fanno su per giù 2406 metri sul livello del mare. Faccio subito il parallello che in Italia sono ben poche le strade a queste quote, forse qualche passo Dolomitico o lo Stelvio e nulla più. Questo rende bene l’idea di quanto siano diverse le proporzioni; qui percepisci chiaramente che sei di fronte ad un continente vero e proprio!

La neve infatti riempie ancora qua e là le pendici di queste montagne. Guidati dalla mappa arriviamo al Sunrise Point, il primo affaccio sul Canyon. Parcheggiamo e scendiamo dalla macchina. Quello che si apre davanti ai nostri occhi è uno scenario favoloso: migliaia di camini delle fate, di rocce ancora innevate a forma di torre, di pinnacoli che qui vengono chiamati “hoodoos”. Sullo sfondo l’orizzonte si perde all’infinito.

La natura di nuovo nella sua apoteosi come già successo al Sequoia, alla Death Valley ed al Grand Canyon ho la stessa sensazione di stupore e sgomento. Ci affacciamo su qualche roccia a strapiombo per un ricordo fotografico speciale. Senti il vento tra i capelli, il calore del sole che ti scalda la pelle, la terra rossa che si muove sotto il passo del tuo cammino. Sono emozioni così intense per un animo che ha la sensibilità di accoglierle che ti rimangono nel cuore e nella mente per sempre.

Ed è solo l’inizio… Un ranger spiega ad una platea di turisti come si formarono nel corso dei millenni queste rocce sedimentarie. Ascoltiamo la spiegazione per poi dirigerci a piedi verso il Sunset Point e l’Inspiration Point, altri due bellissimi affacci. Sono stati così chiamati in base al momento della giornata in cui danno il massimo risalto alla luce del sole che si staglia contro le rocce, rispettivamente all’alba ed al tramonto.

Perdo il conto delle foto e delle riprese video che faccio!

Riprendiamo la macchina per portarci ancora più all’interno della riserva. Una coppia di cerbiatti fa capolino a bordo strada. Un breve tratto e siamo al Bryce Point, il punto più alto a 2529 metri di quota. è un anfiteatro naturale bellissimo che domina l’intera vallata. Osserviamo increduli il panorama.

Ritorniamo quindi sui nostri passi e proseguiamo il cammino. L’89 ci porterà diretti a Page. Un percorso panoramicamente stupendo dominato dal verde delle foreste e dal rosso mattone dei Canyon. Scorci che sono identici a quelli già visti mille volte nei film western. Come a Kanab, graziosa cittadina che attraversiamo e che è lambita da numerose rocce rosse a strapiombo. Oppure a Big Water, immersa nella foresta dell’Escalante National Monument. Impressionante.

Finalmente a Page, dove all’ingresso della città attraversiamo il ponte sulla Glen Canyon Dam, a sbalzo sul Lake Powell. Fermiamo l’auto ed attraversiamo il ponte a piedi per scattare delle foto e fare qualche ripresa. Siamo proprio sulla diga e lo strapiombo è inquietante.

Entriamo in città dove avevamo prenotato dall’Italia il Best Western Plus at Lake Powell. Ci sistemiamo ed usciamo alla scoperta di Page, un crocevia fondamentale per i turisti alla scoperta del selvaggio west americano. Anche se non sembrerebbe affatto beneficiare o investire nel turismo visto che tutto si risolve in una sola strada costeggiata da qualche ristorante. Nulla di che almeno a segnalazioni di Trip Advisor che avevamo consultato dall’hotel. è arrivata la serata del cibo messicano che consumiamo da El Tapatio, uno dei pochi locali ancora aperti alle nove e mezza di sera. Gestori ed avventori messicani, nonostante siamo ben lontani dal confine.

Ordiniamo delle gustose fajitas e birra, precedute dagli immancabili nachos con formaggio. Qui non siamo certo a Las Vegas e le luci della città sono già quasi tutte spente a mezzanotte. Ne approfittiamo per rincasare e per investire nel riposo. Domani sveglia presto per una altra tappa impegnativa del nostro tour.

Domenica 28 aprile: da Page a Lake Havasu City

È una domenica calda, di sole, con una brezza che spazza via ogni nuvola dal cielo.

Consumiamo la colazione in albergo abbastanza di fretta. Alle dieci abbiamo infatti appuntamento ad un check-point poco fuori Page per una visita organizzata al celebre Antelope Canyon, un ammasso roccioso che il vento si è divertito a scavare nel corso dei millenni creando dei cunicoli e dei corridoi interni che oggi è possibile attraversare.

Il tour operator (prenotato dall’Italia per non avere sorprese dell’ultimo momento e seguendo il prezioso consiglio di alcuni siti internet) dice che ci dobbiamo presentare un’ora prima a causa del flusso di visitatori.

Saltiamo subito in macchina e dopo dieci minuti arriviamo al luogo prestabilito. Siamo in piena riserva Indiana, quella dei Navajo, un gruppo etnico di pellerossa che spadroneggiava in queste terre del west fino alla fine dell’Ottocento e che oggi è essenzialmente relegato in una ampia zona che copre Arizona, Utah, Colorado e New Mexico.

Ad accoglierci qualche ragazzo Navajo che ci indica una casetta di legno adibita ad ufficio di ricezione dei clienti. Qui mostrando la ricevuta riceviamo le indicazioni in merito all’escursione. Siamo in largo anticipo anche se alla spicciolata arrivano diverse persone, molti cinesi e coreani, americani, indiani, francesi, italiani.

Ne approfittiamo, complice anche un vento teso che solleva la polvere rossa del terreno e che si insinua persino nei denti, per salire in macchina e fare il nostro consueto briefing tecnico della giornata.

Verso le dieci ritorniamo al punto di convocazione dove una ragazza Navajo dalla battuta facile comunica le regole da seguire all’interno del Canyon ed inizia a chiamare le varie persone per predisporle su alcuni pick-up. Ci avviciniamo a lei e ci indirizza, verso un pick-up azzurro, che sarà guidato da un anziano Navajo, altissimo, con il viso incartapecorito dal vento e dal sole, dai movimenti incerti.

Ci conta e ci carica sul retro aperto del pick-up: americane di Phoenix, ragazzi francesi in USA per lavoro, una famiglia indiana di Mumbai e noi italiani. Un bel melting-pot in partenza per il Canyon.

Dopo un breve tratto lungo una strada polverosa si arriva alla bocca dell’Antelope così chiamato perchè si narra che un giorno un pastore locale perse una delle sue antilopi e se la ritrovò pacificamente addormentata in questi anfratti.

In fila indiana, e non è un gioco di parole, iniziamo ad addentrarci nel Canyon. In una parola è meraviglioso.

Il vento ha levigato le rocce in maniera superba, creando delle superficie sinuose che piegano e si incurvano su se stesse come fossero le pieghe di un ampio vestito. I passaggi tra le alte pareti sono talvolta angusti ma riservano di continuo sorprese. La fantasia infatti prende il sopravvento e ciascuno prova a vedere e riconoscere in questi massi figure di oggetti ed animali.

La guida, placidamente, prende lo smartphone di una turista, si inchina in una posizione strana e scatta una foto all’insù. Ce la mostra e rimaniamo sbalorditi nel notare che le rocce fotografate formano esattamente il profilo orografico della Monument Valley. Più avanti fa la stessa cosa con un profilo identico del presidente americano George Washington e con i tratti tipici del volto di un diavolo. Inizio a pensare che la guida sia posseduta da uno spirito guida Navajo, vede cose che noi non vediamo e ci porta a fantasticare con la nostra immaginazione. Provo a pensare cosa fosse questo Canyon all’inizio del secolo scorso, quando fu scoperto: buio, stretto, con il vento a creare sibili che potevano essere quasi dei lamenti di chissà quali spiriti ed anime disperse. Wow…

Il sole è quasi a picco sul Canyon, allo zenit. Lascia così filtrare i suoi raggi compiendo la magia che tanto avevamo letto sulle guide e visto sulle riviste in Italia. è un trionfo di riflessi, di chiaroscuri, di colori caldi ed accesi. Le rocce ora divampano come se fossero le fiamme di un fuoco infernale nel quale ci troviamo immersi a camminare. Scattiamo alcune delle fotografie più belle della vacanza. Siamo felicissimi di aver deciso di visitare questo luogo che, nella definizione iniziale del programma di viaggio avevamo considerato come opzionale a causa della sua posizione geografica, essendo il punto più a est del nostro tour dell’ovest, a centinaia di miglia dalla costa del Pacifico.

Contentissimi per la scelta fatta rientramo alla base con il solito furgoncino; poi in hotel dove carichiamo di fretta i bagagli del late check-out e riprendiamo la marcia.

È ormai quasi l ‘una e ci aspetta un lungo tragitto, dapprima verso sud e poi verso ovest, senza meta specifica ma ad oltranza.

Prima pero’ non possiamo saltare la visita di un altro luogo “must”, poco fuori il centro di Page. Si tratta dell’Horseshoe Bend, una impressionante ansa scavata dal fiume Colorado, una parete a sbalzo di svariate decine di metri di altezza e dalla caratteristica forma a zoccolo di cavallo, da cui prende appunto il nome.

Una piccola indicazione ci fa entrare in un parcheggio appositamente costruito; dove lasciamo l’auto alla “modica” cifra di dieci dollari. Un sentiero sterrato su una collina ondulata di prati in fiore ci conduce a destinazione. L’affaccio sul precipizio è di quelli da bloccare il respiro. Frontale a noi il bend in tutta la sua grandezza. Fotografie “inspirational” e riprese si sprecano. è di nuovo tempo di andare. Sulla 89 puntiamo dritti verso Flagstaff, tipico paese del West, nel cuore dell’Arizona. Da qui imbocchiamo l’interminabile Interstate 40, verso ovest.

Dividiamo le ore di guida che attraversano lande di spazi sconfinati. Il paesaggio cambia nuovamente ed i Canyon montuosi iniziano ora di nuovo a lasciare spazio ad ampie pianure semidesertiche. Siamo a sud del Grand Canyon.

Ci fermiamo giusto per un boccone, un tramezzino al pollo da Subway. Miglia e miglia di viaggio, uno dei tratti più lunghi del tour. Sono alla guida mentre in sottofondo scorre “Against the wind” di Bob Seger…

L’obiettivo è fermarsi a metà strada tra Page e San Diego. Identifichiamo come meta Lake Havasu City, un centro turistico fondato nel 1956 da un magnate americano che, leggiamo sulla guida, era talmente amante della città di Londra da comprarne nel 1968 il mitico London Bridge (ormai al collasso per il traffico sempre più crescente ed in rifacimento), da farselo smontare e spedire pezzo per pezzo in questo posto dove il fiume Colorado fa da spartiacque tra l’Arizona e la California.

L’idea balzana che leggiamo sulla guida e la posizione strategica del centro, ci convince a fermarci. Vi arriviamo al tramonto, in una luce pazzesca. Ci sistemiamo rapidi nel Lodge Travel B.W. che abbiamo prenotato ed usciamo subito, affamati. Il luogo promette bene, è un centro balneare posto nel mezzo del nulla ed entusiasti attraversiamo il London Bridge, illuminato a sera da lampioni di epoca vittoriana. Veramente raffinato!

Decidiamo di cenare in una steak house molto carina, con un nome bizzarro, Shugruès, dalle luci suffuse e dal freddo siderale dell’aria condizionata. La vista di cui si gode dal nostro tavolo sul ponte e sul Channel Riverwalk del lago Havasu è incantevole. Dopo aver chiesto all’allampanata cameriera, nello stupore generale, di spegnere o perlomeno abbassare il condizionatore, siamo pronti a mangiare.

Una insalata come entré, del filetto per me e del pollo credo per Valeria. Inganniamo l’attesa con dei nachos al formaggio, immancabili e parte del “package” ordinato. Arriva poi l’insalatona con il suo “dressing” al lime, miele ed olio d’oliva, il meno “pasticciato” che vi sia in menù. La carne è discreta e la accompagniamo con del vino rosso della Napa Valley.

Sfruttiamo la bionda cameriera per chiederle dei consigli sulla visita della città. Ci indica alcuni luoghi essenzialmente lungo il fiume, poco visibili al momento a causa dell’oscurità. Facciamo poi ritorno all’albergo dove ci corichiamo ancora una volta stanchi ma felici.

Lunedì 29 aprile: da Lake Havasu City a San Diego

Ci prendiamo qualche ora di riposo in più, consapevoli che ormai abbiamo coperto buona parte del tragitto che entro sera ci porterà a San Diego. Dopo una discreta colazione consumata al nostro hotel, a base di pancakes, toasts, marmellata e caffè nero, siamo pronti per esplorare questa intrigante cittadina di Lake Havasu.

Partiamo come sempre dal London Bridge, il cuore nevralgico del paese e, dopo aver attraversato un grazioso giardino che prende il nome altisonante di Hyde Park, arriviamo su quello che potremmo definire l’Embankment, ovvero il lungofiume che qui prende il nome di Channel Riverwalk.

Iniziamo così una bellissima passeggiata mattutina e per un attimo sembra di essere sulle rive del Tamigi. Complice forse anche il cielo a tratti plumbeo, una luce opaca ed il vento teso. Lungo il cammino ci imbattiamo in bar e locali, moli per il noleggio di pedalò, canoe e barche, campi da golf e da beach volley, aree pic-nic in mezzo alla brughiera e moltissime persone che corrono, accompagnano il cane o semplicemente passeggiano placidamente.

Tutti hanno un volto sereno e pacifico, ci salutano, o semplicemente accennano un sorriso. Mentre discutiamo di tutto questo arriviamo all’imbocco del porto fluviale, segnalato da un faro di mattoni rossi, in classico British Style. Si apre ora un parco pubblico, Il Rotary Park, che sfocia direttamente sul Lake Havasu, con tanto di spiaggia dalla sabbia dorata e palme tropicali. Sull’estremità opposta un circolo di sport nautici. Ritorniamo infine sui nostri passi, scattando qualche foto alle cabine telefoniche londinesi all’interno di Hyde Park.

Ricorderemo per sempre questo simpatico centro, che val pure una visita per chi proviene dall’Arizona e si trova ad essere diretto verso l’Oceano.

Ma ora è tempo di ripartire. Caricati i bagagli sull’auto, imbocchiamo la 95, un sentiero tortuoso che segue le anse del Colorado che fa da confine tra Arizona e California. Il primo pezzo di percorso è sostanzialmente insignificante e da registrar abbiamo solo la fermata a Parker, alla pompa di benzina con annesso locale Terriblès. Io lo ricorderò per tre motivi: il caffettone king size aromatizzato al choko che decide di prendere Valeria, il gigantesco bandierone USA innalzato sul tetto del locale (le cui dimesioni competono con quello sul pinnacolo della Casa Bianca) e la quantità di scarafaggi enormi sia nel bagno degli uomini che in quello delle donne: bestie da far paura!

Paghiamo veloci caffè e benzina e ce ne andiamo. La 95 lascia subito dopo il posto alla 62, direzione west, nel circondario di Blythe; “Welcome to California” recita un cartello sulla destra, che ci fermiamo a fotografare; inizia così una delle strade più belle del tour, sapete di quelle classiche che si vedono nei documentari di viaggi nel West: dritte per decine di miglia, ondulate su e giù e senza anima viva. L’orizzonte si confonde con i riflessi creati dal sole e dalla luce a picco; il vento spazza alcune balle di fieno ed erba essicata, facendole rotolare sui bordi, proprio come nei film. Attraversiamo piccolo villaggi serviti solo da strade sterrate, con le cassette postali tutte ammassate al bordo della main road…selvaggio ed affascinante allo stesso tempo.

La 62 sbocca nella Interstate 10. Qui procediamo spediti fino a lambire il Joshua Tree National Park, con le sue famose piante grasse di yucca. Decidiamo di addentrarci fino al Visitor Center per scattare qualche foto. L’ambiente è di nuovo semidesertico ed è il cielo azzurro, con nuvole che paiono panna montata portate dal vento, a colpirmi più di tutto. Ma ormai, dopo giorni di avventura e parchi, siamo attratti dal sole e dalla bella vita della California. Non stiamo più nella pelle.

Lungo il tragitto incontriamo luoghi “cool” dove decidiamo di fermarci di passaggio: in primis Coachella, diventato un posto “cult” per il suo festival musicale di primavera. Appare anonimo, nonostante la kermesse hippie si sia appena svolta, e di chiaro stampo latino-messicano.

Arriviamo poi a Palm Springs, posto di residenze di ricconi americani e personaggi famosi. In effetti il villaggio è molto elegante e raffinato, con le tipiche palme californiane, dal tronco altissimo, e giardini fioriti. Ne attraversiamo il centro, alla ricerca di qualche locale dove cibarci. Ci perdiamo nel parcheggio dall’aeroporto, finché a fatica troviamo un centro commerciale. Entriamo in un supermercato con prodotti d’elite, tutti di importazione, di cui molti italiani.

Optiamo per un tramezzino al tacchino e della macedonia, che consumiamo appena fuori, su alcuni tavolini all’aperto. Tutto molto gustoso. Ci fa compagnia il sottofondo delle risate di alcuni anziani che si godono il tempo libero sotto il sole californiano.

Riprendiamo l’Interstate dopo la piacevole pausa, non prima di aver attraversato una breve tempesta di sabbia causata da un piccolo deserto ai bordi della strada secondaria, la 111. Andiamo incontro ad un nuvolo minaccioso ma che crea un cielo dai colori incredibili, dai riflessi violacei e contro il quale si stagliano delle lussureggianti colline di un verde smeraldo.

Per tagliare il traffico losangelino e buttarci a sud-ovest verso San Diego prendiamo dei tragitti alternativi. Ormai sono diventato un esperto di cartine e come un moderno Virgilio faccio “navigare” Valeria, alla guida, sulla 79, un lembo di pista nel bel mezzo di colline e brughiere che par la Scozia. Sarà il cielo, sempre minaccioso, sarà che non c’è anima viva, ma pare proprio di stare nelle Highlands… manca solo che sbuchi all’improvviso Mel Gibson a capo dei suoi Bravehearts!

Dopo Hemet, finalmente ci allacciamo alla Interstate 15, in un punto dal nome bizzarro: Temecula. Ormai puntiamo decisi verso sud, dove uno splendido arcobaleno pare quasi indicarci la strada verso San Diego.

Vi arriviamo verso le sei di sera e con estrema facilità troviamo sia il parcheggio pubblico che l’albergo. Siamo nella parte moderna, Downtown East Village ed alloggiamo presso l’Hotel Indigo. Camera ampia, dalla bella vista, bagno spazioso e c’è pure un rooftop in cima, oltre ad un bel bar di design al piano terra.

Ci facciamo consigliare diversi locali in cui poter mangiare e la scelta cade sul Cowboy Star, una steak house a pochi isolati di distanza.

Il ristorante è decisamente “in” e dall’atmosfera raffinata. è pienissimo e dobbiamo aspettare una mezz’oretta. Inganniamo l’attesa bevendoci un bianco californiano al bancone dell’American Bar del C-Star, servitoci dal barman che ci dice che in città c’è tantissima gente per via di una sorta di fiera ed esposizione.

La cena è spaziale, passiamo da una “mise en bouche” delicatissima servitaci su un cucchiaino ricurvo al piatto forte, un succulento filetto di manzo su un letto di asparagi e del purè a contorno. Un vino rosso fermo francese della Borgogna fa il resto. Coupe de theatre finale, un cannolo ricoperto al cioccolato che pare un’opera d’arte e che mi dispiace, fino ad un certo punto, doverlo distruggere per mangiarlo.

Ma la serata è ancora all’inizio… e finalmente qui ritroviamo gente, luci e movimento fino a tarda sera.

Un breve tratto a piedi nel cuore del caratteristico quartiere di Gaslamp Quarter e siamo al Marriot, al cui ventiduesimo piano abbiamo l’Altitude SkyLounge, un rooftop da urlo, con sala centrale illuminata dai neon e due terrazze su due lati opposti della città. Lo spettacolo che si gode da quassù è qualcosa di impagabile. Siamo in mezzo a grattacieli e palazzi signorili. Sorseggiare un drink all’aperto è puro piacere e puro relax. Guardiamo la città rapiti dalla magia delle luci notturne, cullati dal sottofondo musicale tipicamente lounge, insieme a gente divertente.

Wow!… Sei proprio bella San Diego!

Martedì 30 aprile: San Diego

Nemmeno la leggera pioggerella oggi ci può fermare! Ci svegliamo presto e di buona lena andiamo a fare una corsetta al Balboa Park, il parco cittadino. Definirlo parco è riduttivo visto che dalla mappa mi sembra esteso come l’intera città di Milano! Vero è che riesco a fare una corsa di un’ora senza mai ripercorrere gli stessi sentieri! Si tratta di un luogo polifunzionale in cui sono immersi: un planetario, lo zoo, tutti i musei della città, giardini botanici, ecc…

Suggestiva è la ricostruzione che è stata fatta del Museo Prado di Madrid, che è stato replicato in un palazzo in tutto e per tutto uguale. Oppure la ricostruzione del Globe Theatre di Shakespeare. O ancora la piacevole creazione di un coloratissimo pueblo messicano adibito ad accogliere le officine di artisti e pittori. O, infine, la mirabile creazione di un giardino alla giapponese, con tanto di bonsai e specie protette, di uno spazio interamente dedicato alle rose di ogni colore e di uno dedicato a piante grasse secolari. Insomma vi sono attrazioni per tutti i gusti!

Correre in mezzo a questa oasi di natura e di pace è un vero piacere. Valeria ne approfitta per qualche esercizio di fitness. Il posto è così bucolico che decidiamo di ritornarci successivamente per una bella passeggiata alla scoperta di tutti i luoghi descritti. Ma, prima, una bella doccia e una supercolazione, dato che un po’ di moto ci ha resi affamati. Anche questa volta seguiamo il consiglio della receptionist dell’Indigo ed approfittiamo dell’ora che si è fatta per un “brunch” nel pieno senso della parola.

Qualche isolato dopo il nostro si trova il The Mission, un cafè ristorante specializzato nelle tipiche colazioni all’americana. Ormai è quasi mezzogiorno e quindi ordiniamo: uova, toasts, frutta e macedonia, yogurt con granola, caffè nero e succo d’arancia. Tutto tantissimo, tutto buonissimo! è un bellissimo momento di relax, è uno di quegli istanti in cui ci sentiamo immersi nella quotidianità della vita di questa nazione ed è quasi magico!

Di fianco noi alcuni ragazzi stanno mangiando e lavorando insieme guardando il monitor di un computer portatile. Dall’altro lato alcuni adolescenti stanno facendo una chiamata con “facetime” all’altro capo del mondo. E dietro una famiglia latina consuma allegramente il suo pasto. è uno spaccato dell’America di oggi: multiculturale e multirazziale, immersa nell’era digitale e terribilmente più avanti di noi europei.

Dopo il lauto pranzo siamo pronti per affrontare il resto della giornata. Intensissima come sempre. Dapprima ritorniamo al Balboa Park, dove ne visitiamo in dettaglio ogni suo angolo. Poi, spostandoci in auto, ci dirigiamo verso la Old San Diego, una Town che sorge sulle antiche origini latine di questa città, laddove gli spagnoli alla fine dell’Ottocento fondarono dei centri coloniali noti come Mission, perché generalmente create da missionari religiosi con lo scopo di evangelizzare le popolazioni locali al cattolicesimo.

Oggi questa parte di città è di impronta prettamente messicana, con tanto di ricostruzioni di ranches, saloon e pueblos del Far-West. Tutto appare però un po’ pacchiano e consumistico, con una sfilza di negozi e bancarelle dagli oggetti improbabili. Sono inoltre in corso i preparativi per la “fiesta del Cinco de Mayo”, una sorta di giorno di celebrazione dei rapporti tra Stati Uniti e Messico ed è tutto addobbato con festoni colorati e striscioni.

Dopo aver visitato anche questa parte di città, prendiamo di nuovo la macchina e ci fiondiamo a tutto gas dalla parte opposta, sulla penisola del Coronado, collegata al resto di San Diego da un avveniristico ponte ricurvo e sopraelevato sul mare. In sottofondo iniziamo a sentire le prime stazioni radio interamente in lingua spagnola, che trasmettono musica raeggeton, la moda degli ultimi anni. Arriviamo al mitico Hotel Del Coronado, ai locali noto come Del, una magnifica struttura in mattoni, bianca e rossobruna, dall’aspetto Belle Epoque. Ci concediamo una passeggiata sul lungo mare che ne costeggia i suoi confini e su cui si affacciano le depandance di alcune camere favolose, vere e proprie ville dal sapore coloniale, con terrazzini ben curati, ventilatori a pala a soffitto e piscine indipendenti.

Tutto ha uno charme indescrivibile ed il profumo del mare spinto dalla brezza tesa che costantemente spira sull’Oceano completa il quadro di un’atmosfera idilliaca. è un momento in cui percepisco una grande pace ed una serena tranquillità.

Rientriamo in albergo dove ci prepariamo per la serata. La prima tappa è un calice di champagne al nono piano del nostro albergo, dove vi è un bellissimo rooftop da cui si guarda alla parte sud della città, con lo stadio di baseball, il Petco Park, ed in lontananza il mare.

La luce opaca della giornata, che inizia a lasciar posto all’imbrunire, è ora sostituita dalla luce brillante ed accesa del fuoco di uno “spitfire”, i moderni camini da spazi esterni che tanto sono di moda qui in USA. Creano un effetto di calore molto bello oltre ad essere stilisticamente veri e propri oggetti di design.

Un aperitivo piacevole a cui segue una cena altrettanto di gran classe. Sempre seguendo il consiglio della famosa receptionist, ormai “amica” di Valeria, optiamo per un ristorante di pesce nel cuore del Gaslamp Quarter, Osetra, come il nome di un tipo di ostrica. E in effetti partiamo proprio da un antipasto a base di questo prelibato frutto di mare.

Ci viene servito da una cameriera minuta, bionda e dagli occhi di ghiaccio. Nonostante il suo perfetto inglese, ipotizziamo sia di origine russa, come poi ci viene confermato dalla stessa. Continuiamo con un tonno scottato al sesamo in agrodolce per me e una sogliola ripiena per Valeria, annaffiando il tutto con del Sancerre francese.

Non posso non chiudere cedendo alla mia proverbiale golosità, con un bel dolce. Nella lista molti desserts proposti sono di chiara origine Italiana e scopriamo infatti dalla cameriera che i padroni sono siciliani. Vado dunque sul sicuro con un bel cannolo di ricotta.

Ci godiamo proprio questa cena, rievocando tutti i bei momenti trascorsi finora in questa decina di giorni vissuti come nomadi. Le luci del locale, sviluppato su due piani, sono suffuse e creano una atmosfera languida. Fuori dalla finestra la vita di Gaslamp scorre frenetica tra mille suoni e colori. Terminata la cena facciamo due passi fino al Civic Center Plaza, che appare ormai deserto e colonizzato da diversi clochard pronti a trascorrervi la notte.

A breve distanza giungiamo al The Nolen, un rooftop dove decidiamo di chiudere questa stupenda serata con un drink. San Diego da quassù appare placida e tranquilla, una metropoli ancora a misura d’uomo, nella quale ci siamo trovati entrambi così bene da non far fatica ad ammettere di volerci vivere.

Mercoledì 1 maggio: da San Diego a Los Angeles

Ci prendiamo un po’ di tranquillità in questa mattina, per goderci gli ultimi momenti in una delle più belle metropoli che mi sia capitato di visitare. La luce del primo mattino filtra appena dall’enorme finestrone a vetri della camera. Scendiamo per fare colazione al bancone dell’american bar dell’albergo. Ordiniamo come sempre del caffè e del succo di frutta, per me un muffin e per Valeria uno yogurt con granola, entrambi della frutta.

Oggi vogliamo goderci un po’ di mare, sulla Interstate 5, che ci porta da San Diego a Los Angeles. Decidiamo pertanto di trascorrere alcune ore a La Jolla, un centro balneare del suburb di San Diego, le cui spiagge mozzafiato sull’Oceano erano a noi note già dall’Italia per alcune fotografie e per la consultazione di alcune guide.

Il luogo non tradisce l’attesa. è un posto fantastico. Sarà la splendida giornata di sole, sarà la brezza marina che ci scompiglia i capelli, ma tutta l’atmosfera è un qualcosa di emotivamente eccezionale. Percorriamo il Boulevard centrale, costellato di negozi eleganti, tra i quali addocchio alcuni oggetti per la casa.

Per il momento puntiamo diretti all’Oceano. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi al termine della via principale è bellissimo. Un ampio giardino pubblico di palme degrada via via verso il lungomare da cui parte un tappeto di fiori colorati, lilla ed arancio, che lascia poi spazio alla spiaggia sabbiosa.

Le onde del Pacifico si infrangono pigre contro alcuni scogli, facendo volare via alcuni gabbiani. Diverse colonie di leoni marini dormono e giocano sull’arenile. Lo sguardo è portato a perdersi all’infinito, oltre la linea blu dell’orizzonte dove cielo e mare si incontrano. È ancora una volta, l’ennesima in questo tour, la natura incontaminata che si esprime nella sua massima apoteosi. Una passeggiata e qualche foto. Ci godiamo appieno il momento.

Ritorniamo poi nel centro di La Jolla dove mi dedico ad un po’ di shopping e dove pranziamo in una gastronomia dai piatti pronti molto gustosi: cous-cous e torta salata per me, una insalata alla quinoa per Valeria. Ci sediamo all’aperto, ai tavolini fuori dal locale. Prendiamo quindi un caffè da asporto in un bar poco distante, dove la commessa, sentendoci parlare in italiano abbozza un saluto nella nostra lingua. Ci dice sorridente che sta facendo un corso di lingua Italiana presso una scuola della città. Le facciamo gli auguri per il proseguo dei suoi studi.

È tempo di rimettersi in marcia, destinazione L.A.! Scegliamo volutamente di proseguire lungo la strada costiera, che è sì più lunga ma ci permetter di poter ammirare le bellezze dei promontori che si gettano nel mare. Attraversiamo luoghi mitici della California come Oceanside, San Clemente, Laguna Beach, Long Beach, ecc… Fino ad arrivare ai bordi della mega area metropolitana che forma questa città.

Piano piano il traffico aumenta e procediamo a tratti. La noia dell’attesa in coda è però ingannata dalle nostre chiacchiere e dal sottofondo del raeggeton latinoamericano delle radio locali. Una in particolare, mega 96.3 f.m. diventa il nostro punto di riferimento e sarà il faro di questi giorni. Trasmette una ventina di canzoni a ripetizione, che sono però delle hits inconfutabili. Ci facciamo piano piano una cultura sul tema musicale e su i suoi principali interpreti.

Entriamo nel cuore di Los Angeles intorno alle cinque del pomeriggio, in piena ora di punta e con un traffico in delirio. Fortunatamente riusciamo a svicolare ora qua, ora là, cambiando via via corsia e raggiungendo il centro di Korea Town, che, come dice la parola, è il punto di aggregazione dell’etnia di questa nazione, una delle tante che formano il crogiolo di razze che abitano Los Angeles. Le insegne di negozi, cartelli, pubblicità sono ora bilingue e compaiono ovunque ideogrammi coreani.

Finalmente arriviamo al The Line, l’albergo di design post-industriale scelto per questa città, consigliatoci da una amica di Valeria che vi ha soggiornato. è un palazzo completamente in vetro, caratterizzato da quattro colorazioni che dovrebbero rappresentare gli elementi terrestri: sole, cielo, terra, mare. La macchina viene presa in custodia da un valet-parking mentre facciamo il nostro ingresso nella hall, immensa.

Il tempo di sistemarci ed usciamo per un po’ di shopping in un mall all’aperto poco distante. Ritornati in hotel, ci prepariamo per la serata. Con un taxi guidato da una simpatica ragazza di colore ci facciamo lasciare in Hollywood Boulevard, per percorrere a piedi una delle Strip più famose d’America e direi del mondo. Moltissime luci, gente ovunque, artisti di strada e clochard popolano questa arteria. Arriviamo alla celebre Walk of Fame dove ci divertiamo a trovare i nostri beniamini di cinema, tv e musica. Scattiamo foto a raffica alle stelle ed alle impronte di mani e piedi conficcate nel pavimento.

Fatichiamo a trovare un ristorante decente, pur essendo L.A. ed optiamo quindi per una scelta che qui è sicuramente un “must”: In&Out, una catena di fastfood tipicamente californiana. Anche questa esperienza riteniamo debba essere provata!

E così in un attimo siamo in coda da In&Out, dove ciascuno fa la fila per chiedere hamburger e patatine. Bibite incluse a volontà. Ed è anche questo uno spaccato di America: i commessi e gli addetti alla preparazione del cibo, tutti immigrati (latinos, asiatici, di colore), un pazzo che parla da solo in modo alterato, un gruppo di ragazzetti afro, latinos ovunque e… ah sì dimenticavo, due italiani elegantissimi!

Dopo aver ordinato ci consegnano un biglietto con un numero sopra: saremo chiamati al megafono. Mentre trovo a fatica un posto a sedere tra due ragazze della “corrente” dark ed un gruppo di giovani afro, Valeria recupera cibo e bevande.

Mangiamo il tutto da un vassoio di carta; un panino buono, dai sapori decisi e succulenti, e delle patatine senza infamia e senza lode. Direi soddisfacente nel complesso e sicuramente economico, visto che ci costa meno di venti dollari. Sfruttiamo il wifi per identificare un rooftop nei paraggi, il Mama Shelter, che diventa il nostro prossimo obiettivo di serata.

È quasi mezzanotte ma confidiamo che siamo a Los Angeles. Sbagliamo… dopo aver camminato di gran lena lungo uno stradone buio ed abbastanza malfamato, arrivati ai piedi del grattacielo scopriamo che il locale è già chiuso. Non disperiamo e in lontananza vediamo le luci al neon di un night club, dove un crocchio di persone in eleganti abiti da sera, e tutte di colore, è in attesa di entrare. Ci avviciniamo per vedere che possibilità vi siano di entrare ma constatiamo essere una sorta di evento privato di ricconi e due energumeni sulla porta di ingresso ci fanno desistere da ogni minima intenzione.

Riprendiamo la strada maestra, Hollywood Boulevard, che ormai, data l’ora tarda, si è fatta deserta e popolata solo da clochard e sbandati. Abbastanza intimiditi da tutto ciò e con una non bella impressione di una parte centralissima della metropoli, chiamiamo quasi subito un taxi e facciamo rientro al nostro caro ed accogliente The Line.

Giovedì 2 maggio: Los Angeles

Abbiamo grandi progetti per oggi: vogliamo infatti goderci le spiagge di Santa Monica e di Venice Beach, famose in tutto il mondo. Prendiamo quindi al volo un caffè nero da asporto ed un cookie al cioccolato che consumiamo in macchina per non perdere tempo. Abbiamo un buon quaranta minuti di Interstate, come al solito Los Angeles è congestionata da un traffico intenso. Li spendiamo senza accorgercene ascoltando raeggeton alla radio, di cui ormai siamo “addicted”.

Finalmente arriviamo a destinazione. La prima tappa è il molo di Santa Monica, che raggiungiamo dopo un breve tratto di lungomare e dove entriamo da Bubba Gump, il ristorante di gamberetti cucinati in tutte le forme e reso celebre dal film cult “Forrest Gump”. Ci spostiamo poi verso l’interno di questa elegante parte di città, percorrendo Ocean Avenue, la mitica arteria immortalata in numerosissime fotografie e caratterizzata dalle tipiche palme dal tronco altissimo. Il centro è tutto un susseguirsi di boutiques. Ne approfitto per fare un po’ di shopping.

Ritorniamo nuovamente sulla costa e ci concediamo una bella passeggiata lungo Palisades Park, un polmone verde incastonato tra mare e città. Sui viottoli che lo attraversano incontriamo molti locali, innumerevoli turisti ed abbiamo anche l’occasione di vedere tantissimi scoiattoli che attiriamo a noi con l’aiuto di qualche mandorla che abbiamo in tasca. Che carini che sono! Il parco si riallaccia al lungomare, ora pieno di gente che cammina, corre, se la spassa in bicicletta e coi monopattini. Si respira una atmosfera fantastica! Tutto è molto rilassante.

Camminiamo a lungo, per svariati chilometri. Siamo arrivati alla fine di Santa Monica ed all’inizio di Venice Beach. Stanchi ed affamati, decidiamo di noleggiare un “bird”, ovvero un monopattino. Tutto è molto facile: basta scaricarsi una applicazione sullo smartphone e registrarvi una carta di credito. Aprendo l’applicazione compare la mappa della zona circostante su cui vengono evidenziati dei puntini viola in corrispondenza del posizionamento GPS dei monopattini. Una volta raggiunti questi mezzi possono essere sbloccati leggendo tramite la fotocamera del proprio telefono un QR code impresso sopra. Il monopattino viene sbloccato ed è pronto all’uso. Una spinta decisa per vincere l’inerzia e via, il gioco è fatto! Vi sono due pulsanti, con uno si accelera e con l’altro si frena. Scorrazzare per Venice beach è ora un gioco da ragazzi e…è divertentissimo!!! Ritorniamo bambini, facciamo a gara a chi va più veloce, ci facciamo video e scattiamo foto a vicenda.

Venice è decisamente hippie, nel senso che è piena zeppa di clochard, barboni, gente che parla da sola, sfasati di ogni sorta. Alcuni suonano, altri dipingono, diversi fumano. Nessuno ci importuna ma non è sicuramente un bel vedere. Scatto una foto ad un murales gigantesco di Marylin Monroe e Jim Morrison per poi riprendere il giro. Superiamo anche la “muscle gym”, dove, recita il cartello, ha avuto origine quello che oggi si chiama fitness e che si è diffuso in tutto il mondo. è una palestra all’aperto sulla spiaggia in riva al mare.

Ci fermiamo per il pranzo che ormai sono le due passate. Optiamo per un posto decisamente “cool”, il The Venice Whaler, disposto su due piani e nel quale troviamo posto sul terrazzino all’aperto al primo piano. Ordiniamo ad una biondina con le ciglia finte un gustosissimo burger con patatine e litri di coca cola. La clientela è un misto di turisti e gente locale. Trascorriamo volentieri un po’ di tempo qui, comodamente appollaiati sul nostro trespolo.

Appena dopo pranzo percorriamo il The Venice Fishing Pier, un lunghissimo molo che si spinge per qualche centinaio di metri sul mare. Soffia una brezza tesa, oceanica. Scattiamo delle foto bellissime. Instancabili saliamo nuovamente sui nostri monopattini e ci dirigiamo all’interno di Venice, dove si trovano alcune vie caratteristiche (tra cui Abbot Kinney Boulevard) con bellissimi murales artistici sulle pareti delle case. Ne approfittiamo per fare ancora moltissime fotografie.

Arriva un momento di pausa con un buon caffè in un locale bellissimo, Kreation Organic, a metà tra un bar ed un negozio di oggettistica, dove ci troviamo a consumare su alcune gradinate in legno ed erba finta. Un posto bellissimo e tranquillissimo, isolato dalla frenesia di Venice. La giornata davanti a noi è fortunatamente ancora lunga e decidiamo di andarci a godere le ore che precedono il tramonto in spiaggia. Stendiamo il nostro telo e ci sdraiamo.

La mia attenzione è rapita dal rumore di sottofondo delle onde dell’Oceano che si infrangono placide sul bagnasciuga. La spuma è color oro per i riflessi infuocati del sole al tramonto. Sono parte di un quadro. è proprio così che avevo sognato la California!

È ormai arrivata la sera. Facciamo rientro al The Line per sistemarci un attimo. Ci attende infatti la serata rooftops! Che nella città degli angeli promette di essere fantastica. Iniziamo con un bell’aperitivo, una bollicina per entrambi, in cima all’Ace Hotel, nel cuore di Downtown. Si tratta di un locale veramente “cool”, diviso in due parti: una interna dove è in corso una “comedy live” di un comico di colore ed una parte esterna, con lettini a bordo piscina. Decidiamo di sorseggiare il nostro vino sdraiati su due di questi, con lo sgaurdo all’insù. C’è una stellata incredibile e la vista sui grattacieli è mozzafiato.

Terminato il nostro aperitivo, in un attimo raggiungiamo il vicino The Standard, grattacielo che ospita un elegante albergo. Consumiamo la cena al ristorante al piano terra; un locale dalle luci soffuse che creano un ambiente raccolto e raffinato; cibo a base di carne, una bistecca per me e un burger per Valeria. Non ci soffermiamo a lungo perchè vogliamo poi goderci la notte al rooftop all’aperto e con piscina, posto in cima. Qui, con un drink in mano, ci sdraiamo sui comodi sofà, disposti intorno a spitfires da cui esce un caldo focolare. Tutto intorno a noi moltissimi ragazzi apprezzano la vista dei grattacieli illuminati e delle migliaia di luci colorate. In sottofondo musica lounge e suoni di sirene di ambulanze e polizia.

Tutto questo forma un insieme di suoni e di colori “metropolitani” che creano un emozione che non dimenticherò mai…

Venerdì 3 maggio: Los Angeles

Il risveglio è questa mattina caratterizzato da un velo di malinconia; oggi è l’ultimo giorno del nostro viaggio. Per l’ultima volta rifacciamo valige e bagagli… ho qualche difficoltà a farci entrare tutto, a causa del mio shopping, delle mie scartoffie e del mio disordine! Scendiamo nella hall del The Line per saldare il conto. Sfruttiamo il bar interno per l’ultima colazione: un cappuccino con un cookie.

Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo ad Hollywood! Come prima tappa saliamo al Griffith Observatory, che raggiungiamo dopo una breve passeggiata, posto in cima ad una collina di un immenso polmone verde. Da qui si domina l’intera città e si ha la percezione di quanto sia enorme Los Angeles. Case, palazzi e grattacieli che si perdono a dismisura. La giornata è bella e calda ma un poco di umidità vela l’orizzonte.

Alle spalle dell’osservatorio la celebre collina con la scritta di Hollywood a caratteri cubitali che vale una foto. Scendiamo al punto dove avevamo lasciato l’auto e ci dirigiamo ora verso Beverly Hills. Vogliamo concludere la nostra giornata con un giro per le vie di questo quartiere, dove ammiriamo ville stupende, che si susseguono senza sosta. Palme verdissime e bouganville rigogliose donano a queste vie una eleganza unica. A piedi ci concediamo una bella e lunga camminata per le vie di Rodeo Drive, Sunset Boulevard e Santa Monica Boulevard.

Rodeo Drive è la mecca dello shopping; ci sono tutti ma proprio tutti i marchi più famosi di abbigliamento, gioielli, orologi, ecc. ecc. Gli stilisti più importanti e le case più blasonate hanno qui un loro punto vendita. Ci lustriamo gli occhi, entriamo in qualche negozio, facciamo foto alle bizzarrie della moda californiana, esposta sia nelle vetrine che addosso a qualche individuo “sui generis”. è tutto molto divertente!

Ripartiamo, lungo il pezzo conclusivo della mitica Route 66. Direzione aeroporto. Dopo una buona mezz’ora di guida arriviamo al deposito delle auto a noleggio. è giunto il momento di separarci dalla nostra cara Dodge Journey. è stata una compagna di viaggio indimenticabile. Una avventura lunga 2345 miglia pari a 3774 chilometri! Le lancio di sfuggita un ultimo sguardo, quasi a volermi imprimere per sempre nella memoria la sua forma sinuosa, il suo bianco cangiante.

Saliamo su un bus-navetta che ci porta al terminal delle partenze internazionali. Ci cambiamo per il viaggio di ritono; il check-in per Milano scorre liscio e senza intoppi. Utilizziamo il Duty Free per le ultime compere, tra cui i famosissimi cioccolatini di Ghirardelli. Pranziamo in un wine bar veramente carino. Una insalata per Valeria, un tramezzino per me. Il tutto abbinato a tre gradevoli assaggi di vino. Ecco che chiamano il volo… espletiamo le procedure di imbarco, disponendoci sul lato sinistro dell’aereo, che risulta praticamente al completo.

“Cabin crew…ready for take-off”…Il nostro Air Italy si libra in volo all’ora del tramonto. Si dirige verso l’Oceano Pacifico, facendoci ammirare per l’ultima volta il caldo sole della California. Sotto di noi distinguiamo chiaramente la costa di Santa Monica; pare ancora di essere lì. Una rapida inversione di rotta e siamo ora sopra Los Angeles. Dall’alto è semplicemente impressionante per la sua estensione.

Guardo fuori dal finestrino fino a che il sole non va a coricarsi, quasi all’altezza di Las Vegas che riconosco per l’arcobaleno di luci in mezzo al buio del deserto. Abbasso la tendina e guardiamo un film mentre ci servono la cena. Il volo scorre lento ed infinito, tra sonni, risvegli, cibo… La colazione segna l’arrivo sull’Europa e lo scattare di un nuovo giorno.

Sabato 4 maggio: ritorno a Milano

Ora la mappa interattiva dell’aereo indica che siamo sopra le Alpi francesi; sono completamente innevate, mentre eravamo a goderci il sole della West Coast abbiamo sentito di un freddo anomalo in Italia ed in Europa in generale, che ha portato ancora neve alla fine di aprile!

Gli ultimi preparativi frenetici del personale di bordo anticipano il momento dell’atterraggio a Milano ed il termine di un viaggio indimenticabile.

Conclusioni

Ci sarebbero così tanti pensieri da fissare per sempre con lo scritto, a conclusione di questo diario… Da che cosa posso partire?

Vorrei iniziare dalla luce…

La luce di quel sole che ci ha fortunatamente accompagnato per l’intera durata del viaggio. Come è ancora vivido il ricordo del Golden Gate Bridge di San Francisco illuminato dai primi raggi del mattino, o lo splendore della costa del Big Sur baciata a picco dal mezzodì o ancora Santa Monica, incendiata al crepuscolo.

La luce del cielo azzurro, così puro ed immacolato sulla Death Valley, attraversato da nuvole stupende che sembravano “panna montata” nel Bryce Canyon, o striature tese dal vento sulla costa di La Jolla. La luce colorata dei mille grattacieli nelle lunghe notti di San Francisco, Las Vegas, San Diego, Los Angeles, ammirata da rooftops mozzafiato.

La vera magia è che questa luce è entrata in noi, nei nostri occhi, nelle nostre menti e nelle nostre anime.. è stato come un dono che gli Stati Uniti mi hanno fatto, che custodisco gelosamente.

Vorrei proseguire con i luoghi…

Se è vero come dicono che un luogo appartiene per sempre a chi lo reclama con forza, allora questo viaggio ci ha permesso di portare a casa con noi moltissimi luoghi. Sono diventati “miei” luoghi indimenticabili come Baker Beach a San Francisco, la costa del Big Sur, da Monterey a Bixby Bridge, le foreste di Sequoia, la Death Valley, i Canyons, l’Oceano Pacifico da la Jolla a Santa Monica, le metropoli americane dell’ovest. Sono diventati “miei” in quanto parte dei miei ricordi e quindi delle mie emozioni.

Vorrei terminare con il concetto di viaggio…

Quanto è formativo un viaggio su una persona? Moltissimo, se quella persona è di animo sensibile; se non lascia scivolare via come fosse acqua tutto quanto gli accade, in modo indifferente ed anonimo. Ho cercato di imprimermi ogni aneddoto, ogni emozione, ogni esperienza che abbia sollecitato i miei sensi, ogni colore, ogni sapore, ogni suono, ogni cosa toccata (come la corteccia morbida e bruna delle Sequoie millenarie). Credo che solo così un viaggio possa trasformarsi in una esperienza di vita in grado di migliorare e completare una persona.

A questo diario, chiedo infine una cosa semplice: che sia per sempre in grado, ogni qual volta lo andrò a rileggere, di emozionarmi come lo ha fatto quando l’ho scritto e che possa emozionare, almeno un pochino, chi un domani avrà la fortuna di leggerlo.

Autore: Luca Viola

Roundtrip su Los Angeles: 21 giorni sulla West Coast – Il diario di Roberto

Roundtrip su los angeles 21 giorni

Una perfetta sintesi fra mete tradizionali e perle nascoste, questa è l’essenza del viaggio di Roberto, che ci racconta la sua affascinante avventura fra California, Oregon, Utah, Nevada e Arizona. Un utile spunto per chi torna nella zona dei parchi per la seconda volta, ma anche per chi cerca di integrare un percorso “standard” con mete poco conosciute e meno battute.       

Non è stato il primo viaggio estivo on the road negli USA ma in realtà il sesto tra costa Est e Ovest e costa quindi la scelta del percorso, per la prima volta, non è stato indirizzato da guide tradizionali ma piuttosto da questo sito ed altri racconti sul web cercando mete non classiche e perle nascoste. Così ora metto a disposizione questo testo affinché possa essere utile per altri lettori. Troverete il percorso e le tappe in fondo mentre cercherò di descrivere i principali spunti e ricordi mantenendo comunque un ordine cronologico.

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Da Los Angeles a Las Vegas 

Roundtrip su Los AngelesScesi al LAX (Aeroporto di Los Angeles) non perdiamo tempo e ritiriamo subito l’auto noleggiata online e partiamo verso nord per la prima meta. Dopo la notte passata a Ridgecrest dopo pochi chilometri siamo alla prima meta, i Trona Pinnacles: serie di pinnacoli di roccia nel deserto facili da trovare percorrendo una strada sterrata che devia dalla statale 178. Lo spettacolo di questi pinnacoli sotto un cielo color cobalto senza nuvole in un contesto quasi lunare è stato reso ancora più affascinante dal fatto di essere stati completamente soli!

Un ottimo modo per iniziare il viaggio continuato poi nella vicina Death Valley, già vista nel dettaglio in un precedente viaggio ma che, essendo sulla strada per Las Vegas, ha rappresentato un’ottima occasione per inaugurare la tessera parchi e rivedere le sue perle: il Golden Canyon (sia attraverso il trail al suo interno sia dall’alto da Zabriskie Point) nonché Artist’s Drive and Palette, un piccolo circuito da fare in auto fantastico tra le sue tipiche rocce multicolore. E tanto altro, Dante’s Peak, Badwater Basin. Alla sera giro a Las Vegas tra i suoi bizzarri casinò e tra i negozi: per cena consiglio uno dei 2 Outback presenti sulla Strip, la steak house australiana che rappresenta un’ottima scelta per rapporto qualità-prezzo

Grand Canyon North Rim e Zona del Grand Staircase Escalante 

Tour West Coast 21 giorniIl North Rim del Grand Canyon è il versante meno noto rispetto al più famoso South Rim. Qui si gira in auto e non con le navette ma i panorami non hanno nulla da invidiare a quelli del South Rim. Per arrivare ad alcuni overlook, inoltre, abbiamo messo a dura prova le nostre vertigini. A rendere l’esperienza ancora più bella è stato l’incontro sulla strada del ritorno (statale 67) di una grossa mandria di bisonti che pascolava lungo la strada occupando anche la sua sede. Siamo stati la prima auto a fermarci e poi piano piano siamo riusciti a passare costeggiando da vicinissimo la mandria e facendo foto bellissime. Dal Grand Canyon ci siamo poi spostati a Kanab per partecipare alla lotteria di Coyote Buttes (The Wave) e dopo averla regolarmente persa abbiamo ripiegato sullo slot canyon di Buckskin Gulch.

Ci siamo arrivati passando prima dalla sede dei rangers sulla 89, appena prima della deviazione sulla sterrata House Rock Valley Road per informarci sullo stato del canyon e della strada stessa. Aveva piovuto il giorno prima e quindi ci sarebbe stato fango e acqua ma nessun rischio di flash flood per quel giorno mentre siamo stati avvertiti che sarebbe stato necessario guadare un piccolo torrentello che si era formato sulla House Rock. Il ranger ci ha comunque tranquillizzato sul fatto che la nostra 4×4 non avrebbe avuto problemi mentre una semplice berlina non sarebbe passata.

Dal parcheggio del Wirepass Trailhead si tratta di fare mezzoretta a piedi prima di entrare nella prima parte dello slot canyon assolutamente fantastica ed indescrivibile camminando in spazi a volte così stretti da dover passare sul fianco. Il percorso è comunque facile fino ad un punto dopo un’altra mezzora di cammino dove l’acqua era quel giorno troppo alta per continuare senza bagnarsi troppo. Nel resto della giornata abbiamo costeggiato il Lake Powell (di un azzurro bellissimo) e rivisto l’Horseshoe Bend vicino a Page, altro spettacolo della natura, gratis e che non porta via molto tempo, 60-90 minuti tra visita e andata e ritorno dal parcheggio.

Zona di Canyonlands e UT12

Tour West Coast in 21 giorniPercorrendo la strada che costeggia la visibilissima Monument Valley e ricordando la visita di 7 anni prima, vediamo nel volgere di un paio di giorni il Gooseneck State Park, un Horseshoe Bend leggermente meno bello ma nella pace di pochissimi altri turisti; la Valley of the Gods una copia della Monument Valley molto sbiadita e con una sola zona all’altezza; Dead Horse Point State Park altro splendido monumento della natura simile all’Horseshoe Bend con il dirupo di Thelma e Louise (a pochi km, a Moab, consigliamo la Moab Brewery che in Utah); Goblin Valley stipata di migliaia di più o meno alti pinnacoli rossi nel deserto tra cui girovagare ed un bel trail che porta al massiccio di roccia del Molly’s Castle. Arriviamo in ritardo al Capitol Reef, altro spettacolare parco nazionale tra rocce multicolore ma purtroppo sia il famoso negozio delle torte di Fruita nonché il Visitor Center erano già chiusi.

Nelle ultime luci della sera riusciamo però a goderci un giro in auto nella Scenic Drive ed il Trail di Hickman Bridge e poi ci godiamo i piatti dell’ottima steakhouse Broken Spur a Torrey. Il giorno dopo percorriamo la UT12 fino a Toquerville visitando tutte le “attrazioni” descritte nel percorso indicato nel sito con l’unica eccezione del Kodachrome e rivedendo molto velocemente dall’alto il già visitato Bryce National Park, a nostro avviso uno dei 5 parchi più belli degli USA. Rispetto al percorso abbiamo aggiunto vicino ad Escalante, la Hole in the Rock Road, una strada sterrata che conduce prima a Devils Garden, una Goblin Valley ridotta ma con alcune conformazioni davvero stupende, e poi a 3 spettacolari slot canyon.

Per arrivare ai canyon occorrono circa 70 min con l’ultimo tratto su una deviazione davvero molto dissestata e non percorribile dalle berline per le quali è disponibile un parcheggio circa un miglio prima del parcheggio delle dei 4×4. Tra i canyon abbiamo visto solo il più semplice, Dry Fork Narrows, che offre panorami simili al famoso Antelope Canyon ed a Buckskin Gulch ma il prossimo anno torneremo a vedere Peekaboo e Spooky, sempre accessibili anche ai fisici “non allenati”, ma ancora più belli da quello che si legge nei siti.

Zion National Park

zion national parkOrganizzato con navette che portano ai vari punti di interesse / trail lo Zion National Park non ci ha entusiasmato in quanto i panorami e gli overlook sono più scontati di quelli di altri parchi (ma non siamo scesi fino alle Narrows) e ci ha ricordato lo Yosemite, altro parco che in estate con la carenza di acqua non è uno dei ricordi più fantastici che ci portiamo dietro. Più bello il giro in auto sulla Scenic Drive con le sue conformazioni rocciose davvero imponenti e particolari. Per la notte suggeriamo il Toquerville BnB che con un prezzo contenuto offre una camera con ingresso indipendente e una colazione imponente della proprietaria.

Zona di Mammoth Lakes

June-LakeDopo un giorno e mezzo di relax a Las Vegas con mega margarita d’ordinanza sempre a portata ci siamo diretti verso nord ovest alla ricerca di meraviglie in questa zona. In passato avevamo visto le belle colonne di basalto del Devils Postpile National Monument e speravamo di vedere posti altrettanto belli. Purtroppo la visita è stata abbastanza deludente sia per quanto riguarda l’Hot Creek Geoligical Site che per il June Lake mentre non siamo riusciti a trovare la strada per il Crawley Lake che doveva essere il punto focale della giornata. Carina la sosta alle Hilltop Hot Springs, piccolissima pozza termale dove ci siamo potuti immergere in piena solitudine per 30 min di relax prima dell’arrivo di un’altra coppia di turisti.

Consiglio: per approfondire le bellezze di quest’area di consigliamo di leggere la nostra guida su cosa vedere a Mammoth Lakes e sulla Eastern Sierra

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Parchi dell’Oregon / Alta California

West Coast diario di viaggioMentre il Redwood National Forest non è stato niente di più di una bella passeggiata tra enormi sequoie comunque già viste in altri parchi, il Lassen National Park è stata una bella scoperta tra zone di pozze bollenti e fumarole, un vulcano, splendidi laghi e passeggiate nel verde. Altro parco fantastico è il Crater Lake, lago blu cobalto creatosi nella caldera di un vulcano spento. La strada circolare permette di vedere il lago da ogni angolazione anche se quella dal Visitor Center è una delle due più belle oltre a quella che si può ammirare dopo un trail di circa un’ora che permette di vedere il lago dal punto più alto possibile, il Watchmen Peak.

La vista era purtroppo “annebbiata” dagli incendi presenti nella zona. Una deviazione in auto che rimpiangiamo di non aver fatto, sulla base di chiacchierate con altri turisti, era quella che portava ai Pinnacles. Per passare alle visite delle meraviglie naturali sulla costa dell’Oregon, mentre non consigliamo di visitare le Oregon Dunes che non riservano grosse sorprese rispetto ad un’attesa ai minimi livelli, suggeriamo caldamente di andare a vedere Thor’s Well, una serie di piccoli ma spettacolari geyser naturali che si formano in riva all’Oceano a causa della particolare conformazione della riva.

Ritorno a Los Angeles

Round Trip su Los Angeles Diario di viaggioSulla strada di ritorno dall’Oregon abbiamo visitato Sacramento che ha rappresentato uno dei punti più bassi della vacanza: sporca e maleodorante con l’eccezione del pieno centro dove è ricreata un’ambientazione del vecchio West. Sulla costa abbiamo rivisto l’eccezionale tratto di Big Sur e, più a sud, verso San Simeon la zona ove vive una grande colonia di rilassatissimi e belllissimi leoni marini. Sempre belle le ricchissime e costosissime cittadine di Carmel e Monterey ove nemmeno quest’anno, come già nell’agosto 2014, abbiamo visto il sole: la dice lunga il fatto che in tutti gli alberghi campeggino le stufe utili a scaldarsi anche in qualche giorno di estate. Carmel, per assurdo, ci ricorda sempre una cittadina di montagna.

Appena fuori città è assolutamente da vedere la riserva naturale di Point Lobos in cui passare mezza giornata per ammirare baie, spiagge e leoni marini. Gli ultimi due giorni li abbiamo poi passati a Los Angeles tra Venice, Hollywood con un giro anche sulla panoramica Mulholland Drive e gli Universal Studios, meta da non perdere per gli appassionati di montagne russe e/o di effetti speciali e tecnologia 4D.

Itinerario day by day

West Coast in 21 giorni

  • 24 luglio: Los Angeles (LAX) – 2h30’ – Ridgecrest
  • 25 luglio: Ridgecrest – 40’ – Trona Pinnacles – 2h – Death Valley – 2h15’ – Las Vegas
  • 26 luglio: Las Vegas – 4h15’ – Grand Canyon North Rim – 1h15’ – Kanab
  • 27 luglio: Kanab – 45’ – House Valley Rd – Buckskin Gulch – 45’ – Lake Powell – Horseshoe Bend – Page
  • 28 luglio: Page – 2h30’ – Goosenecks State Park – 30’ – Valley of the Gods – 2h15’ – Moab
  • 29 luglio: Moab – 40’ – Dead Horse Point – 1h50’ – Goblin Valley – 1h15’ – Capitol Reef NP – Torrey
  • 30 luglio: Torrey – 1h25’ – Hole in the Rock Road – 1h10’ Dry Fork Narrows – 2h45’ – Bryce NP – Toquerville
  • 31 luglio: Toquerville – 30’ – Zion NP – 2h40’ – Las Vegas
  • 1 agosto: Las Vegas
  • 2 agosto: Las Vegas – 4h15’ – Bishop
  • 3 agosto: Bishop – 45’ – Hot Creek Geological Site – 29’ – June Look – 2h45’ – Reno
  • 4 agosto: Reno – 2h30’ – Lassen NP – 3h30’ – Klamath Falls
  • 5 agosto: Klamath Falls – 1h30’ – Crater Lake NP – 4h – Florence
  • 6 agosto: Florence – 30’ – Thor’s Well – 1h – Oregon Dunes – 3h15’ – Crescent City
  • 7 agosto: Crescent City – 15’ – Redwood National Forest – 4h30’ – Fort Bragg
  • 8 agosto: Fort Bragg – 1h45’ – Sonoma Valley – 2h – Sacramento
  • 9 agosto: Sacramento – 1h25’ Livermore Outlet – 1h45’ – Carmel by the Sea
  • 10 agosto: Carmel by the Sea – 10’ – Point Lobos – 50’ – Big Sur – 2h30’ – San Simeon – 3h45’ – Los Angeles
  • 11 agosto: Universal Studios Los Angeles
  • 12 agosto: Hollywood – Mulholland Drive – Griffith Observatory
  • 13 agosto: Venice – LAX

Da Washington a Williamsburg: on the road nel cuore della Virginia

virginia on the road

C’è chi pensa di capire l’America dai grattacieli, dalla Casa Bianca o da Hollywood

Sicuramente la visione americana si è sempre fatta sentire all’interno della storia attraverso i grandi simboli di speranza e di risposta all’American Dream. È tutto giusto, se non fosse che la vera America si trova altrove, nascosta dietro i sorrisi dei suburbs del Virginia, dove va di moda fare il prete o il pilota, dove la fede non è un’opinione e si rappresenta sotto forma di gonne lunghe e monotone.

Il Virginia è il cuore del popolo americano, il cuore vero, legato ancora ad una politica che vuole mostrarsi sempre ed in ogni circostanza forte, anche attraverso un uso spesso discutibile delle armi. Ho avuto la fortuna di aver avuto qualche amico disposto ad accompagnarmi in una full immersion di qualche giorno in questo Stato.

Quella che riporto è la punta di un iceberg, di uno Stato immenso, pieno di stradine e stradone, quartieri storici che si mescolano a zone rifatte da zero e convenzionali.

alexandria
Alexandria

Noi siamo partiti da Washington D.C. in macchina, attraversando il confine con la Virginia, e in meno di mezz’ora siamo arrivati ad Arlington, prima tappa del nostro viaggio.

Negli Stati Uniti la macchina è un must, nel senso che è talmente conveniente che consiglio a tutti di noleggiarne una (semplicissimo anche per i turisti). L’unico punto a sfavore delle auto a noleggio è il blocco obbligatorio di una cauzione sulla tua carta, che verrà poi rilasciata pochi giorni dopo la riconsegna. Date un’occhiata alle nostre dritte per noleggiare un’auto in USA

Io mi trovo benissimo con Rentalcars, un’app che funge da hub per tutte le compagnie che noleggiano auto e con cui è possibile trovare le offerte migliori. Il consiglio per semplificare il tutto e abbattere i costi è comunque quello di organizzare ritiro e riconsegna nella stessa città.

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Arlington + Alexandria

Arlington è una città situata lungo il Potomac River, il lunghissimo fiume che attraversa gli stati della East Coast, noto anche come “fiume della nazione”. Ad Arlington si trova il famoso Arlington National Cemetery, costruito durante la guerra civile americana nel XIX secolo. Questo cimitero è un simbolo per l’intero paese, con le tombe di oltre 300.000 soldati: veterani di guerre civili e dell’attentato del 2001 al Pentagono, insieme a personaggi importanti della storia americana come il presidente J.F. Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963.

Il Pentagono, situato ad Arlington – vista la vicinanza a Washington D.C. –  è diventato negli anni quaranta il centro della difesa del paese.

Cimitero di ArlingtonIl National Cemetery è un luogo da vedere a tutti i costi. Dopo qualche ora passata a visitare questi luoghi chiave della città, ci siamo fermati in una classica tea-room e siamo partiti per Alexandria, un piccolo sobborgo a un quarto d’ora di macchina da Arlington, situato lungo il fiume Potomac. La vecchia cittadina è caratterizzata dai banchetti di antiquariato e dalle sue “townhouses”, villette ciascuna di un colore diverso ma con la solita base in mattoncini.

È sicuramente una città alla moda, puntualmente invasa dai lavoratori di Washington durante i week-end. Ci siamo poi fermati a prendere un hot dog ad una bancarella lungo il fiume. Avremmo potuto sederci e mangiare un piatto tipico di cozze o zuppa di pesce ma abbiamo optato per un’opzione priceless, passeggiando fino al faro con in mano un hot-dog e una coca-cola, in tipico stile domenicale americano. In questo modo, abbiamo avuto più tempo per visitare la città e assaporare la calda brezza al Jones Point Lighthouse, il piccolo porto di Alexandria.

Fredericksburg

FredericksburgLa tappa successiva è stata Fredericksburg, un’altra città coloniale. Avevamo dedicato questi giorni al verde, visto che Fredericksburg è nota per i suoi tanti parchi.

Siamo arrivati in serata e a quel punto ci siamo recati direttamente al nostro Bed & Breakfast, Kenmore Inn, a due passi dal fiume e vicino a dove avremmo passato il giorno seguente. L’Inn era molto semplice e tradizionale, stile ottocentesco e coerente con la famiglia del primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, essendo la città dove viveva sua madre Mary.

Dopo la colazione al B&B, dove uova strapazzate e bacon erano solo il contorno, ci siamo incamminati verso la Mary Washington House, la casa della madre del primo Presidente. Si tratta di una tipica casa del XVIII secolo, in legno lucido e tende opache. Così come la casa, molte attrazioni principali di Fredericksburg sono dedicate a Mary Washington, tra cui la University of Mary Washington.

La casa museo è aperta tutti i giorni dalle 11 alle 16, tranne la domenica che apre alle 12. Il costo d’ingresso è molto abbordabile, intorno ai 7 dollari.

Mary-Washington-HouseL’intera casa è un esempio dell’architettura dell’epoca ed è circondata dal verde tipico di Fredericksburg. Infatti, i lavori femminili di quell’epoca, lo stile di vita e le abitudini sono tutte raccontate da quelle mura. Dopo la nostra visita, siamo andati a pranzo da Sammy T’s, un diner carinissimo a pochi minuti a piedi dalla casa di Mary Washington. Io ho preso uno dei miei piatti preferiti: un grilled cheese sandwhich, un banalissimo ma eccezionale toast unto nel burro e ricoperto di formaggio. Abbiamo passato il resto della giornata ad Alum Spring Park, uno dei tanti parchi della Virginia che ci era stato consigliato da un amico di Washington.

Alum Spring è un parco enorme, dove si riesce a godere al meglio della natura e della fauna (con i suoi moltissimi tipi di uccelli), tipici di Fredericksburg. Non tutti sanno che la Virginia è popolata da tantissimi tipi di volatili, di cui 90 sono tradizionalmente considerati rari. Consiglio di fare come noi e sdraiarvi sul prato a giocare a carte e chiacchierare. Ovviamente tutto dipende da quando andate. Noi siamo andati nel periodo estivo, ma fosse stato inverno – beh – vi direi di non fermarvi a lungo nel parco.  

Charlottesville

Jefferson-HouseIl giorno dopo siamo ripartiti per andare a Charlottesville, che si trova ad un’altra ora e mezza di macchina. Chi ci è stato, sa che le strade americane facilitano questi tipi di spostamenti (che sono tipici per un americano ma un po’ meno per un europeo), in quanto sono spaziose e piene di tappe intermedie. Entrati nella contea di Albemarle, di cui fa parte Charlottesville, siamo andati subito a Monticello, la famosa residenza di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, a cui è stato dedicato a Washington il Jefferson Memorial.

Si potrebbe accusare l’America di non avere tanta storia: certo, paragonandola ad uno Stato come l’Italia è più che vero, ma bisogna riconoscere che ogni piccolo sobborgo americano è molto legato al proprio passato e cerca di valorizzarne qualsiasi pezzo. Questa bellissima casa del presidente, che vi consiglio caldamente di andare a visitare, è anche stata nominata patrimonio UNESCO. L’unico punto debole di questo sito storico è il prezzo: noi abbiamo speso intorno ai 30 dollari a testa, però ne è valsa la pena e il tour-guide è stato utilissimo.

L’interno della villa è adibito a museo con diverse tappe video, cosa utile per chi ha diversi cali di attenzione come me. Dopo queste due ore di storia e cultura, siamo tornati nel cuore di Charlottesville per mangiare. Non avendo idea di dove andare, ci siamo affidati a Tripadvisor e siamo finiti in un posto tipico: Mal’s Cafe. Io ho mangiato un bel piatto di “mac and cheese”, una versione formaggiosa e americana della pasta italiana. I diner e i café americani sono sempre i miei posti preferiti perché danno la possibilità di vivere appieno la cultura del paese, a partire dal latte a tavola e dal caffè illimitato. 

Williamsburg

Colonial-WilliamsburghDopo qualche ora di passeggio e riposo nella vecchia Charlottesville, siamo partiti per Williamsburg, passando da uno di quei suburb tipici del Virginia, dove la bandiera nel “front porch” è d’obbligo e dove i quartieri sono sempre puliti e ordinati.

Abbiamo trascorso due giorni a Williamsburg, ospitati da amici.

La loro casa sembrava una di quelle che vedi nei film, con tre piani e un numero irragionevole di stanze, ciascuna di un colore e mood diverso. Abbiamo cenato e passato una bellissima serata in casa, pronti per l’avventura del giorno dopo, momento sicuramente tutto fuorché culturale. La mattina dopo, infatti, siamo andati a Busch Gardens, un parco giochi enorme e famoso in tutta la costa occidentale. Abbiamo passato quasi l’intera giornata li ed è stato molto divertente.

I parchi americani sono talmente grandi da poter essere considerati piccole città e quindi dotati di tutto il necessario: dai ristoranti ai negozi e con una divisione di zone dedicate a diversi paesi. La zona dell’Italia era ovviamente piena di stereotipi: banchi di pasta e pizza, enoteche e assaggini di formaggi. Siamo stati poi nella zona cinese, in quella australiana e francese.

Diciamo che le tante ore passate lì non si sono neanche fatte sentire e le montagne russe erano da brividi! Come se non bastasse, prima di tornare dai nostri amici, siamo andati a mangiare in un posto che non potevamo sicuramente perderci, chiamato Old City Barbecue, molto vicino al parco giochi. Dopo bistecche, birra e tante patatine fritte, siamo tornati a casa.

Nel nostro ultimo giorno di viaggio, abbiamo fatto un discreto giro della Colonial Williamsburg, il distretto storico della città. Entrare in questa fetta di paese dà l’impressione di tornare indietro di qualche secolo: tutto è stato ricostruito con l’architettura tipica del 1700. Ci sono visite guidate a pagamento nei vari musei e nei siti storici di Williamsburg. Tra questi spiccano il Governor’s Palace, la residenza dei governatori della colonia, – in cui abitarono Patrick Henry e Thomas Jefferson – ed il famoso Capitol Building, il primo campidoglio americano in cui si riunivano i membri della vita politica della Virginia.

[mks_toggle title=”Vuoi approfondire di più la zona?” state=”open”] Scopri il Virginia Historic Triangle e la strada panoramica Virginia Route 5. [/mks_toggle]

Noi ci siamo accontentati di un tour molto più superficiale della città e abbiamo deciso di passeggiare, passando dal College of William and Mary, una delle prime università negli Stati Uniti e ancora oggi molto nota. Ci siamo fermati a fare brunch in un posto in tipico stile suburb Virginia: Colonial Pancake House: cidro, pancakes, waffles e tanto caffè sono un must.

Back Home

washington cosa vedere in tre giorni

Era giunta l’ora di partire. Questa volta la destinazione non sarebbe stata un altro pezzo del Virginia, ma saremmo dovuti ritornare a Washington D.C. Qualche giorno dopo ho preso l’aereo per tornare in Italia, gli ultimi giorni nella capitale.

Siamo stati pochi giorni in Virginia, e di sicuro sarebbe necessario almeno qualche mese per capirla fino in fondo e godere del vero spirito americano di cui è fortemente impregnata. Poco male, è stata sicuramente una esperienza gratificante e siamo tutti tornati a casa pieni delle tante cose viste e contenti di aver vissuto un pezzo di storia americana.

Tour degli Stati Uniti dell’Ovest: viaggio di 25 giorni fra Phoenix e Los Angeles

tour america ovest

Pubblichiamo il diario di viaggio di Ivan, una vera e propria “odissea” di 25 giorni nell’Ovest degli Stati Uniti, che ha permesso di toccare buona parte delle principali mete del Southwest Americano, anche se a ritmi forsennati e non certo alla portata di tutti. Chi volesse esplorare la West Coast con meno giorni a disposizione e a ritmi un po’ più rilassati può prendere a modello di riferimento i nostri 2 itinerari: Tour West Coast 15 giorni e Tour West Coast in 20 giorni. Per chi invece preferisce un tour organizzato segnaliamo la lista dei pacchetti viaggio disponibili sulla nostra pagina dedicata. 

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Giorno 1: Arrivo a Phoenix con scalo a New York

tour stati uniti ovest

Primo agosto 2018. La partenza è impegnativa. Alle 5 io e la mia compagna Vittoria siamo già in aeroporto, scalo a Roma, controllo passaporti e volo per JFK. Nuovi controlli e dopo aver ritirato le valigie alla dogana statunitense, compriamo una SIM americana ricaricabile che ci terrà compagnia per il mese e ci dirigiamo al terminal (dedicato) della DELTA.

Facciamo un nuovo check in per i bagagli e aspettiamo il volo per Phoenix. Nel mentre decidiamo pure di cambiare hotel per la prima notte, dato che le condizioni di prenotazione ce lo permettono, e optiamo per il Grand Canyon University Hotel, leggermente fuori il centro, ma molto vicino all’agenzia dove il giorno dopo prenderemo l’auto a noleggio che abbiamo prenotato.

Perdiamo quasi un’ora in attesa di decollare per traffico aereo congestionato sulla pista. Dal mio finestrino riesco a vedere la silhouette dello skyline di Manhattan e penso a quanto, nonostante la mia eccitazione per il viaggio che mi attende a oltre 4000 km di distanza, l’attrazione che ho sempre provato per New York non è scemata affatto. Se l’eccitazione di essere nuovamente a New York (per la terza volta e anche solo di passaggio in questo caso) mi ha permesso di restare con gli occhi aperti fino alla terza delle cinque ore di volo previste per la capitale dell’Arizona, i colori del tramonto (allungato temporalmente rispetto ai due precedenti fusi che abbiamo toccato) mi lasciano immaginare che quel rosso-arancione sarà qualcosa di ancora più straordinario una volta toccato terra.

Prima di atterrare mi rendo conto di quanto Phoenix sia grande, forse a rendere le dimensioni è la sua posizione, circondata dal deserto e quindi praticamente buio pesto oltre i suoi confini. Atterrati, praticamente nessun controllo ma la “sorpresa” è nel vedere che il catenaccio del nostro bagaglio da stiva condiviso è stato spezzato. All’interno del bagaglio troviamo una notifica da parte della dogana statunitense.

Il clima è quello che mi aspettavo, dopo tutto siamo nel sud dell’Arizona in piena estate. Alle 9 di sera ci sono circa 40 gradi Celsius. Il caldo torrido però passa in secondo piano non appena siamo in taxi e mi informo sugli abitanti di Phoenix (5 milioni!) e intravedo i famosi cactus Saguaro (o cactus a candelabro), tipici del deserto di Sonora che parte nel sud dell’Arizona e si estende in Messico oltre il confine. Arrivati in hotel, dopo praticamente un intero giorno di viaggio, troviamo la forza di andare a fare un bagno in piscina e nella piccola Spa adiacente. Prima di chiudere gli occhi prenoto il taxi per il giorno dopo. Camminare con oltre 40 gradi per 3 km di primo mattino non è consigliabile. Poi c’è solo buio.

Cerca un alloggio a Phoenix

Giorno 2: da Phoenix a Monument Valley

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Ore di viaggio: 6

Il buio dura relativamente poco. Alle 4.30 mi sveglio e non riprendo più sonno. Ammazzo il tempo valutando possibili itinerari per la giornata. Dopo una abbondante colazione alla mensa universitaria si parte! Il taxi ci porta in meno di 10 minuti alla stazione di noleggio Hertz di East Camelback Road, dove siamo costretti ad aspettare una quarantina di minuti prima che la nostra convertible sia pronta. Convertible che si rivela essere una Mustang grigio metallizzato. Non esattamente un brutto veicolo. Ci viene regalato un buono di 30 dollari per scusarsi del ritardo, buono che però potrà essere speso solo negli Stati Uniti.

Dopo esserci resi conto che alcune deviazioni che avevamo in mente non sono fattibili per tempi di percorrenza e per la mia (ferrea) volontà di arrivare alla Monument Valley per il tramonto (7:40 circa) decidiamo di rinunciare al Meteor Crater vicino a Winslow (dopo aver letto alcune recensioni non troppo entusiaste) e il Canyon de Chelly (ahimè questo a malincuore).

Decidiamo quindi di seguire la Interstate 17 verso Nord, passando quindi per il primo dei canyon che vedremo. È l’Oak Creek, maestoso, le cui gole ci accompagnano verso Sedona, di lì saliamo di quota sul passo di montagna della foresta di Coconino. In quota, dopo aver dato un’occhiata a un’esposizione di gioielleria Navajo decidiamo di proseguire verso Flagstaff. Dopo pochi minuti siamo costretti a tirare su la cappotta della macchina per via di un improvviso acquazzone estivo. Arrivati a Flagstaff pranziamo rapidamente al Macy’s Fresh Roasted Coffee (cucina sia salutistica che classica e abbastanza valida), compriamo delle borracce termiche e ci rimettiamo in moto.

Una sosta al Sunset Crater Volcano National Monument, dove acquistiamo la tessera parchi America the Beautiful al costo di 80 dollari. Il paesaggio semi lunare ci ricorda un po’ l’Etna. Di nuovo in moto guidiamo per almeno un paio d’ore prima di fare rifornimento a Tuba City (vicino al Coal Mine Canyon), in piena Navajo Nation, dove il GPS del telefono fa continuamente i capricci per via del fuso orario dell’Arizona che cambia in continuazione. Letteralmente, da curva a curva.

Imboccata la AZ 160 a Tuba City, cominciamo a vedere rocce indefinibili, dai colori più disparati. Dal grigio delle rocce Elephant’s Feet fino al rosso che protegge antiche abitazioni Anasazi. Dove la strada devia e diventa la AZ 163 South cominciano a spuntare formazioni rocciose gigantesche dal nulla e dalle forme più controverse. Stiamo entrando nella Monument Valley, al confine tra Arizona e Utah.

Tuttavia il tramonto è invisibile, poiché l’immensa area è praticamente coperta da nuvole fin dove l’occhio può vedere. Ciò nonostante il panorama è straordinario. Dal Visitor Center sfruttiamo la luce rimasta il più possibile per ammirare i tre colossi, i butte di est, ovest e di Merrick. Dopo di ciò, cerchiamo un pasto pronto nell’unico supermarket della zona (Goulding’s Grocery Store) e, nel buio più totale, ci dirigiamo verso la tenda che abbiamo prenotato per il pernottamento. Tenda che si rivela invece essere una roulotte, dove dormiamo profondamente.

I nostri consigli su dove dormire alla Monument Valley

Giorno 3: da Monument Valley a Moab

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Ore di viaggio: 3:30

Come da copione, mi sveglio alla buon’ora, Vittoria poco dopo. Mentre lei si sta facendo la doccia io ammiro l’alba alle spalle dei butte in lontananza. È ancora nuvoloso, ma all’orizzonte il giallo del sole si fa notare maggiormente. Ci dirigiamo al visitor center, dove abbiamo la nostra guida ad attenderci. Il nostro tour di due ore e mezza ci mostra la valley come non avremmo potuto se avessimo deciso di vederla col nostro veicolo.

Il John Ford’s Point merita una menzione particolare, punto panoramico di grande bellezza che prende il suo nome poiché location in numerose pellicole del famoso regista. Altra menzione per lo hogan (abitazione o capanna Navajo), dove vediamo come i Navajo creino dal nulla o quasi la loro gioielleria. Verso la fine dell’escursione la nostra guida, sempre Navajo (sono loro a gestire tutta la Valley) ci intona una canzone popolare per augurarci un futuro radioso spinti dalla forza del cielo e della terra.

Dopo aver scattato le ultime foto alla Valley dal visitor center, ci mettiamo in cammino verso Moab. Non prima di fermarci al Forrest Gump Point, sulla spettacolare US 163 North, dove le foto sono d’obbligo. Successivamente entriamo al Gooseneck State Park (collo d’anatra), dove il corso del fiume San Juan ha formato questo tratto di gole. Dopo quasi tre ore di auto giungiamo a Moab, circondati da montagne di roccia rossa ovunque, una cittadina graziosa di dimensioni contenute, vero hub per la zona.

I nostri consigli su dove dormire a Moab

Dopo aver pranzato con ottime quesadillas messicane da Quesadilla Mobilla (furgoncino sul marciapiede che cucina in maniera autentica e deliziosa) ci dirigiamo all’Arches National Park, a 10 km scarsi dalla città. Gli archi da qui prende nome il parco sono di una bellezza indescrivibile. Basta salire leggermente di quota per entrare in un nuovo mondo.

Da non perdere Park Avenue, Balanced Rock, Landscape Arch, Double Arch e Delicate Arch (vero arco identificativo del parco, tanto da figurare pure sulle targhe dello stato dello Utah), ma sono talmente tanti da non poter mai essere visti tutti. Al calar della sera torniamo in città per mangiare (The Atomic Grill & Lounge, porzioni abbondanti e piuttosto saporite) e dormire al River Canyon Lodge (discreta la piscina).

Giorno 4: da Moab a Panguitch passando per Canyonlands e Capitol Reef

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Ore di viaggio: 8

La sveglia questa volta è umana: il fuso ormai è quasi assorbito e dopo una colazione a base di pancakes al Pancake Haus di Moab, ci lanciamo nella nostra Mustang direzione Canyonlands National Park. Dopo una prima sosta al Visitor Center della sezione Island in the Sky (il parco ha due sezioni, l’altra, più remota è The Needles) cominciamo la nostra esplorazione di vari lookout (punti di osservazione).

Il primo è lo Shafer Canyon, poi tappa obbligata per il sentiero che porta a Mesa Arch, un arco famosissimo un po’ ovunque tra i fotografi, specie per le sue foto all’alba. L’arco è più piccolo di quanto si creda, ma lo scorcio che si ha attraverso esso è davvero mozzafiato. Le fratture che il parco ha nelle vallate sottostanti sono ben visibili, oltre al fatto che l’arco si trova praticamente su uno strapiombo di almeno un centinaio di metri. Davvero suggestivo e accattivante alla vista.

Successivamente, accompagnati ovunque dai corvi (ospiti fissi nell’altopiano del Colorado), raggiungiamo Grandview Point, dove un sentiero a piedi ci porta ad osservarne una vista quasi frontale. Essendo pieno giorno, il caldo si fa sentire, come da copione, portate sempre tanta acqua con voi, anche perché qui l’unico posto dove riempire la borraccia è il Visitor Center.

Soddisfatti delle vedute del parco, e consci di avere una lunga pomeriggio di guida davanti, decidiamo di tornare indietro e andare a vedere Dead Horse Point State Park, deviazione sulla strada del ritorno. Il parco è famoso sì per gli scorci drammatici, ma ha anche acquisito notevole notorietà perché in una sporgenza al suo interno è stata filmata la sequenza finale del film Thelma & Louise. Ingresso del parco 10 dollari.

L’itinerario prefissato ci riporta a Moab, dove svoltiamo verso nord fino a imboccare la Interstate 70 Ovest, dove prima di uscire per la UT-24 subiamo un po’ di intemperie estive refrigeranti. Imboccata la UT-24 il paesaggio diventa incredibilmente vario: prima lunare, poi roccioso, poi pianeggiante con sporadiche rocce che spuntano ai bordi della strada. Tutto questo con montagne sempre all’orizzonte.

Arriviamo così fino al Capitolo Reef National Park, dove prima di fermarci a Fruita a cogliere (gratuitamente) delle buonissime mele dagli alberi, vediamo attraversare un cervo con il suo piccolo. Entrati a Capitol Reef decidiamo di seguire la scenic route che porta all’interno del parco. Le formazioni rocciose sono di un rosso fuoco rispetto al più tendente arancione visto finora, inoltre al ritorno la fauna ci compagnia. I cervi sono chiaramente abituati alla presenza dell’uomo e si fanno avvicinare fino a pochissimi metri senza preoccuparsi più di tanto della nostra presenza, e sono in gran numero.

Di nuovo in macchina, arriviamo a un passo di montagna all’interno della foresta di Dixie. Come dicevo, la straordinarietà di quanto visto prima ha fatto da anticipazione all’ennesimo cambio di scenario. La temperatura cala fino a 14 gradi celsius, sempre meno gente per strada e le Henry Mountains che prendono forma in lontananza con maggiore nitidezza. Scesi dal passo, ci fermiamo a cenare a Boulder al Burr Trail Grill (discreto). È praticamente buio pesto, e come da previsione faremo tardi.

Ci sono circa due ore di strada ancora per Panguitch, cittadina a mezzora dal Bryce Canyon, dove dobbiamo passare la notte. La UT 12 è una strada che non riusciamo ad ammirare per mancanza di luce, ma compensiamo con vari roditori, un coyote, e un cervo che ci passano davanti mentre guidiamo. La strada è impegnativa e la stanchezza è notevole, se non siete sicuri della vostra lucidità, non percorretela di notte.

In prossimità di Panguitch, nonostante sia tardi, Vittoria mi dice che sarebbe il caso di accostare e uscire dall’auto. Eseguo e guardo in alto. Quello che vedo è un cielo come non ho mai visto in vita mia. Non sono un astrologo e so poco o nulla di costellazioni, ma sono convinto che uno più ferrato ne avrebbe potute contare diverse. Una meraviglia unica. Finalmente a Panguitch e per direttissima a letto.

Alloggi a Panguitch

Giorno 5: da Bryce Canyon a Lake Powell e Page

tour stati uniti ovest

Ore di viaggio: 4:30

Facciamo colazione al Rise & Shine Bakery and Inn di Panguitch, un cafe allesito all’interno di una casetta con staccionata bianca. Di Panguitch non abbiamo visto molto, non c’è granché da vedere. Tuttavia, è una cittadina che nonostante il costante aumento di turisti per la vicinanza al Bryce Canyon, conserva ancora il suo aspetto da western, con la lunga via principale e gli edifici di forme e colori che ricordano i vari saloon ed esercizi commerciali dei secoli passati.

Terminata la colazione, ci mettiamo in macchina per il Bryce Canyon, dove per strada vediamo il Red Canyon e passiamo sotto i due Red Rock Arches. Arrivati al parco, che è affollato come ci si aspetta in piena estate, ci concentriamo sui vari punti panoramici di diverse sezioni. Sunrise point, Sunset point più in basso, fino a Grandview point più in alto. L’altitudine del canyon regala una temperatura di 17 gradi circa, ben al di sotto delle medie percepite fino a quel momento.

Bryce Point, sulla via del ritorno, è forse il punto più panoramico al di sopra del Bryce Amphitheater. Gli innumerevoli hoodoos, pinnacoli di roccia rossa che occupano verticalmente il canyon sono davvero incredibili. Altri punti notevoli sono Natural Bridge, l’ennesimo arco del sud-est dello Utah e Fairyland Point, vicino all’ingresso (e uscita) del parco. Non avendo tantissimo tempo a disposizione non siamo scesi giù per un sentiero tra gli hoodoos. Fauna presentissima, con scoiattoli e cervi facilmente visibili, oltre agli immancabili corvi.

Memori dell’avvertimento di una famiglia italiana incontrata a colazione, decidiamo di saltare lo Zion National Park, un po’ per il clima infernale che ci viene prospettato, un po’ perché dopo tanto caldo ci viene voglia di acqua. E nel nostro itinerario dopo Zion è previsto il Lago Powell, nuovamente al confine tra Arizona e Utah. Per giungervi guidiamo per quasi 3 ore, in una statale (la UT89) che a tratti sembra un cimitero di cervi. Ne abbiamo contati diversi ai lati della carreggiata, quasi certamente tutti investiti.

Dalle alture di Bryce al torrido deserto decisamente a diversa altitudine di Lake Powell lo sbalzo termico è impressionante. Tanto che a 50 km dal lago siamo costretti a ritirare la cappotta della macchina per il caldo che è ormai insopportabile. Arrivati a Wahweap, dove è presente una marina e una spiaggia di sabbia ci sono 40 gradi. L’acqua non è il massimo, è molto torbida per via della sabbia che si alza costantemente non appena la si sfiora. Vittoria, che non è abituata ai laghi non apprezza più di tanto, ed effettivamente neanche al sottoscritto l’acqua fa impazzire in quello scorcio di lago.

Da lontano, l’immagine del lago è totalmente diversa. Fatto sta che il lago rimane un paradiso per gli sport acquatici come waterski, jetski, paddling. La bellezza geologica del lago però è qualcosa che si ammira solo a bordo di un battello o di una imbarcazione privata inoltrandosi al suo interno, tra le sue gole e strettoie. Ricordiamo che il lago è stato creato artificialmente deviando il fiume Colorado grazie alla diga costruita nella vicinissima Page.

Antelope Island, Navajo Mountain e lo Escalante National Monument sono solo alcune delle maestose formazioni rocciose che si ammirano dal battello. I colori della roccia sono bianco dove sono toccate dall’acqua, arancioni o rosse per le qualità minerali dove l’acqua non arriva. Differenti colorazioni in prossimità del livello dell’acqua restituiscono inoltre l’idea di come il lago si svuoti e si riempia regolarmente.

Terminato il giro corriamo fino allo Horseshoe Bend, dove mi aspetto di arrivare e ammirare la formazione rocciosa. Niente di più sbagliato, perché la distanza non è indifferente dal parcheggio, tanto che praticamente non arrivo a fare le foto che voglio perché la luce è quasi andata. Mi riprometto di tornare il giorno seguente dopo la visita all’Anteope Canyon. Torniamo a Page esausti e ci mettiamo a letto dopo aver diviso (e non terminato) una pizza.

I nostri consigli su dove dormire a Page

Giorno 6: da Page al Grand Canyon fino a Kingman

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Ore di viaggio: 6

Sveglia alla buon’ora, rapida colazione e via verso Antelope Canyon, dove con mesi di anticipo avevo prenotato la visita guidata alla lower section. Prenotate in anticipo, e se potete con Ken’s Tours, dato che è l’unico tour operator che ha sede in loco e vi evita il trasferimento a bordo di pulmini o altro. Il Canyon è notevole, come te lo aspetti dalle foto, che per quanto elaborate non rendono giustizia. Tra l’altro credo che la prima mattinata sia anche l’ora ideale per i giochi di luce che si creano tra gli spazi.

Il caldo è cocente, siamo sempre intorno ai 40 gradi e ci dirigiamo nuovamente allo Horseshoe Bend, dove finalmente vediamo questa maestosa roccia cui il Colorado ha deciso di girare intorno formando una “U”. Un vero spettacolo della natura. E siamo nuovamente in auto, sono circa le 11 del mattina, il sole picchia e abbiamo due ore di macchina verso il South Rim del Grand Canyon, che nonostante sia la sezione più turistica e visitata è anche quella forse più bella e sicuramente più accessibile del versante Nord.

Dopo mezzora scarsa lungo la 89A verso Sud, da una sporgenza decido di accostarmi. Mi sono appena reso conto che la spaccatura improvvisa che vedo in lontananza è niente di meno che “l’inizio” del Grand Canyon. Sosta per fare scorta di acqua e terminare la pizza della sera precedente (ancora buona!) e finalmente entriamo al parco.

Non saprei spiegare il perché, ma tra tutti i parchi finora visti questo è quello che mi colpisce di meno. Forse perché sapevo che il Grand Canyon fosse maestoso e quindi mi aspettavo la grandezza che vedo coi miei occhi, non credo sia invece un problema di turisti. I vari punti panoramici dall’entrata a Est del parco sono sempre diversi. Il South Rim copre circa 45 km del canyon, quindi a ogni kilometro lo scenario cambia tanto o poco a seconda della geologia del canyon. Fino al visitor center, consiglio Mohave e Grandview Point, davvero fantastici, ma praticamente ogni punto dove ci si può fermare merita almeno cinque minuti di attenzioni.

La temperatura è sopportabile, 33 gradi circa e l’altura aiuta. Arrivati al Visitor Center, se si vuole arrivare fino in fondo alla sezione verso Ovest è necessario usare gli shuttle bus che il parco fornisce. Sono efficientissimi e potete decidere voi dove e quando scendere e/o riprenderli. Man mano che ci avviciniamo all’estremità del rim verso Hermit’s rest, il sole comincia lentamente a calare alla nostra sinistra, i turisti sono sempre meno, i fotografi e i documentaristi la fanno da padrone, sempre in rigoroso silenzio. Man mano che ci avviciniamo verso Pima Point, il penultimo stop della sezione, l’esperienza si fa sempre più intima con maggiore silenzio.

I nostri consigli su dove dormire al Grand Canyon

Possiamo ammirare aquile di mare testa bianca, simbolo americano, oltre gli immancabili corvi. Gli scoiattoli ci accompagnano speranzosi di qualcosa da sgranocchiare. A Pima Point, aspettiamo il tramonto, che regala alle rocce colori ancora più vividi. L’unica pecca della giornata a mio avviso è stata l’assenza di nuvole, che a mio avviso avrebbero donato drammaticità allo scenario rispetto al cielo pulito e azzurro (a parte una nube nel North Rim, presumibilmente un incendio). Dopo aver notato un fotografo di National Geographic sullo shuttle con noi penso che la nostra giornata sia completa e soddisfacente. Ma le ultime sorprese sono una famiglia di francesi, che stranamente trovo simpatici, e una elegante femmina di wapiti e il suo piccolo, che vedo per la prima volta dal vivo.

Tornando alla macchina notiamo un tramonto ormai quasi ultimato e una striscia rosso fuoco alle nostre spalle. Non trovando nulla da mangiare che non richieda un’attesa esagerata al Grand Canyon Village, decidiamo di metterci in macchina, dato che la nostra camera da letto per la notte dista oltre due ore e mezzo di macchina, a Kingman in Arizona, ma al confine col Nevada. Ci dirigiamo a Williams, cittadina che ci viene di passaggio e che è parte della Route 66. Affamati come non sapremmo spiegare ci fermiamo all’unico posto ancora aperto alle 21:25, il Fiesta Mexican Grill, dove ci portano un burrito di dimensioni mitologiche e un misto di antipasti che sfamerebbe un wrestler.

Alloggi disponibili a Williams

Di nuovo in moto, dove brucio i tempi di percorrenza arrivando a Kingman in poco più di un’ora e mezzo. Il nostro motel (El trovatore) è gestito da un signore israeliano e sua moglie, due tipi molto particolari che però non potrete fare a meno di apprezzare. La particolarità del motel è che le sue stanze sono dedicate a vari personaggi famosi della cultura americana (Michael Jackson, John Wayne, Elvis). Per la gioia di Vittoria, la nostra stanza si rivela essere quella di Marylin Monroe. Motel carinissimo.

Alloggi disponibili a Kingman

Giorno 7: da Kingman a Las Vegas

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Ore di viaggio: 2

A Kingman siamo finalmente in grado di trovare una lavanderia a gettoni, dove prima di andare a fare colazione lasciamo i vestiti sporchi. La colazione è in uno dei posti consigliati dal proprietario del motel la sera precedente. Mr D’z Route 66 Diner è una dichiarazione d’amore ai vecchi diners di anni 50 e 60. Sgabelli roteanti, colori come azzurro e rosa a farlo da padrone, bicchieroni a cono dove montare gelato e panna come in tanti film, oltre a un’infinità di memorabilia sulla Route 66. Se volete tornare nel passato e mangiare come avete sempre visto fare al cinema, questo è il posto per voi.

L’Arizona confina a ovest col Nevada, che è dove tutti sono diretti se a Kingman. Precisamente a Las Vegas, il parco giochi d’America. Sulla suggestiva strada desertica del sud del Nevada (se non lo sapeste, il Nevada ha anche splendide montagne a Nord con tanto di neve, contrariamente all’immaginario collettivo) ci fermiamo a vedere la Diga di Hoover, costruita sul bacino idrico del lago Mead.

Controlli militari come da copione e via giù per la diga, che è diventata ormai una vera attrazione turistica. Successivamente decidiamo di sfidare la sorte e ci fermiamo a Hemenway Park, a Boulder City, sperando di vedere da vicino i Big Horn del deserto, che sono soliti brucare i prati del parco quando scendono dalle colline rocciose intorno. Niente da fare.

Ci dirigiamo verso la città del peccato, dove facciamo l’immancabile foto con la scritta alle spalle “Welcome to Las Vegas” e ci dirigiamo al nostro alloggio. Il “modesto” Caesars Palace. Ci sono circa 44 gradi, tanto che la prima cosa che ci viene in mente è andare nell’area piscina, circondati da colonnati sfarzosi e pacchiani. Ma questa è Vegas dopotutto.

Nel pomeriggio giriamo per la “strip” decidendo di entrare a vedere il numero maggiore possibile di casinò e hotel a tema di Las Vegas. Bellagio, The Mirage, Wynn&Encore, Venetian. Ci mancano solo gli asiatici Mandalay e Mandarin oltre MGM e praticamente il giro è completo. L’enormità dei casinò e degli hotel lascia intendere come questi posti siano costruiti per far perdere la gente al suo interno. Per far perdere la cognizione del tempo invece, bastano i tavoli da gioco e le slot machines.

Guida ai migliori hotel di lusso di Las Vegas

Immancabile vedere i giochi d’acqua delle fontane del Bellagio. Chiudiamo la serata cenando al Virgil’s Real BBQ, autentica smokehouse (estremamente raccomandata e servizio velocissimo) con sapori del sud statunitense, e vedendo LOVE, spettacolo del Cirque du Soleil con le musiche dei Beatles. Prima di andare a dormire invece, mi tolgo lo sfizio di giocare (e perdere) a una roulette all’interno dello storico Flamingo, di fronte al Caesar’s Palace.

Giorno 8: da Las Vegas alla Death Valley fino a Bridgeport

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Ore di viaggio: 8

Lasciamo il Caesars Palace attentissimi a non toccare nulla dai minibar per il terrore di addebiti ingiustificati (I sensori sono fatti per fregarti) e recuperiamo la macchina dal Valet Parking, la colazione la facciamo in una patisserie all’interno del Caesars Palace. Ci sono un paio di gradi in meno del giorno precedente, il sole spacca letteralmente le rocce del deserto e rinunciamo alla visita al Red Rock Canyon per metterci in condizione di arrivare entro la mattina al Death Valley National Park, sì, la valle della morte.

Ci vogliono circa due ore e 20 minuti, con una sosta a Parhump, una cittadina abbastanza brutta, tanto che in un commento era stata definita “la città più brutta mai vista” dall’autore. Però è estremamente consigliato se non si vuole restare senza benzina (e credetemi che in estate nessuno può permetterselo nella Death Valley) e soprattutto se non si vuole spendere una fortuna per essa. Ci avviciniamo al parco passata la Death Valley Junction, e lo scenario che ci circonda diventa sempre più desolante: erbacce, rocce sparse e sabbia finché occhio vede, le uniche forme sono quelle delle montagne avanti a noi.

Entrando da Ovest, ci accorgiamo che nessuno è di guardia, i rangers sono tutti assenti. La temperatura per ora è di 43 gradi circa. La prima tappa è il passo di montagna che conduce al più famoso viewpoint: Dante’s View. Un nome che lascia intendere il riferimento all’inferno. Per prima cosa, i turisti sono pochi, anche se rumorosi in un posto che sa tanto di desolazione. Poi la temperatura è più sopportabile poiché si è in altura, infine la vista è incredibile. Sotto di noi giace il Badwater Basin, una distesa di sale immensa circondata da montagne. È il punto più basso degli Stati Uniti continentali, a 86 metri sotto il livello del mare.

Il cielo ha un colore azzurro più offuscato del solito, come se con un programma di photo editing la tinta fosse stata spostata verso un blu più acceso. I colori delle montagne su cui siamo sopra ricordano un paesaggio vulcanico, anche se di crateri veri e propri nelle vicinanze non ne vediamo (più all’interno del parco ci sono invece). Soddisfatti delle foto scattate, torniamo dalla stessa strada dalla quale siamo venuti per dirigerci a Zabriskie Point. Un punto panoramico non troppo alto che si affaccia su alcune delle innumerevoli badlands del parco. Una di queste colline dal colore dorato ha una punta curvata che risalta rispetto alle altre, sembrando quasi un corno di un diavolo. Suggestivo oltremodo.

Vedendo queste forme riconosco le location di alcune delle riprese del primo Star Wars. Zabriskie Point è anche il titolo di un film di Michelangelo Antonioni, girato anch’esso nel parco. Proseguendo per la strada interna del parco si passa per Furnace Creek, l’unico vero centro abitato all’interno dello sconfinato parco. Invece di fermarci a comprare qualcosa da mangiare, decidiamo di dirigerci verso il Badwater Basin. Di passaggio una deviazione su strada sterrata conduce a quello che viene chiamato Devil’s Golf Course: una immensa distesa di rocce appuntite che ricordano quelle vulcaniche, dove può essere osservato il sale ossidato sulle loro superfici.

Dopo una buona mezzora di strada, finalmente arriviamo al bacino di Badwater. I gradi segnalati dalla macchina sono più di 50. Decidiamo (sicuramente con un po’ di incoscienza) di camminare fino al punto in cui si è circondati da sale a 360 gradi. Ci vuole almeno 1 km e mezzo abbondante sotto al sole con una temperatura superiore ai 52 gradi. Una sfida di sopravvivenza. Se non ve la sentite, specie in estate, non fatelo. Può essere molto pericoloso. Neanche a dirlo, l’acqua deve essere sempre con voi e se avete problemi respiratori, cardiaci o di alcun genere non pensate neanche lontanamente di iniziare a camminare, soprattutto in estate. Anche giovani sportivi possono andare in difficoltà in condizioni tanto estreme.

Arrivati al punto in cui c’è solo sale ovunque si guardi, vedo le montagne in lontananza, offuscate dall’aria colma di calore. Con più visibilità e in un’altra stagione sono sicuro che questo posto sia una meraviglia naturale con pochi eguali. Osservo anche le formazioni pentagonali generate dal sale sulla superficie. Una perfezione geometrica che solo eventi naturali possono concepire. Dopo un estenuante ritorno, accompagnato nella mia testa dalla canzone dei Pink Floyd del finale di Zabriskie Point che sa tanto di desolazione infinita mi guardo più volte indietro, ammaliato da un posto tanto estremo e inospitale.

Percorrendo al contrario la strada che ci ha portato al bacino, deviamo verso Artist’s Palette. Una fiancata di montagna dove il sale e gli agenti atmosferici hanno dato vita a rocce con diversa colorazione l’una accanto all’altra. Sicuramente con una luce più viva come quella del tramonto, i colori vengono esaltati maggiormente. Ma anche nel primo pomeriggio si distinguono chiaramente i colori giallo, verde acqua e rosso. Artist’s Palette tra le altre cose, si raggiunge attraverso una deviazione che si incunea in un piccolo canyon. Una strada estremamente affascinante, con i suoi colori dorati che fiancheggiano il tragitto.

Adesso è ora di rifornirci per il lungo pomeriggio che ci attende. A Furnace Creek compriamo i viveri necessari nell’unico supermarket della zona. Ovviamente non c’è anima viva per strada. Si tratta di un vero e proprio villaggio, più che una cittadina. Qui è stata segnalata la temperatura più alta nella storia d’America: 57,8 gradi Celsius. Nuovamente in macchina, dove non resistiamo alla tentazione di scattare una foto al termometro, cerco di consolare Vittoria dicendole che in serata dormiremo in un luogo dove ci saranno circa 15 gradi. Lei non sa se ridere o piangere.

I nostri consigli su dove dormire alla Monument Valley

Sulla strada che conduce all’altra uscita/entrata del parco a Ovest, il nostro ultimo stop porta le nostre menti a uno scenario più familiare se si pensa al deserto. Le Mesquite Flat Sand Dunes sono appunto dune di sabbia non troppo alte, che fanno venire in mente deserti di altri luoghi. Ma dopotutto, il parco è parte dell’immenso deserto del Mojave. Il sole sta cominciando lentamente a calare e le dune cominciano ad apparire in penombra. Uscendo dal parco noto come compaiano degli alberi di Joshua, alberi dalla forma unica che sicuramente rivedremo più avanti. Proseguendo saliamo su un passo di montagna, osserviamo le montagne che cambiano forma ai nostri lati, e vediamo il Panamint Springs Basin, nei pressi dell’omonima cittadina. Altra sterminata distesa di sale incastrata tra le montagne.

Di lì in avanti, non ci fermiamo fino ad aver imboccato la CA 395, che seguiremo per le successive 4 ore circa. Originariamente avremmo voluto arrivare a Lake Tahoe lo stesso giorno, tuttavia i tempi di percorrenza ci sono sembrati troppo sfiancanti e abbiamo optato di dormire a due ore dal lago, a Bridgeport. Strada magnifica la 395; alla nostra sinistra vediamo la catena montuosa della Sierra Nevada, con alcune vette incredibilmente ancora innevate. Non dovrebbe sorprendere in realtà, pensando che il Monte Whitney, vetta più alta degli Stati Uniti dista neanche 130 km dal Death Valley.

Seguiamo la strada, col paesaggio che cambia, il tramonto che lascia passare i raggi tra le vette alla nostra sinistra, sfumando davanti a noi in un arancione intenso. Arriviamo a Lee Vining, alle porte di Mono Lake quando è già buio, dopo aver visto indicazioni per il Passo Tioga, accesso tra le montagne per lo Yosemite National Park. Ci fermiamo a mangiare (in maniera sostanziosa e anche discretamente saporita) da Nicely’s. Terminata la cena, in 20 minuti arriviamo a Bridgeport, dove dormiamo al Virginia Creek Settlement, una sorta di camping dove si può dormire in cabin su ruote mobili. Particolare e accogliente. La temperatura è di 17 gradi Celsius. In poche ore abbiamo “vissuto” uno sbalzo termico di 35 gradi. Stravolti, crolliamo.

Alloggi disponibili a Bridgeport

Giorno 9: itinerario lungo il Lake Tahoe

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Ore di viaggio: 3

Dopo una colazione fatta al nostro alloggio (non inclusa), ci rimangono circa due ore per raggiungere King’s Beach, minuscola cittadina sulle rive nord di Lake Tahoe, il lago al confine tra California e Nevada. Lavori in carreggiata e traffico presso Gardnerville ci rallentano notevolmente. Arriviamo per le 13 circa al nostro minuscolo ma splendido e accogliente cabin privato prenotato su Airbnb.

La location è straordinaria, tra altissimi pini, a letteralmente 50 metri da una spiaggia di sabbia. L’unica pecca è che gli incendi della California hanno trasportato una cappa di fumo intorno all’area, come già preventivato e osservato avvicinandosi al lago. Ciò non ci toglie entusiasmo e dopo aver tastato l’acqua (freddina senza sole) noleggiamo una moto d’acqua per mezzora e ci divertiamo non poco. Mangiamo uno yoghurt in un supermarket di fronte la spiaggia, e torniamo al cabin.

Ci diamo una sistemata e ci dirigiamo a South Lake Tahoe, dove la sera assistiamo al concerto di Florence + The Machine alla Harvey’s Outdoor Arena. South Lake Tahoe è in Nevada, ci sono almeno tre casinò grazie alla legislazione sul gioco d’azzardo ed è tutto fatto in grande. Lake Tahoe è un posto di nicchia per i turisti stranieri, ma un must per californiani della parte nord e residenti del Nevada. Di conseguenza è un posto ricco e costoso. Abbiamo visto case maestose sul lago, enorme benessere in tutte le cittadine, che in bella stagione diventano zona di villeggiatura.

D’inverno, vista l’altitudine, a oltre 1800 metri, nevica spesso e in abbondanza, tanto da poter sciare sui pendii che circondano il lago. South Lake Tahoe è l’epicentro della vita sul lago, specie in estate. Concerti di artisti affermati e minori si susseguono, i casinò non si fermano mai, cucine internazionali in gran numero nonostante sia un posto abbastanza remoto. Non manca nulla.

Le spiagge del sud sono molto movimentate, chi possiede una casa spesso preferisce la serenità della riva Ovest o del Nord, dove sorgono le cittadine più carine e tranquille e dove vengono costruite le case più belle. Dopo il concerto ceniamo nell’unico posto che ancora abbia la cucina operativa a tarda ora: California Burger co. Pieno di ragazzi e con musica dal vivo serve ottimi panini.

Giorno 10: Lake Tahoe

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Ore di viaggio: 1:40

Finalmente il cielo è azzurro, la giornata è splendida, la visibilità ideale. Facciamo colazione all’eccellente Log Cabin Coffe and Ice Cream a King’s Beach e ci dirigiamo verso ovest. Dopo aver appena assaggiato il lago il giorno precedente, vista la giornata, vogliamo godercelo appieno. Ci fermiamo allo Sugar Pine Point State Park, 10 dollari l’entrata, valida per tutto il giorno negli altri state park in California.

Il classico molo sul lago regala una vista magnifica. Siamo circondati da prati verdi, scoiattoli e pini. L’acqua è smeraldo come suggerisce il soprannome del lago “Emerald Lake”. Il fondale è sabbioso con grandi sassi in prossimità delle rive, sotto la superficie c’è tanta vita e tanta fauna marina. Noleggiamo una canoa a due posti con cui andare a esplorare una piccola baia vicina, riusciamo a fare persino dei tuffi da alcune rocce.

Abbiamo ancora voglia di esplorare e goderci l’acqua e ci dirigiamo al D L Bliss State Park, sempre a Ovest, ma più a Sud del precedente. Il vento è un poco più forte, ma l’acqua col sole è magnifica, limpidissima e non troppo fredda. La spiaggia del parco è stupenda, oltre che non troppo affollata. Inoltre le rocce alla destra della spiaggia sono alte e consentono di fare tuffi. Un vero paradiso. Soddisfatti, vogliamo vedere Emerald Bay, ma la confusione al parco in questione ci fa un po’ desistere e decidiamo di vedere solo dall’alto. Da lì si ammira l’unica isola all’interno del lago, Fannette island.

Non ancora del tutto sazi di bellezza, ci concediamo il tramonto a Sand Harbor Beach, forse la più bella delle spiagge del lago. Paghiamo 10 dollari poiché lo State Park è oltre lo state-line, quindi in Nevada. Nuoto al tramonto e mi tuffo dalle rocce mentre Vittoria si rilassa con l’ultimo sole della giornata disturbata da uccellini, scoiattoli e bambini. La sera ceniamo da Bite American Tapas, a Incline Village. Portate minuscole e prezzi altisonanti. Se avete tanta fame non fa per voi.

A fine giornata la soddisfazione è estrema, anche se col pensiero al giorno dopo, la tristezza mi assale. Gli incendi in California hanno costretto le autorità a chiudere lo Yosemite e quindi non ci sarà possibile andare. Non vale neanche salire per il passo Tioga fino al lago Tenaya per la cappa di fumo che rende tutto irrespirabile e con visibilità limitata.

Giorno 11: da Lake Tahoe a Sacramento lungo la Gold Country

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Ore di viaggio 2:40

Come deciso, niente Yosemite. Nel giorno precedente avevamo cercato di capire quale fosse la soluzione migliore per passare la giornata. Oltretutto c’era da capire come gestire il pernottamento previsto a Modesto, aldilà della Sierra e di Yosemite. Le opzioni erano i bagni di fango a Calistoga per poi raggiungere Mendocino, sulla Northern Coast californiana, opzione che risultava logisticamente impossibile, e la Gold Country, con le diverse cittadine che la compongono.

Optato per la seconda, imbocchiamo la superstrada che da Lake Tahoe ci porta leggermente più a nord. La prima cittadina che vediamo è Nevada City. Cittadina che indubbiamente mantiene le sue peculiarità da “corsa all’oro”. Sulla via principale gli edifici sono in legno e dalle forme più western che moderne, compreso il grande hotel principale che ricorda da fuori l’entrata di un saloon. A parte questo, non sembra esserci molto da vedere e optiamo per una seconda cittadina, a circa 40 km in direzione sud ovest: Auburn.

Quest’ultima invece sembra un po’ più estesa, graziosa e ben curata (sempre con oltre 35 gradi quel giorno). A parte ciò non offre granché e decidiamo di vedere lo state park al suo interno di cui diverse guide parlano bene. Lo state park consiste più che altro di sentieri battuti che si arrampicano per i piccoli canyon che il North Fork American River ha modellato nel tempo. Sotto a un ponte, notiamo diversa gente che si è piazzata. L’acqua sembra abbastanza pulita e lo scenario è carino al primo impatto. Decidiamo di scendere e con nostra grande sorpresa troviamo due “colonie” di messicani e afroamericani che hanno scelto l’area come zona per il loro sabato di svago con le famiglie.

Parlando coi messicani scopro che vengono tutti dalla vicina Sacramento. Per quanto normale il piccolo fiume sembri, girato un angolo ci sono delle belle rapide che desisto dal prendere perché l’acqua è troppo bassa. Dopo esserci rilassati andiamo a mangiare uno yogurt in città, ancora incerti sul da farsi per la notte. Decidiamo infine, dopo aver annullato per tempo la prenotazione di Modesto, di prendere una stanza a Sacramento e dedicare qualche ora a quella che in molti non sanno essere la capitale dello stato della California.

Arrivati in città, ci rendiamo conto della grande presenza di afroamericani, di cui moltissimi sono homeless. Inoltre la città sembra svuotata anche se è sabato. Il centro sembra curato e abbastanza elegante, con il municipio a prendersi la scena in fondo al viale principale. Tutta la gente che a stento vediamo per downtown la troviamo nei pressi del Tower Bridge (color oro e piacevole all’occhio), dove tra negozietti, ristorantini e battelli ancorati la scelta per passare del tempo non manca. Dopo aver visto da vicino uno stormo di anatre in riva al fiume mangiamo al Fat City Bar & Cafe, dove possiamo dire di essere soddisfatti. Terminiamo la giornata andando al cinema a vedere Mission Impossible: Fallout.

I nostri consigli su dove dormire a Sacramento

Giorno 12: arrivo a San Francisco

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Ore di viaggio 1:30

È domenica, e ce ne rendiamo conto dalla mezzora buona che perdiamo al casello del Bay Bridge. La Bay Area fa circa 8 milioni di abitanti, e di domenica, una buona parte decide di fare un salto a “The City”. Entriamo da un cavalcavia che ci regala un primo piano dello skyline del distretto finanziario, saliamo su per una collina e arriviamo quasi subito a Scott Street, dove abbiamo affittato una stanza (con vitale posto auto) per tre notti. Dopo aver lasciato bagagli e auto, siamo finalmente a spasso. La giornata è stupenda, ma a San Francisco se pensi di essere nella California da cartolina ti sbagli di grosso. Per prima cosa ci sono 20 gradi, freschi ma molto umidi. Cominciamo a scendere verso Nord e i pier.

Il primo stop è alla casa di Mrs Doubtifre, che Vittoria non vuole perdersi. Arriviamo così al famoso Pier 39, all’interno del Fisherman’s Wharf (ogni città portuale ne ha uno, composto da ristoranti e bancarelle per street food e negozi) anima pulsante di San Francisco, indubbiamente ormai una trappola per turisti. Da qui partono tante crociere che girano la baia, i venditori di granchi fanno a guerra per venderti un “clam chowder in a bread bowl” (zuppa cremosa di molluschi servita all’interno di una grossa pagnotta scavata) o un crab sandwich (polpa di granchio e salsa tartara) e soprattutto luogo di adozione di una colonia di leoni marini, rumorosi e vanitosi agli occhi dei turisti.

Vediamo Alcatraz in lontananza, così come all’estremità esterna della baia si scorge il Golden Gate Bridge. Tuttavia, proprio dal Golden Gate si notano le classiche nuvole che entrano dalla baia, e sembrano avvicinarsi verso la città. Decidiamo quindi di seguire la via del mare cercando di vedere il più possibile seguendo il litorale Nord. Ghirardelli Square sembra la piazzetta di un outlet nostrano, adornata a punto e con tanta vivacità. A questo punto decidiamo di deviare verso il Financial District e Chinatown, poiché le nuvole ormai stanno coprendo la costa.

Non prima però di aver visto Lombard Street. Un autentico must e simbolo di San Francisco. Una strada tutta a curve strette di brevissima lunghezza adornata con aiuole curatissime e fiori di campo. Naturalmente in notevole pendenza. Embarcadero è l’hub principale per il traffico navale della baia. Chi va a Berkeley, chi a Oakland o a Sausalito, chi verso la Marin County. Ha un bel centro commerciale che affaccia sulla baia con al suo interno il ferry terminal.

Per cena, a Chinatown optiamo per Capital Restaurant, dove le recensioni non si rivelano molto veritiere. Addirittura alcuni camerieri ci fanno intendere che in cucina c’è poca voglia di cucinare sconsigliandoci di prendere troppe cose. Sembrerà strano, ma anche nella città con la più alta comunità cinese in America, alcuni ristoranti cinesi sono esattamente come in Italia o altri luoghi. Dopo un’ora di camminata fino in collina, devastati, crolliamo.

I nostri consigli su dove dormire a San Francisco

Giorno 13: San Francisco

tour stati uniti ovestIl “mood” della giornata prende spunto dal tempo: nebbia e cielo grigio con circa 14 gradi, praticamente la temperatura più bassa incontrata fino questo punto. E il primo stop della giornata ci costringe a svegliarci presto per dirigerci coi mezzi al Pier 33, per la crociera organizzata ad Alcatraz. Prenotate con mesi di anticipo, sul momento non è concepibile per gli americani trovare un biglietto. Specie perché un’unica compagnia detiene il monopolio: la Alcatraz Cruises.

“The Rock”, come è chiamata l’isola, è ovviamente conosciuta per l’omonima prigione di massima sicurezza, ormai dismessa e ora museo. C’è la possibilità di fare un tour con audio guide, con un ranger o anche in autonomia. Nelle varie sezioni si osservano le sale comuni, le celle e tantissime informazioni sui grandi nomi che hanno occupato i letti della prigione. Speciale attenzione è prestata a quella che in realtà non è considerata un’evasione riuscita (anche l’unica tentata): quella dei gemelli Morris.

Tornati in città decidiamo di fare una sorta di brunch anziché pranzare più avanti in giornata. Ci fermiamo all’Hollywood Cafe, porzioni sostanziose e discrete. A quel punto prendiamo la famigerata Cable Car, che si arrampica e riscende per le colline. Scendiamo a California Street e dopo aver visto la polizia avere il suo bel da fare per sedare una presunta sparatoria in pieno centro, con un autobus ci dirigiamo al Golden Gate Park, dove con le biciclette esploriamo il parco, vediamo il recinto dei bisonti e ci affacciamo su Ocean Beach. Il tempo, purtroppo è quello che è, e riusciamo a godere dello scenario relativamente. Osserviamo stormi di pellicani sulle rocce accanto la spiaggia e ci dirigiamo a Baker Beach, passando tra vialetti circondati da case stupende che nel retro si affacciano sul Golden Gate Bridge.

La nebbia copre per metà il ponte ma almeno siamo soddisfatti della nuova prospettiva che abbiamo sul ponte. Oltre ai pellicani, i corvi sono sempre presenti e persino uno splendido falco pellegrino che vediamo planare vicino a noi. Consegniamo le bici e tornando decidiamo di fare un giro a Union Square, dove infine ceniamo con portate fin troppo generose, ma assolutamente buonissime, alla Cheesecake Factory all’ultimo piano di Macy’s. Concludiamo la giornata incontrando un ex compagno di squadra americano, bevendo un drink al Mario’s Bohemian Cigar Store Cafe (se vi piace bere questo posto non troppo affollato fa per voi).

Torniamo nuovamente alla nostra stanza a piedi. Dopo due giorni di San Francisco, però, rifletto sulla eccessiva disparità della città. Il boom economico della Silicon Valley ha mandato per strada un sacco di persone negli ultimi 15 anni, e questo aspetto francamente, agli occhi di un viaggiatore più attento fa un brutto effetto.

Giorno 14: visita al Point Reyes National SeaShore da San Francisco

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Ore di viaggio: 3

Il tempo, come da previsioni meteo è ancora cupo. La sveglia anche oggi è alla buon’ora e questa volta però, in macchina, ci dirigiamo a Nord. Siamo diretti a Point Reyes, una penisola a nord di San Francisco che affaccia sul Pacifico. Abbiamo appuntamento con una guida che ci accompagnerà a visitare la riserva faunistica. Passiamo finalmente sul Golden Gate Bridge, ancora nuvoloso, e vediamo dall’alto Sausalito prima di entrare nelle Marin Highlands.

La strada è piena di boschi ed è abbastanza piacevole, ci vuole circa un’ora di strada dal centro città. La nostra guida si chiama Frank, un naturalista specializzato in fauna americana. Vediamo subito dei coyote, un gufo, diversi uccelli tra cui quaglie californiane, falchi dalla coda rossa, pellicani bianchi e corvi. Cervi comuni e Wapiti, che sono in piena stagione riproduttiva, quindi con i maschi alpha che controllano i loro harem. Non vediamo purtroppo alcuna lince, animale sfuggente che però è comune da queste parti.

Intorno alle 16 siamo già di ritorno e facciamo un salto a Berkeley per vedere l’università. A quel punto la giornata è diventata splendida, il cielo azzurro, l’aria pulita. Allunghiamo parecchio il nostro percorso pur di passare finalmente per il Golden Gate e vederlo quasi libero dalle nuvole. Magnifico. Scendiamo all’estremità Nord Ovest di San Francisco, precisamente al Marina District per incontrare un altro ex compagno di squadra e la sua fidanzata con cui ceniamo al Tipsy Pig, carinissimo ristorantino alternativo con veranda esterna, e ci salutiamo prima di rivederci chissà quando. I nostri giorni a San Francisco si sono esauriti, un po’ insoddisfatti per il tempo soprattutto, guardiamo avanti, pensando al giorno dopo dove ci attende il Big Sur!

Giorno 15: da San Francisco al Big Sur fino a Cambria

tour ovest usa

Ore di viaggio: 5:30

Partiamo anche oggi alla buon’ora, sempre con un cielo grigio. Il primo stop in realtà è dietro l’angolo, ad Alamo Square, dove si vedono le famose Painted Ladies. Case in stile vittoriano affiancate l’un l’altra ognuna di colore differente. Dall’altura all’interno della piazza si può scorgere lo skyline della città alle spalle delle case. A questo punto ci rimettiamo in moto, e dopo un pit stop per benzina e gomme finalmente siamo sulla Pacific Coast Highway o più comunemente Highway 1 o CA 1, che per essere precisi è una sezione della più lunga Route 101 che parte dall’Olympic National Park nello stato di Washington e giunge fino a Los Angeles. Il tratto in questione è lungo oltre 1000 km, quasi totalmente affacciato sull’Oceano Pacifico.

La cosa migliore è che come previsto dai miei amici americani, il tempo, a differenza di San Francisco, è eccellente. Passata Pescadero le nuvole spariscono e il sole letteralmente acceca gli occhi. Lo scenario inizia a diventare davvero piacevole: il vento, nonostante una volta spuntato il sole si sia optato per abbassare il tettuccio, è sopportabile, l’oceano alla nostra destra calmo. Siamo diretti a Monterey dove per le 13:00 abbiamo prenotato un’escursione di oltre tre ore per osservare le balene.

Prima però, facciamo una sosta a Moss Landing, dove vediamo le lontre di mare che a pancia in su divorano ricci all’interno del porto turistico. A far loro compagnia aironi, pellicani, leoni marini e foche di porto. Nel mentre osservo amanti della natura girare in kayak per il porto avvicinandosi moltissimo agli animali. Provo molta invidia nei loro confronti e mi riprometto di trovare un altro porto naturale lungo la costa dove poter fare lo stesso. Successivamente proviamo a fare un salto anche ad Elkhorn Slough, un’oasi faunistica dove si radunano stormi di uccelli di ogni tipo. Il tempo necessario non lo abbiamo e ci dirigiamo verso Monterey.

Di Monterey vediamo poco, se non le splendide spiagge e gli scenari collinari opposti all’oceano. La baia di Monterey è conosciuta in tutto il mondo per essere una delle zone più ricche di vita marina al mondo, e la città ha uno degli acquari più grandi e ricchi del Nord America e del mondo. Purtroppo, una visita all’acquario avrebbe richiesto diverso tempo, che abbiamo preferito dedicare all’escursione in mare. Per quanto visto poco della cittadina, il benessere è palpabile, e la qualità della vita sembra davvero alta. Aria fresca, acque fredde ma pulite, gente generalmente molto accogliente.

Se avete visto la serie tv Big Little Lies riconoscerete sicuramente i paesaggi costieri al di fuori della cittadina e naturalmente il Fisherman’S Wharf, dove mi concedo un’altra clam chowder prima di imbarcarci per l’escursione. Mentre ci dirigiamo in mare aperto, notiamo ancora persone in kayak che si avvicinano ai leoni marini che popolano le rocce che formano il porto. Una volta in mare aperto vediamo finalmente 2 gruppi di megattere, affiancate nella pesca alle aringhe dai leoni marini. Sulla via del ritorno vediamo una gigantesca medusa di cui ignoro la specie, e il Mola Mola Sunfish, conosciuto da noi come pesce luna. Affascinante e gigantesco. Restiamo allerta sperando di scovare una balenottera azzurra (il più grande animale al mondo) che è stata recentemente avvistata all’interno della baia e un po’ di delfini, ma niente.

I nostri consigli su dove dormire a Monterey

Un po’ delusi rientriamo in porto e continuiamo verso Sud. Dopo trenta km scarsi, sempre all’interno della contea di Monterey inizia quello che viene chiamato Big Sur: un tratto di costa frastagliata lungo circa 150 km, con foreste dal lato opposto. È famoso per la sua bellezza naturalista e faunistica, ed è davvero impossibile dissentire su questo. Il punto di “inizio” del Big Sur può essere considerato il Bixby Creek Bridge, subito dopo il simile Rocky Creek Bridge. Tornando al primo, lo avrete sicuramente visto in tante foto (e anche in Big Little Lies sin dai titoli di testa). Ha una forma unica, con una sorta di arco a supportare la struttura. Come forme ricorda le sopraelevate di New York e Chicago, solo che invece del metallo scuro e freddo, il colore è chiaro e il sole sembra quasi riscaldarlo e renderlo un tutt’uno col paesaggio. Inoltre, in basso una spiaggia di sabbia dorata e l’acqua verde della riva rendono lo scenario ancora più suggestivo.

Questo tratto di costa chiamato Big Sur scorre sulla CA 1 ad almeno 50 metri di altezza sull’oceano. Le panoramiche che a ogni curva si aprono lasciano senza fiato. Spiagge dorate, insenature, falchi e condor che volano sopra di noi, faraglioni che escono dall’oceano, uno spettacolo. E se volete il mio consiglio percorretela da Nord a Sud per avere l’oceano sempre alla vostra destra e fermarvi continuamente negli innumerevoli spazi dedicati. Proseguendo verso Sud, o rotolando verso Sud, come cantano i Negrita, giungiamo al Julia Pfeiffer State Park. Famoso per la sua cascata che raggiunge l’oceano e la sua spiaggia dorata. Ci mettiamo un po’ a trovare l’ingresso per il punto di osservazione, e quando lo troviamo, purtroppo, essendo già le 4 e mezza non ci è concesso raggiungere il punto di osservazione né la spiaggia per ragioni di sicurezza.

Un ranger mi dice che hanno tagliato l’accesso per le auto perché la strada che portava al parcheggio interno era presa d’assalto costantemente, tanto che essendo stretta e ripida più di qualcuno era morto investito. Inoltre sostiene che anche se diretti a piedi, la gente si era già sistemata per il tramonto e quindi raggiunto la massima capienza. Francamente nessuna guida ha accennato a tutto questo, quindi il tutto ci lascia un po’ perplessi, ma vediamo come tanti altri prima e dopo di noi vengano in effetti respinti. Ci rimane un po’ di amaro in bocca, ma almeno dopo aver pagato i 10 dollari per l’ingresso allo State Park ci godiamo il suo interno tra i pini del Big Sur.

Mentre il sole comincia a sfumare all’orizzonte sull’oceano Pacifico, noi scendiamo ancora, fermandoci spesso a fare foto e ammirare il paesaggio. A un tratto mi sembra di riconoscere il resort dove vengono girate le ultimissime scene di Mad Men. Passiamo per il Pitkin Curve Bridge, con una sezione che è un tunnel con vedute sull’oceano e continuiamo verso Ragged Point, dove mentre il sole si abbassa sempre di più, le vedute diventano ancora più belle. L’ultimo stop che ci concediamo, con la luce che sta ormai per sparire, è alle Salmon Creek Falls, che nascoste dalla vegetazione, si rivelano un po’ asciutte come mi aspettavo data la stagione.

Arriviamo col buio a Cambria, nella contea di San Simeon, dove alloggiamo al Castle Inn, su Moonstone Beach drive. Arrivando col buio non possiamo ammirare le pietre per cui la spiaggia è famosa. Inoltre la vista sarebbe straordinaria poiché la piccola spiaggia e l’oceano si trovano letteralmente a 10 metri dal parcheggio del nostro (ottimo e con piscina) motel. Esausti, andiamo a mangiare sotto consiglio del manager del motel al Moonstone Beach Bar & Grill a neanche 100 m di distanza. Caro (come un po’ ovunque) ma assolutamente soddisfacente e con portate generose.

Alloggi disponibili a Cambria

Giorno 16: da Morro Bay a Venice

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Ore di viaggio: 5

Ci svegliamo, e oggi la nebbia del Pacifico è presente, almeno a inizio giornata. Tanto che lo scenario che speravamo di vedere di fronte il motel ci lascia insoddisfatti. Dopo la colazione fatta al motel, ci dirigiamo poco più a nord alla spiaggia di Piedras Blancas, dove vediamo da pochi metri di distanza gli elefanti marini. Enormi, rumorosi e in questo periodo privi di testosterone e quindi abbastanza tranquilli. Riprendiamo la marcia verso sud decidendo di fermarci a Morro Bay, cittadina che conobbi grazie a un documentario sugli squali e, dopo aver fatto delle ricerche, ho capito essere un luogo ideale per vedere da vicino mammiferi marini in kayak. E il posto non delude le aspettative.

Noleggio un kayak per un’ora e mi avvicino fino a due metri circa alle lontre, che distratte dalle loro pulizie alla pelliccia neanche si rendono conto della mia presenza. I leoni marini invece meglio guardarli a distanza, specie quando sui moli i vari maschi alpha fanno sentire la voce. Qua e là alcune foche di porto, sempre molto timide, escono la testa per respirare e assicurarsi che non mi avvicini troppo a loro. Quando volete avvicinarvi molto agli animali, siate sempre cauti e rispettosi. Nessun movimento brusco o aggressivo. Potreste spaventarli o peggio farli reagire e farli diventare aggressivi. Se non ve la sentite di avvicinarvi troppo, nessuno vi costringe e ricordate sempre che siete loro ospiti in quell’ambiente.

Mentre io faccio prove generali per diventare naturalista, Vittoria compie una lunga passeggiata sulla spiaggia al di fuori della baia, alla sua sinistra sorge la Morro Rock, famosa formazione rocciosa distintiva della cittadina. Osserva gente a cavallo e fotografa diverse opere di strada, come panchine riciclate con vecchie poltrone.

I nostri consigli su dove dormire a Morro Bay

Dopo Morro Bay la Highway 1 (o anche Cabrillo Highway) segue un percorso interno che abbandona momentaneamente l’oceano alla sua destra. Il primo tratto passa per San Luis Obispo, cittadina famosa per il cibo e per l’arte.

Noi proseguiamo verso Pismo Beach, dove ritrovando l’oceano e il sole magnifico del giorno prima abbiamo il primo assaggio della Socal, o Southern California. La temperatura è un po’ più calda, l’acqua anche e cominciano a spuntare le prime palme tipiche del Sud. Dopo una lunga ma scorrevole fila riusciamo a pranzare allo Splash Cafe, ristorantino che fa anche da asporto. Per il terzo pasto di fila e per la quarta volta in viaggio mi concedo una squisita clam chowder. Vittoria opta per una frittura di calamari e gamberi. Ad ogni modo, tutto buonissimo. Accanto Pismo Beach proviamo a vedere le dune sabbiose di Oceano Beach, dove una life-guard ci sconsiglia di camminare perché a breve partirà una competizione con i quad.

Proseguiamo lungo la CA1 passando per l’altra sezione senza oceano, questa decisamente più lunga, che ci porta attraverso campi coltivati di ogni genere, dalle fragole ai cavolfiori. Questa sezione si ricongiunge all’oceano a Gaviota dove dopo mezzora di strada giungiamo a Santa Barbara. Sono circa le 4 e 30 del pomeriggio. A Santa Barbara decido che è ora di fare il bagno senza timori reverenziali. L’acqua non è così fredda, un po’ torbida e intravedo una foca vicino a me. Il molo di Santa Barbara è carino ma super affollato. La spiaggia invece finalmente sembra davvero una di quelle viste in TV. Circondata da palme alte e sottili, e con tanto verde alle spalle, gente sui pattini ecc…

I nostri consigli su dove dormire a Santa Barbara

Vittoria si gode la spiaggia passeggiando verso le montagne in lontananza. Dalla punta del molo si notano le stazioni petrolifere che da qui in avanti vedremo sparse a kilometri dalla costa. Le Channel Islands invece sono troppo distanti per essere intraviste. Intorno alle 6 ripartiamo alla volta di Malibù. Ci vuole circa un’oretta. Mentre scendiamo ho la sensazione che l’oceano maestoso visto fino ad adesso assomigli molto di più al mare temperato che conosco. Sarà per la temperatura, per il sole costante, anche per il colore dell’acqua magari. Avvicinandoci a Malibù, prossimi ormai alla contea di Los Angeles alla nostra sinistra spuntano le Santa Monica Mountains, rocciose e quasi a picco sul mare. Tanto che hanno reti che proteggono la strada che le affianca.

In prossimità di Malibù cominciamo a vedere surfisti ovunque. Chi con i pulmini, chi per i fatti propri ha lasciato l’auto sul ciglio della strada. Nei loro occhi vedi solo il richiamo irresistibile dell’acqua. Arrivati a Malibù (che ci dà il benvenuto con un cartello che recita: “Malibu, 21 Miles of scenic beauty”) siamo sorpresi in positivo. Ci aspettavamo molta più confusione e prezzi fuori controllo. In realtà i prezzi non sono così diversi da quanto visto finora e troviamo pure parcheggio senza fatica. Sembra essere una cittadina rilassata, con le mega ville di attori, registi e produttori hollywoodiani in collina e sulla spiaggia. Nessuno schiamazzo, tutti molto sobri e tranquilli. Forse adesso è chiaro perché molte star di Hollywood la preferiscono ai quartieri più sfarzosi del Nord della contea.

I nostri consigli su dove dormire a Malibù

Ormai è buio e ceniamo all’ottimo Reel Inn, sempre a Malibù. Un posto dall’aspetto spartano ma che cucina divinamente. Praticamente solo pesce, si ordina alla cassa antipasto, portata principale, contorno e bibita. Un microfono annuncia il tuo nome e porti al tavolo il tuo pasto. Il prezzo nella media, quantità ottime, consigliatissimo anche per l’ampia scelta. A questo punto mancano venti minuti a Venice, e continuiamo a seguire la 1, vedendo il molo di Santa Monica in lontananza. Oltre Santa Monica arriviamo a Venice, al nostro appartamento prenotato su Airbnb, dove non siamo gli unici ospiti. Una coppia di danesi, probabilmente nostri coetanei, ci accoglie e ci illustra le poche regole che la padrona di casa vuole si seguano. Siamo finalmente a LA, come tutti la chiamano qui.

I nostri consigli su dove dormire a Venice

Giorno 17: visita degli storici quartieri di Los Angeles

tour america ovest

Ore di viaggio: 2:30

Come primo giorno nella città degli angeli, decidiamo di puntare a Nord verso la patria del cinema mondiale. Facciamo colazione a Venice, al Deus Ex Machina – Emporium of Post Modern Activities, un cafe che dal nome e dall’aspetto vi farà capire di essere decisamente in una zona con uno stile di vita tutto suo. Dopo ci dirigiamo subito a Brentwood, quartiere residenziale di prima fascia, subito dopo si entra a Westwood, sede anche della University of California in Los Angeles o UCLA, università dove sarei potuto andare con una borsa di studio per la pallanuoto anni prima. Il campus ha uno stile molto più classico di quanto mi immaginassi.

Proseguiamo per Beverly Hills, dove di base, a parte Rodeo Drive, con le sue boutique esclusive e i suoi hotel non c’è molto da vedere. Ma parte dell’esperienza è provare a sentirsi una star del posto a girovagare tra le sue vie. Ai vari bistrot ai lati della strada con un po’ di attenzione riconoscerete manager e produttori cinematografici cenare o sorseggiare qualcosa. Le palme sottili e altissime di Beverly Hills affiancano tutti i viali, tra cui il famoso Sunset Boulevard, macchine di ogni cilindrata e valore si susseguono. È una gara a chi mostra di più. Dopo Beverly Hills è la volta di Bel Air. Che più di un quartiere è un vero e proprio gigantesco complesso. La cosa più curiosa è vedere come al suo interno (costruito su collina) non siano presente solo mega tenute di valore clamoroso, ma anche case più modeste (all’apparenza) di cui però sembra difficile fare una stima data la posizione.

Arrivati in cima alla collina, scendiamo e continuiamo per Nord. Prossima fermata Burbank, sede dei principali Universal Studios. Un po’ per i prezzi francamente irragionevoli, la tipologia di parco (divertimento più che a tema) optiamo per gli unici Studios che offrano un tour a cifra ragionevole e tema prettamente cinematografico. I Warner Bros Studios non hanno bisogno di presentazioni: sono un’istituzione da quasi 100 anni, hanno prodotto grandissimi film e hanno divisioni per la TV e per i videogiochi. All’interno si possono vedere i set dismessi (al momento), i teatri di posa dove vengono registrati vari show (Conan, The Ellen Degeneres Show) e un paio di exhibit con costumi di posa e oggetti di scena dai vari The Dark Knight Trilogy, Harry Potter, Justice League ecc…

A discrezione del visitatore è possibile anche visionare un breve documentario sugli effetti sonori e il loro montaggio, con esempi tratti dal film Gravity premiato con diversi Academy Awards nel reparto tecnico. Il tour è ovviamente guidato e tutto sommato avere con sé qualcuno che ti illumina sulle tempistiche di produzione e i vari making of delle scene non dispiace affatto. Terminato il tour, che siamo riusciti a fare prima di quanto sperato, finalmente ci dirigiamo a Hollywood. Cercate parcheggio nelle vie parallele o limitrofe all’Hollywood Boulevard. Qualcosa salterà fuori e state attenti ai cartelli relativi agli orari in cui è possibile parcheggiare.

L’incrocio tra il Boulevard e North Hinghand Avenue è l’epicentro turistico dell’intera megalopoli californiana. È qui che si trova la Hollywood Walk of Fame. I marciapiedi sono corredati di stelle con i nomi di attori, musicisti e altri professionisti dello spettacolo. È qui che vedi i minibus che offrono i tour guidati alle ville delle star in collina, è qui che sono presenti il TLC Chinese Theatre, dove le maggiori anteprime mondiali hanno luogo. Accanto a esso il Dolby Theatre, casa della cerimonia degli Academy Awards. Di fronte lo studio dove Jimmy Kimmel registra il suo show. È tutto condensato in poche centinaia di metri. Dal centro commerciale che affianca il Dolby si può vedere la famigerata scritta di Hollywood.

Il traffico e la circolazione sono abbastanza infernali. Finito il breve tour del Boulevard, proviamo a salire a Griffiths Park, dove tra la confusione per un concerto all’Hollywood Bowl sottostante e la confusione per trovare posto rinunciamo optando per il lookout di Mulholland Drive (sì, quello da cui prende il nome l’omonimo film di David Lynch). E neanche qui la fortuna ci assiste. Un po’ per la visibilità, che in estate deve essere sempre limitata, tra clima dell’entroterra (desertico e asciutto) e smog (12 milioni di abitanti e chissà quante automobili portano anche a questo) e il fatto che il lookout chiuda alle 18:30. Un peccato, poiché la vista sarebbe stata comunque suggestiva. Ci dirigiamo nuovamente a Hollywood, dove ci concediamo un hamburger all’Hard Rock Cafe. Torniamo esausti a Venice.

I nostri consigli su dove dormire a Los Angeles

Giorno 18: da Los Angeles a Santa Monica

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Colazione a Venice, all’Intelligentsia Coffebar su Abbot Kinney Boulevard. Oggi inizialmente si visita la Los Angeles che I turisti non vanno a vedere, o quella che alcuni vedono solo perché non si informano a sufficienza sulle dimensioni e le zone della città. Primo stop è lo Staples Center, casa di Lakers e Clippers, e altre franchigie della città. Belle le statue dei grandi giocatori in giallo della storia (Magic Johnson, Kareem Adbul Jabbar, Shaquille O’neal, Kobe Bryant ancora assente). Downtown Los Angeles è quanto di più diverso da buona parte delle zone costiere (e anche dalle Downtown classiche che si immaginano).

Ci sarebbe il Central Market, che quel giorno è chiuso. Union Station è un bell’edificio e nulla di più. Di fronte la City Hall, vista in innumerevoli film, c’è una festa della comunità messicana, fa molto caldo e ci rifocilliamo con qualche cocktail alla frutta che vendono alle bancarelle. A tratti sono indeciso se parlare in spagnolo dato che non vedo un caucasico da ore né sento parlare inglese. Tornando vediamo da fuori la casa-set di Streghe su desiderio di Vittoria. Tornando prendiamo l’ennesima autostrada che fa parte del reticolato interno della contea di LA. Enorme, dispersiva e con macchina quasi indispensabile dato che i trasporti pubblici non sono così efficienti.

Torniamo quindi al nostro appartamento a Venice per lasciare l’auto e prendere le bici che la nostra padrona di casa ci offre comprese con l’alloggio. E adesso finalmente siamo diretti a Venice Beach, un luogo mitico che nel mio immaginario ha sempre avuto uno posto speciale. Sarà per aver visto la serie TV Californication dove il protagonista ha un appartamento vicinissimo alla spiaggia. Sarà per la sua Boardwalk che ho visto in tante altre immagini e set improvvisato del video musicale di The Adventures of Rain Dance Maggie dei Red Hot Chili Peppers, fatto sta che finalmente siamo lì.

Ci basta percorrere in bici il Venice Boulevard per arrivare per direttissima sulla spiaggia. Che è larga e piatta come l’ho sempre immaginata, con le palme che la costeggiano a fianco del marciapiede. La Boardwalk è un kaleidoscópio di colori, eccentricità e suoni. Dal presunto curatore che risolve i malanni fisici fino al tatuatore che fa tutto alla luce del sole. Gli immancabili artisti di strada, i venditori di frutta fresca, artigianato e cannabis (in California è legale). Il lato che dà sul mare è totalmente appannaggio di bancarelle e artisti di varia natura.

Voltandosi a Nord si vede il Santa Monica Pier con la sua ruota e le omonime montagne sullo sfondo. Dall’altra parte invece, proseguendo per la via pedonale si incontra la famigerata Muscle Beach (anche se l’originale è a Santa Monica). Che altro non è che una palestra all’aperto dove sembra essere in atto una competizione per stabilire chi sia il più grosso e vistoso. Si susseguono campetti da basket e ti viene da pensare come tanti campioni NBA abbiano iniziato su un court come questi. Infine, la pista da skate con skaters di ogni età che si susseguono tra le acrobazie col sole alle spalle. Non ci sono surfisti qui, le onde non sono abbastanza alte, ma maledizione se si sente comunque di essere nella California del Sud! Il mare non sembra niente di eccezionale, ma neanche così terribile. Tanto che la gente è in acqua senza problemi nonostante il vento e l’umidità che con l’avvicinarsi della sera sicuramente aumentano.

Incredibile Los Angeles: sul mare e verso sera umidità altissima, tanto da aver bisogno a momenti di coprirsi anche in estate. A nord, nell’entroterra (che di base sarebbe deserto) caldo torrido e secco per tutto il giorno. Dopo aver goduto appieno dell’atmosfera riprendiamo le bici che avevamo lasciato legate a un palo (tra pattini, skate e bici si perde il conto) e ci dirigiamo a Santa Monica seguendo la pista ciclabile. Tutto questo mentre il sole tramonta e sembra toccare la cima delle Santa Monica Mountains. La cosa impressionante è la velocità con cui il sole sembra calare. Mai visto niente del genere. Arrivati al Pier fa effettivamente più freddo, lasciamo le bici legate sotto il pontile e saliamo dalla spiaggia stessa.

La confusione è notevole, ma il tramonto è stupendo e vale la pena goderselo. A parte le giostre, ricorda molto un centro commerciale, solo che è tutto all’aperto e più suggestivo. Successivamente ci rimettiamo in bici e torniamo a Venice per incontrare un nostro concittadino ex pallanotista che sta terminando il suo master a UCLA. Ceniamo con lui da Green Leaf, un ristorante bio o comunque dai toni salutari, dove puoi comporti l’insalata dei tuoi sogni o scegliere tra i menù.

Altra osservazione: dimenticate gli stereotipi degli americani grossi, sedentari e amanti del junk food. Come mi aspettavo, specie a Venice, e più in generale in Socal, la gente è ossessionata dalla forma e dal vivere salutare. Troverete supermercati biologici e ristoranti specifici, oltre a gente che per strada ti chiederà di unirsi a loro per provare qualche esercizio di yoga o qualche altra arte meditativa.

Giorno 19: da Los Angeles a Orange County

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Ore di viaggio: 4:30

Siamo sempre a Venice, ma di primo mattino non si direbbe: il cielo è grigio (come sempre finora). Ci mettiamo in moto per le 9, con l’intenzione di vedere tutta la costa della contea di Los Angeles, passando per tutte le cittadine col suffisso “Beach”. Da Venice iniziamo a scendere verso sud. Marina del Rey, Manhattan Beach, Hermosa Beach, Redondo Beach, che vediamo di passaggio senza fermarci. Arrivati a Long Beach, scendiamo tentati dal mare e dalla bella giornata che è venuta fuori. La realtà è che Long Beach funge da porto di Los Angeles, quindi, una volta vicini all’acqua ci ricrediamo, e considerando come l’intenzione sia quella di continuare verso sud desistiamo.

Superata la città portuale (non piccola come le altre che la precedono) si entra nella Orange County, quella che molti ma non il sottoscritto hanno imparato a conoscere tramite la serie TV O.C. Va detto che le spiagge sono decisamente più belle qui, e le cittadine appaiono più curate e con maggiore benessere. Passiamo oltre Huntington Beach dove il mare ci invoglia già, passiamo anche Newport Beach fino ad arrivare a Laguna Beach. Ecco, Laguna Beach, se si evita la spiaggia principale è davvero un paradiso. Abbiamo trovato una discesa su un tratto di spiaggia poco affollata a poche centinaia di metri da Main Beach, con accesso da Mountain Road.

I nostri consigli su dove dormire a Laguna Beach

Sembrano quasi delle calette e l’acqua è incredibilmente limpida con qualche alga di Kelp che si deposita sulla sabbia. L’acqua non è assolutamente troppo fredda e le onde che arrivano a riva (nonostante sia apparentemente calmo) possono dare un assaggio di quello che i surfisti affrontano ogni giorno. Prima di scendere in spiaggia mangiamo dei discreti fish tacos al Wahoo’s Fish Tacos, a pochi metri dalla spiaggia. A Laguna Beach passiamo due ore buone tra sole, sabbia e onde. Il consiglio quindi è di cercare una discesa senza troppa confusione, non ve ne pentirete! Laguna Beach è il punto più a sud dove siamo arrivati, poco più giù si raggiunge Dana Point, che in teoria segna il confine della contea di Orange.

Tornando verso Nord ci fermiamo a Newport, dove andiamo in spiaggia in compagnia. Marco, un ragazzo nostro concittadino (e anche lui ex pallanotista) vive da diversi anni a Newport. Qui le onde sono ancora migliori, c’è vento ma non fa freddo e la giornata è sempre stupenda. La spiaggia altrettanto. Marco mi insegna come surfare senza tavola, semplicemente lasciandosi trasportare dall’onda mettendo il corpo in una determinata posizione. Farà effetto sentirlo, ma funziona! Ed è pure estremamente divertente. Passano cosi altre due orette dove ci facciamo raccontare come è vivere da quelle parti e quanto sia diverso lo stile di vita da quello che siamo abituati a immaginare. Marco e Bibi (la sua compagna, anche lei catanese) ci confidano che tra le altre cose, “qui a sud” la gente non impazzisce per il lavoro, alle 5 di pomeriggio abbandonano tutto e vanno in spiaggia a surfare.

Difficilmente prima delle 10 del mattino le attività aprono e che lo stile di vita e il benessere della zona permettono di vivere tutto con maggiore rilassatezza, ricordando non poco la Sicilia. A questo punto salutiamo Marco e Bibi e torniamo verso Venice. Prendiamo le autostrade interne ma usciamo prima a Redondo Beach, dove Vittoria vuole vedere il Pier, e a Hermosa Beach, il cui Pier è una location di uno dei film preferiti di Vittoria: La La Land.

A Hermosa Beach c’è anche qualche festival musicale, con il palco montato sulla sconfinata spiaggia. Ormai è quasi buio, abbiamo fame e decidiamo di concederci una pizza alla americana: e niente di meglio esiste se non Pizza Hut. A Venice prendiamo due pizze da asporto e arrivati in appartamento le divoriamo come se non ci fosse un domani.

Giorno 20: visita a Santa Catalina Island

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Ore di viaggio: 1:30

Neanche a dirlo, tempo grigio. Siamo già a Long Beach alle 9, il traghetto per l’isola di Catalina ci attende e in 45 minuti circa siamo ad Avalon, il più grande dei due centri dell’isola al largo di Los Angeles. Catalina è una sorta di oasi naturale, ormai diventata carissima per la sua posizione e per il le tenute immobiliari che pochi possono permettersi. Naturalmente in estate c’è maggiore confusione. Facciamo colazione al primo posto che troviamo e ci dirigiamo alla sede della Catalina Island Conservancy, dove abbiamo prenotato un tour dell’isola con la Jeep.

La gita è carina, ti permette di vedere buona parte dell’isola, dall’aeroporto in cima alle colline, fino alle spiagge nascoste, i camping più remoti. Inoltre, e sembra incredibile dirlo, c’è una piccola mandria di bisonti americani che si aggira per l’isola. Sono stati introdotti qui anni fa, anche se una buona parte è stata riportata nelle praterie del Nord Dakota. Riusciamo a vederne un paio, di cui uno da molto vicino. Un autentico simbolo americano, oltre che maestoso ed elegante, incute un certo timore. Niente che non sapessi già quando la guida dice che se troppo vicini possono innervosirsi e caricare.

Sulla via del ritorno vediamo anche degli asinelli selvatici, che invece non eravamo riusciti a vedere nella Death Valley. Infine, un centro dove sono mantenute e nutrite due aquile, una di mare testa bianca e una dorata (non ha una traduzione esatta in italiano), portate qui dopo essere state salvate e non più in grado di volare. Tornati ad Avalon, mi immergo finalmente in acqua alla ricerca del pesce Garibaldi, un pesciolino totalmente arancione sgargiante che da queste parti è il pesce della California per eccellenza. La fauna marina è notevole nonostante si avvistino pochi mammiferi marini.

A questo punto, dopo aver passeggiato anche per la cittadina che ricorda un ambientazione coloniale riprendiamo il traghetto. Tornati a Long Beach decidiamo di mangiare in un ristorante che mantiene ancora il suo aspetto da “diner”: il Long Beach Cafe, che con porzioni generose e qualità discreta ci riempie a dovere (specie dopo non aver pranzato come spesso ci è capitato). Torniamo a Venice non totalmente soddisfatti: a parte i bisonti e le aquile, i costi di tutto sono un po’ troppo alti, dal traghetto fino alle escursioni. Se non siete troppo amanti di certi aspetti, potete serenamente evitare Catalina e dedicare la giornata a qualche altro luogo. Da Los Angeles a San Diego c’è comunque molto da vedere.

Giorno 21: da Los Angeles a San Diego

La Jolla Cove

Ore di viaggio: 3

Dopo 4 giorni a Los Angeles, è tempo di muoversi. E di scendere ancora verso Sud. Dopo aver fatto colazione in uno dei tanti coffe shop di Venice e dopo aver riempito il serbatoio a dovere, imbocchiamo la I-405 che diventa poi la 5. In poco più di due ore arriviamo a La Jolla (il gioello), probabilmente la cittadina più esclusiva e benestante di tutta la contea di San Diego. E francamente non è difficile credere sia così. Oceano azzurro, case in collina, palme ovunque, giardini e parchi curatissimi.

Ci fermiamo prima a la Jolla Cove, accanto Ellen Browning Scripps Park. Nella spiaggia che si ammira affacciandosi dalla pista ciclabile del parco c’è uno spettacolo della natura totalmente gratuito. Una colonia di leoni marini (o otarie della California) di almeno 100 esemplari ha preso possesso della striscia di sabbia. Sono rumorosi, giocosi e sembrano apprezzare le attenzioni che i passanti e i turisti gli riservano. Alcuni, che dormono a riva sotto il sole, si lasciano persino accarezzare. Il consiglio che vi posso dare è di evitare: anche se i leoni marini sono generalmente innocui e socievoli, non si sa mai come possano realmente reagire. Ciò che è evidente però è che si lascino avvicinare notevolmente.

Riesco a scattare dei primissimi piani a neanche 2 metri di distanza, ed alcuni sembrano pure mettersi in posa. Inoltre, i cuccioli sono numerosi e le piscinette che si vengono a formare tra le rocce vicino la spiaggia fungono da perfetta nursery per i loro primi mesi all’insegna del gioco. All’altra estremità del piccolo parco sorge quella che viene definita Children’s pool, una spiaggia riparata da un molo in pietra che protegge dalla corrente. Qui i leoni marini non ci sono, ma tra alghe, Kelp e pesci coloratissimi (anche qui il pesce Garibaldi) si può intravedere qualche foca di porto. Infatti, alle spalle della spiaggia ne sorge un’altra dove le rocce sono che sorgono sono quelle dove spesso le foche si mettono a godersi il sole.

Riesco ad avvicinarmi a circa 10 metri, ma le foche sono abbastanza schive e si spaventano facilmente. L’unica che scende in acqua non appena mi vede si allontana precipitosamente. Nonostante fossi a distanza di sicurezza, non cercate di avvicinarvi oltre. Le foche di porto non amano l’interazione con l’uomo e si spaventano facilmente. Renderle nervose può stressarle e in casi estremi spingerle ad allontanarsi abbandonando persino i cuccioli. A chiudere, sono presenti i pellicani marroni, che finalmente vediamo da molto molto vicino. Più li guardo, più mi ricordano dei dinosauri (gli pteranodonti), di cui potrebbero serenamente essere discendenti. Immancabili gabbiani e corvi. La Spiaggia di Children’s pool è graziosa e riparata, l’acqua è abbastanza limpida, ma le tante alghe possono far desistere la gente a nuotare oltre i dieci metri dalla riva.

Nuotare sopra le alghe sicuramente può mettere soggezione, ma potete stare sereni. Non usciranno mai predatori mortali tipo squali, anzi, vi godrete un sacco di pesci colorati. Soddisfatti delle due orette passate vicino alle rocce, ci dirigiamo a La Jolla Shores, la grande spiaggia di sabbia 3 km più a Nord prima della baia dove sorge La Jolla Cove. È difficile dire che si tratti dell’Oceano Pacifico. L’acqua è limpida come raramente visto prima, molto più simile a un mare tropicale. La spiaggia è affollata ma non da non godersela. Maschera o occhialini sono d’obbligo, perché nonostante il fondale sabbioso la vita marina è presente.

La Jolla Shores è famosa per gli squali leopardo, piccoli pesci con macchie che ricordano i felini da cui prendono il nome. Si muovono nelle acque basse dei fondali sabbiosi e sono totalmente innocui per l’uomo. Purtroppo non sono fortunato abbastanza da notarli, ma al loro posto intravedo un altro famoso abitante di quelle zone: il pesce chitarra. Più avanti vedo una aragosta (!) e una piccola razza di mare. Con un occhio attento si può vedere molto. Il mare, come detto, ricorda più un mare tropicale. Si tocca fino a oltre 100 metri dalla riva e le onde sono basse e piacevoli, è un posto anche per famiglie. Come ci si aspetta, anche questa spiaggia è circondata da piste ciclabili e palme.

Prima di lasciare la spiaggia mangiamo uno yogurt comprato lì accanto e infine ci dirigiamo al nostro hotel: un Days Inn leggermente fuori dal centro città, dove il servizio è pessimo. Sistematici, andiamo verso Ocean Beach, dove però essendo quasi buio desistiamo dal passeggiare lungo il waterfront. Decidiamo quindi di dirigerci verso downtown, così da vedere San Diego un po’ meglio. La città sembra ben curata anche se non pare offrire moltissimo. Tutte le guide e i consigli convergono sul Gaslamp, il quartiere più movimentato e frizzante di downtown. Si tratta di un’unica strada cosparsa di ristoranti di ogni tipo, un’illuminazione ricercata e diversi neon che tendono ad attirare l’occhio.

Ci fermiamo a mangiare al Barleymash, uno sportsbar come se ne vedono tanti, coi numerosi schermi e parecchio rumoroso, dove però mangiamo più che bene. Io prendo uno dei barleymacs (con anatra), macaroni con diversi condimenti, alcuni davvero particolari e saporiti. Vittoria opta per una delle Iron fries, diverse confetture di carni sopra una montagna di patatine. Molto invitanti anche i flatbreads che ricordano le nostre pinse. Finiamo col provare della cioccolata alla gelateria Ghirardelli. Avendo cenato abbastanza presto, abbiamo il tempo di andare a vedere Mamma Mia: Here we go Again in un cinema vicino l’hotel.

I nostri consigli su dove dormire a San Diego

Giorno 22: visita di San Diego

Eventi San Diego

San Diego è considerata la città migliore d’America per diversi aspetti: pulizia, benessere, clima. Insomma, qualità della vita alta. È anche la sede della marina navale statunitense. Non offre tantissimo ma ha sole per più di 300 giorni l’anno, non fa mai freddo e neanche caldissimo. Questo ti permette di poter fare cose diverse nell’arco di una giornata anche in stagioni diverse. Ad esempio, nel nostro secondo giorno decidiamo di visitare la Old Town, che si rivela essere più una raccolta di bancarelle e ristoranti soprattutto ispanici. La particolarità è che ricorda molto una città western, sabbiosa e con edifici in legno.

Vale la pena dare un’occhiata all’artigianato messicano soprattutto, ma in fin dei conti non è niente di particolare. Da quanto accennato sopra, San Diego ha una forte contaminazione ispanica, specie messicana, come tutta la California. San Diego però, a differenza della stragrande maggioranza delle altre città californiane è una città di confine col Messico. A questo proposito pensiamo di andare a vedere l’International Friendship Park, al confine con Tijuana. Le recensioni ci fanno intuire come non valga la pena più di tanto, dato che il parco non permette di “affacciarsi” dall’altra parte.

Facciamo una breve passeggiata nuovamente a downtown, tanto per notare la differenza di traffico e viabilità rispetto a San Francisco o Los Angeles. Dopo un pranzo leggero ci dirigiamo a Coronado, un’isola considerata una cittadina-resort collegata da un ponte alla città. Dal ponte si può ammirare una vista notevole sullo skyline di San Diego da un lato, sulla base navale militare dall’altro. Essendo un’isola che si sviluppa in lunghezza, la spiaggia è infinita. Mi aspetto un mare limpido come quello del giorno precedente ma rimango deluso. Ogni onda alza molta sabbia (ben più scura di quella di La Jolla) rendendo l’acqua torbida.

A Coronado sorge l’Hotel del Coronado, struttura iconica nota soprattutto per essere una delle location di A qualcuno piace caldo con Marilyn Monroe, Tony Curtis e Jack Lemmon. L’hotel è ovviamente affacciato sulla spiaggia, che comunque riserva le sue sorprese con un tratto dove ai cani è concesso muoversi senza guinzagli per divertirsi con l’acqua. Torniamo in hotel per darci una sistemata e uscire verso Embarcadero.

A Embarcadero, che potremmo definire il porto turistico di San Diego sorge una splendida “marina” appunto, con un waterfront da cui ammirare splendide viste della baia e un parco. Dopo aver passeggiato lungo il waterfront siamo diretti proprio al parco. Dove assistiamo alla proiezione all’aperto di Star Wars: A New Hope con le musiche suonate dal vivo dalla San Diego Symphony Orchestra. Dal film allo scenario, una serata perfetta. Rientrando a piedi verso la città passiamo dal San Diego Convention Center, sede del San Diego Comic Con ogni luglio. Ceniamo al Meze Greek Fusion vicino il Gaslamp District, discreto ma caro.

Giorno 23: da San Diego al Joshua Tree National Park

tour america ovest

Ore di viaggio: 5:30

È ora di lasciare San Diego, le sue spiagge dorate e il Pacifico. Siamo diretti verso l’ultimo grande parco del nostro tour: il Joshua Tree National Park. Come deciso in precedenza, preferiamo allungare il tragitto di circa mezzora pur di fare una strada più interna e desertica, rispetto alla strada consigliata che ci avrebbe ricondotto a Los Angeles. Così facendo, usciamo prima dalla contea di San Diego per entrare all’interno del deserto di Anza Borrego. Dove tra bassi passi di montagna e distese di nulla intervallate da deviazioni in mezzo alle rocce, ci avviciniamo al Salton Sea. Il grande lago salato californiano, non paragonabile al Grande Lago Salato di Salt Lake City. Ci sono 40 gradi celsius, ma l’acqua ha uno splendido colore. Non abbiamo tempo però di fermarci, e ci godiamo le viste dall’auto.

Dopo una sosta per benzina e per mangiare qualcosa, ci addentriamo nel parco dall’ingresso sud. Prima sosta al Cottonwood Visitor Center per ottenere informazioni su strade, fauna e cielo notturno. I ranger ci comunicano, purtroppo, che la notte è prevista luna piena, praticamente azzerando le nostre speranze di vedere le stelle come avevamo fatto vicino il Bryce Canyon. Senza scoraggiarci troppo, ci mettiamo in moto. Joshua Tree è famoso per gli alberi da cui prende il nome, che però sono solo uno dei vari tipi di arbusto e piante che si trovano all’interno.

Da questo punto di vista, per quanto riguarda la flora desertica, il Joshua Tree è davvero un posto unico. I primi stop sono alla distesa di Ocotillo, una pianta semi-spinosa che produce fiori rossi in primavera. In piena estate è spoglia e verde, il suo colore naturale. Sembra un cespuglio di erbacce più robusto e decisamente più grande. Possono essere alti anche oltre 3 metri. Successivamente ci fermiamo al Cholla Cactus Garden, una distesa di piccoli cactus con spine gialle. Sono effettivamente difficili da decifrare e non si vedono tutti i giorni. Sono diffusi in questo tratto di California e nel deserto di Sonora in Messico.

Continuiamo sulla strada principale all’interno del parco, incontrando formazioni rocciose che ricordano un po’ quelle dell’Arches National Park. Qui, questa sezione viene chiamata Jumbo Rocks. Facciamo una piccola camminata al suo interno, dove intravediamo un coyote e una lucertola del deserto sotto una roccia. Nessuna tarantola o serpente. Successivamente osserviamo Split Stone, una roccia letteralmente tagliata in due, e la più famosa Skull Rock. Come si evince dal nome, la sua forma ricorda chiaramente quella di un teschio.

La sezione successiva invece è la Hidden Valley, che si raggiunge deviando verso ovest dalla strada principale. Qui le principali attrazioni sono Keys View e Barker Dam. La prima è un maestoso punto di osservazione da cui si può vedere parte della gigantesca faglia di San Andrea, Palm Springs, la città dove i californiani vanno a svernare e le Bernardino Mountains. La seconda invece, è una piccola diga artificiale costruita agli inizi del 1900 per permettere al parco di attingere all’acqua anche in periodi di estrema siccità. Oggi sembra più uno stagno, ma l’acqua è comunque presente anche in piena estate e con le piogge il suo bacino si riempie considerevolmente.

Tra le due si passa all’interno di immense distese di alberi di Joshua (prendono il nome dalla loro forma, che ricorda Giuseppe che prega con le braccia al cielo). Saranno solo alberi, ma hanno davvero un fascino tutto loro. Ci dirigiamo verso l’uscita del parco a Nord mentre il sole comincia a calare. A un certo punto però, vediamo una macchina accostata a destra e i suoi passeggeri che osservano qualcosa sul ciglio. Vittoria si accorge che si tratta di una tartaruga del deserto. Ci fermiamo a osservarla e la togliamo dal ciglio della strada, dove avrebbe rischiato di fare una brutta fine. Ormai felici e soddisfatti anche di quell’ultimo incontro, usciamo verso la cittadina omonima del parco e raggiungiamo Twentynine Palms, a circa 10 km di distanza.

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Ci diamo una sistemata e decidiamo di mangiare presto per poi provare a vedere il cielo nonostante la luna piena. Finalmente ci convinciamo a concederci una bistecca come quelle che abbiamo sognato per tutto il viaggio. E troviamo il posto giusto: spartano e pittoresco come in un western. The Rib Co. è gestito da due signore del posto, cucinano bistecche sia su griglia che su piastra e offrono della carne davvero superba. Prendiamo due New York Steaks da oltre 300 grammi l’una, più un antipasto e una gigantesca insalata di contorno. Paghiamo compreso di servizio e tasse 72 dollari. Un prezzo più che vantaggioso per la quantità e la qualità.

Appagati dalla cena e finalmente contenti di esserci tolti questo sfizio torniamo in hotel a prendere l’attrezzatura per le foto e ci dirigiamo al primo campground fuori la città: Indian Cove. La luna è effettivamente piena ma riesco comunque a scattare qualche bella foto con le rocce. Va detto che nessuno è presente, quindi ogni rumore nel buio quasi assoluto fa rabbrividire. Oltre al pericolo dei serpenti naturalmente. È un’esperienza da provare, ma i brividi lungo la schiena non mancheranno. Torniamo a dormire al nostro motel. Il giorno dopo si torna a Los Angeles.

Giorno 24: da Barstow a Los Angeles e ritorno a Venice Beach

tour ovest usa

Ore di viaggio: 5:30

La sveglia è abbastanza presto, alle 7:30 circa. Oggi non c’è molto da guidare ma le cose da vedere non mancheranno. Facciamo una colazione rapida e ci mettiamo in macchina verso il deserto del Mojave. Per goderne appieno, decidiamo di allungare verso Est e poi tagliare verso nord per imboccare la I-40 verso Barstow. Questo tratto di Interstate ci mostra forse il più autentico deserto di tutto il Sud Ovest degli Stati Uniti.

Ovunque siamo stati prima, o il colore era diverso, o le rocce la facevano da padrone. Qui no, qui è solo sabbia ed erbacce. Inoltre, questo tratto di deserto è anche la location in cui è stato girato un video musicale iconico degli anni 90’. My Favourite Game della band svedese The Cardigans. Un video che per me ha sempre rappresentato un ideale di libertà estrema in uno scenario difficilmente replicabile. Il primo stop vero e proprio lo facciamo al cratere vulcanico di Amboy, vecchio di quasi 80000 anni.

Passiamo per Barstow, per capire se valga la pena dare un’occhiata. Non ci sembra granché e proseguiamo verso Los Angeles attraverso la contea di San Bernardino. Man mano che ci avviciniamo, lo scenario urbano comincia a delinearsi, il traffico aumenta, le strade si fanno più dissestate. Rientriamo nella contea di Los Angeles da Pasadena, dove iniziamo il tour delle location di La La Land e di altri punti d’interesse. Prima un ponte sospeso a Pasadena, effettivamente carino, poi il Rose Bowl, stadio della finale di USA 94’ tra Brasile e Italia oltre che casa degli UCLA Bruins per le partite di football.

Passiamo per i quartieri residenziali di Pasadena rendendoci conto di come sembri parecchio distante dalla Los Angeles che abbiamo visto. Scendiamo verso Hollywood, dove pranziamo in maniera veloce con tacos giganti. Sempre lì vediamo il cinema Rialto (location di La La Land), i murales di Hollywood, anche questi nel film e Melrose Avenue, altra storica arteria della parte nord di LA. Da fuori si possono vedere anche i Paramount Studios. Abbiamo ormai esaurito le location da vedere e ci dirigiamo a Venice, dove abbiamo prenotato una camera con vista mare per l’ultima notte.

Lasciate le valigie in stanza, riconsegniamo l’auto e torniamo a piedi verso la Boardwalk. Porto con me un telo, desideroso di fare l’ultimo tuffo, compro gli ultimi regalini da una ragazza di Washington che mi racconta la sua storia e di come ami vivere a Venice, e mi lancio in acqua mentre il sole tramonta dietro le Santa Monica Mountains. Tornati in camera, ci sistemiamo e andiamo a mangiare a Santa Monica, al Jimmy’s Famous American Tavern (buono e in linea coi prezzi). Ci concediamo una benedetta fetta di torta alla Cheesecake Factory, che mangiamo mentre passeggiamo per Santa Monica, vedendola così per la prima volta.

Per finire passiamo dal Pier, per osservare la sua insegna luminosa e scattare qualche fotografia. Il Pier di Santa Monica è anche il punto in cui termina la Route 66. Torniamo a piedi, tentando invano di far funzionare i monopattini collegati ad un app che la gente lascia per strada. Chiudiamo il nostro soggiorno californiano vedendo la famosa scritta luminosa alle porte della spiaggia di Venice.

Giorno 25: Ritorno in Italia

Venice è la cittadina più vicina all’aeroporto internazionale. In 15 minuti siamo al terminal e salutiamo Los Angeles, la California e gli Stati Uniti con un misto tra soddisfazione e tristezza. Difficile dire se torneremo presto, facile presumere che torneremo un giorno. Non so quando, ma torneremo.

Road trip fra Las Vegas, San Francisco e Los Angeles: itinerario di 17 giorni

Da Las Vegas a Los Angeles

Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio di Alessandro che dopo essere stato 6 giorni a New York e alle Cascate del Niagara, adesso è in viaggio per un itinerario fra Las Vegas e Los Angeles.

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Giorno 6: arrivo a Las Vegas

Road Trip Las Vegas San Francisco Los Angeles

 

Atterrati all’aeroporto di Las Vegas attraversiamo il gate, prendiamo bagagli e attendiamo shuttle per il noleggio auto. Qui, aspettiamo alcuni minuti per il ritiro e, gentilissimi, gli addetti ci offrono anche 2 bottiglie acqua. Tra il caldo e la stanchezza abbiamo altre 3 ore di jet lag da gestire e siamo ormai alla frutta. Giusto il tempo di bere e arriva la macchina, un suv full-size fantastico e comodissimo. Avevo qualche timore al momento della prenotazione, pensando fosse troppo grande, ma alla lunga è stata una scelta azzeccata; se dovete fare tanti km non risparmiate proprio sulla macchina!

Arriviamo velocemente all’albergo, siamo talmente cotti che l’unico pensiero e arrivare in camere e sdraiarci a letto, così scarichiamo le valigie porto la macchina al parcheggio, torno verso la hall, cerchiamo la camera, percorriamo un lungo corridoio e finalmente la troviamo. Accidenti ma quando mi avevano detto che qui gli alberghi sono grandi non scherzavano affatto. Ci vuole il navigatore per non perdersi!

Giorno 7: visita in elicottero al Grand Canyon e giro sulla Strip

Road Trip Las Vegas San Francisco Los Angeles

 

Mattino scendiamo presto, avevamo prenotato per una gita in elicottero sul Grand Canyon, così facciamo una veloce colazione e proviamo per la prima volta uno Starbucks. Beh non so voi, ma l’intruglio ustionante che non si raffredda mai, non mi fa impazzire, così ne svuoto la metà e aggiungo latte freddo. Una veloce bevuta ed già ora di partire, arriva il pulmino preciso in orario, anzi arriva un pulman… ma quanta gente ci va?! Percorriamo circa 30 minuti di strada nel deserto e arriviamo all’eliporto, veloce check-in, nel quale ci pesano, e poi via, arriva la nostra guida/pilota e in poco tempo siamo già in volo.

Beh da descrivere è impossibile… è tutto fantastico. Percorriamo il Grand Canyon seguendo il corso del Colorado River e, dopo circa mezz’ora di volo, atterriamo vicino al fiume dove ci attende un piccolo rinfresco. Facciamo quindi una pausa per le foto di rito prima di ripartire per il ritorno. Ci riportano in albergo con un pulmino, organizzazione semplicemente perfetta. Su consiglio di altri visitatori avevamo prenotato tramite Papillon assolutamente un’ottimo servizio. Rientriamo in albergo qualche passo fuori per Las Vegas ma fa troppo caldo così rientriamo per un pisolino, il fuso di 4 ore si sente.

Poi però la sera recuperiamo e via sulla Strip di Las Vegas! Vista l’astinenza di pasta e l’ora di cena mangiamo presso il locale “Buca di Peppo”, dove prendiamo 3 porzioni di pasta con le meat balls, praticamente simile alla nostra pasta al ragù. Niente male per essere in America, anche se in 4 partono 110$. Percorriamo la via principale, un via vai di gente dalle nazionalità più disparate, percorriamo un lato della strip poi, ad intervalli più o meno regolari, si prendono le scale mobili e si attraversa la strada principale per riprendere il cammino sul versante opposto. Si entra e si esce dalle varie hall degli hotel di lusso di Las Vegas per riprendere fiato e per lenire il caldo soffocante.

All’interno le hall sono veramente enormi, spazi incredibili, gente ovunque. Arriviamo al Bellagio e ci soffermiamo per la classica esibizione delle fontane a suon di musica. Sono veramente affascinanti e gli spruzzi che arrivano a notevole distanza servono anche a sopportare meglio il caldo. Arriviamo fino al Ceaser Palace ma poi, ormai esausti, rientriamo in albergo.

Giorno 8: Valley of Fire, Zion National Park

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Mattina successiva partenza per Valley of Fire, una tappa da non dimenticare. Uscendo da Las Vegas dopo St. George prendiamo la strada panoramica UT-9 in direzione Zion National Park, dove acquistiamo la nostra tessera parchi. Lasciamo la macchina e, con i pulmini interni, molto comodi, giriamo tutto il parco accompagnati da scoiattoli e cerbiatti che girano indisturbati. Verso sera riprendiamo il nostro viaggio in direzione Bryce Canyon e in serata alloggiamo al Best Western Ruby’s INN proprio prima del parco, cena presso la pizzeria esterna, niente male.

Giorno 9: visita al Bryce Canyon

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesAl mattino colazione al piccolo supermarket presente all’interno dell’hotel, approfittiamo anche per prendere qualche altra provvista che ci servirà per la giornata. Ci eravamo infatti portati dietro una borsa frigo, che ci è servita moltissimo per conservare le provviste e le bottiglie d’acqua. Per il ghiaccio poi nessun problema, ogni motel dispone della relativa macchina dove se ne può recuperare gratis in grande quantità.

Così dopo il nostro pieno di provviste e litri di acqua partiamo per la visita al Bryce Canyon, percorriamo e sostiamo in macchina ai vari point view segnalati e, verso il tardo pomeriggio, decidiamo di fare a piedi un trail e più precisamente il Navajo Loop che consiglio, a patto di avere almeno un litro di acqua a disposizione. Bellissimo ma impegnativo. Dopo avere percorso l’intero trail per circa 3 ore rientriamo ormai esausti.

Cena al comodo buffet dell’albergo, veramente ottimo e abbondante. La serata è decisamente fresca, così torniamo al Bryce per vedere di notte il cielo stellato, cosa che non mi capitava da tempo, ma attenzione durante la marcia perché, come è capitato a me, spesso animali selvatici attraversano la strada improvvisamente e nel buio più completo ed è difficile avvistarli per tempo.

Giorno 10: arrivo a Moab

Mattino successivo salutiamo il fantastico Bryce e proseguendo lungo le fantastiche UT-12 e UT-24 e arriviamo al Factory Butte, un enorme blocco di roccia. Ci avviciniamo ulteriormente percorrendo la strada sterrata Coal Mine, veramente divertente. In serata arriviamo a Moab e alloggiamo all’Archway Inn.

Giorno 11: visita di Arches National Park

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesIl mattino successivo visita al Arches National Park, percorrendo la Arches Scenic Drive, e sostando di tanto in tanto all’ombra di queste fantastiche formazioni rocciose. Una volta usciti dal parco ripercorriamo in direzione opposta il tragitto per prendere poi la UT-128E che costeggia il Colorado River dove ci fermiamo per pranzo e un bagno rinfrescante nel fiume.

Riprendiamo il nostro percorso per raggiungere Moab ma prima vi consiglio una sosta alla Hovenweep National Monument per visitare alcuni insediamenti preistorici. In serata arriviamo a Moab dove alloggiamo al Retro Inn Mesa Verde, classico motel stile americano dove, come nei telefilm, potete parcheggiare l’auto proprio di fronte all’entrata della camera. A meno di un km troviamo anche un’ enorme lavanderia automatica dove approfittiamo per una lavatrice. Gli abiti puliti cominciavano a scarseggiare.

Giorno 12: visita alla Monument Valley

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesL’indomani ci alziamo di buon mattino perché oggi è la giornata che ci porterà alla mitica Monument Valley! Lungo la strada che ci porta a destinazione, piccola deviazione per il Four Corners Monument dove, in un unico punto, potete contemporaneamente essere in 4 stati diversi dell’America. Di nuovo in macchina e in tarda mattinata avvistiamo i giganteschi monoliti rossi visti in tantissimi film western che si stagliano all’orizzonte.

Entriamo nel parco e, percorrendo in fuoristrada la valley drive, visitiamo da vicino tutti i giganti rossi; il paesaggio è un vero spettacolo. Verso sera dopo aver percorso tutta la strada sterrata usciamo dal parco e ci dirigiamo verso il Goulding’s Lodge per il nostro pernottamento. Hotel caratteristico, nelle immediate vicinanze è anche presente un piccolo museo dove è ancora conservata la casa di chi ha praticamente fondato e fatto scoprire al mondo questa indimenticabile valle, oltre alla testimonianza dei vari film di Hollywood girati in queste zone.

In serata, forse anche per la data (4 luglio), assistiamo dalla nostra camera, che si affaccia proprio sulla valle, ad uno spettacolo unico ed indimenticabile di fuochi pirotecnici.

Giorno 13: Lake Powell e Glen Canyon Dam

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L’indomani, con una certa nostalgia, lasciamo questa valle unica e ci dirigiamo verso il lago Powell, non senza aver fatto riempito, come di consueto, di ghiaccio, acqua e qualche sandwich la nostra borsa frigo. In tarda mattinata arriviamo alla spiaggia Lone Rock Beach, percorrendo in fuoristrada l’ultimo pezzo di strada, ci avviciniamo così al lago dove sostiamo per il pranzo e ci attardiamo per un bagno rinfrescante.

Nel pomeriggio riprendiamo il nostro tour, piccola sosta per vedere la Glen Canyon Dam, e in serata arriviamo per il nostro pernottamento a La Quinta Inn & Suites, ottima struttura recente in stile moderno. Appena arrivati prendiamo il costume e ci buttiamo in piscina in attesa dell’ora di cena.

Giorno 14: visita al Grand Canyon

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesIl giorno successivo, dopo un’ottima colazione nell’albergo, riprendiamo il viaggio in direzione del Grand Canyon, dove arriviamo circa alle 9.30 del mattino, così troviamo senza problemi il parcheggio all’entrata, dove partono i vari pulman che ci porteranno ai vari point of view del parco. Non tutte le strade infatti sono percorribili dal traffico privato.

Beh che dire, il parco è veramente immenso e maestoso, ci vorrebbe più di una giornata per essere visitato e i pulmini sono veramente comodi e l’organizzazione all’interno del parco è ottima. È ormai tardo pomeriggio e, ormai quasi in riserva con l’energie, riprendiamo la nostra Ford full size per raggiungere l’Holiday Inn Express Grand Canyon dove pernottiamo.

Giorno 15: Route 66 e ritorno a Las Vegas

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesOggi nuova tappa, ma questa volta solo di transito, dopo tanti giorni e tanti km percorsi, ci voleva. Quindi dalla zona del Grand Canyon ci dirigiamo di nuovo verso Las Vegas, percorrendo la mitica Route 66, dove incrociamo alcuni piccoli paesi, stile Radiator Spring per chi conosce la saga dei cartoni della Pixar. Piccola deviazione per visitare la diga di Hoover, questa mastodontica costruzione, che consiglio vivamente anche solo per una visita esterna.

In serata giungiamo di nuovo verso la città del vizio e, dopo cena, abbiamo di nuovo bissato per un piatto di pasta, sempre presso la catena Buca di Peppo. Questa volta al Paris, visitiamo le hall degli alberghi che non eravamo riusciti a visitare la settimana prima, il Mirage con il suo spettacolo del vulcano e fuoco, il Paris, l’ MGM Grand Resort, il  New York New York Resort ed infine il Venetian, veramente incredibile la ricostruzione di Venezia, con addirittura il gondoliere che rema tra i canali.

Giorno 16: Death Valley e June Lake

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Inizia ormai la nostra ultima settimana di permanenza in questi fantastici luoghi, e oggi ci aspetta una lunga traversata. Partiamo in direzione della Death Valley, e qui il termometro comincia a salire. A metà strada deviamo per Badwater Basin. Ci fermiamo, il termometro arriva a 49 gradi, giusto il tempo di scendere dalla macchina qualche foto veloce, il mio cellulare va in protezione per l’alta temperatura. Riprendiamo il viaggio in direzione June Lake dove per notte soggiorniamo al Double Eagle Resort and Spa, ottima struttura in mezzo al verde, passando dai 49 gradi della Death Valley ai 19 del lago June.

Giorno 17: Yosemite National Park e San Francisco

yosemite-national-parkInizia così l’ultima settimana. È lunedì, partiamo e ci dirigiamo verso il Tioga Pass che ci porterà ad attraversare lo Yosemite National Park. Entriamo nel parco, è mattina presto, la temperatura è gradevole e lo spettacolo del parco è incantevole. Ogni tanto avvistiamo qualche alce tra gli arbusti, oltre agli onnipresenti scoiattoli. Nel pomeriggio usciamo dal parco e ci dirigiamo verso San Francisco. Passiamo da Oakland e, alla vista del Bay Bridge, un’altra emozione di pervade. Ci addentriamo nella città, cominciando a percorrere le classiche vie saliscendi, e qui il cambio automatico è una vera comodità.

Dopo circa mezz’ora arriviamo al nostro albergo sulla Lombard Street il Motor Inn un discreto albergo dotato di parcheggio gratuito, una vera comodità, dopo infatti aver percorso tanti km per i prossimi 2 giorni ci sposteremo a piedi oppure con i mezzi! Ceniamo presso The Italian Homemade Company ristorante italiano, gestito da italiani (Emiliani) dove ci prendiamo al volo una piadina veramente ottima.

Giorno 18: due passi sul Golden Gate Bridge

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Dopo la colazione in albergo, compresa nella tariffa, visita alla famosa Lombard Street, e poi ci dirigiamo verso la zona dei moli il Pier 39, il Pier 33 per la classica visita alla zona dei leoni marini. In lontananza si vede la famosa isola di Alcatraz, la cui visita però richiede di essere prenotata per tempo. Percorriamo tutta la zona del porto con i caratteristici locali, bar e una bellissima enorme panetteria dove, tra le grandi vetrate, si vedono gli addetti a preparare il pane e le briosche a cui non sappiamo resistere, così entriamo senza indugio per un scorpacciata.

Lasciamo la zona del porto e con i mezzi pubblici raggiungiamo il Golden Gate Bridge. Una volta arrivati iniziamo a percorrerlo a piedi, la giornata è magnifica, cielo terso e soleggiato, ma mentre all’inizio del ponte il vento è una leggera brezza, raggiunta la metà, la brezza diventa bufera. Così, complici anche le gambe che cominciano ad avvisare che siamo in riserva, ripercorriamo la strada del ritorno.

Ci fermiamo ancora alcuni minuti per ammirare questa magnifica struttura, poi riprendiamo il mezzo pubblico che ci riporterà proprio davanti al nostro albergo. In serata bissiamo al medesimo ristorante della sera prima, poi ancora al porto e al pier per la visita notturna finale di questa magnifica città.

Giorno 19: Monterey e Big Sur

Road Trip Las Vegas San Francisco Los Angeles

 

L’indomani riprendiamo il nostro compagno a 4 ruote e ci dirigiamo verso sud uscendo da San Francisco per incrociare Monterey e dirigersi verso il Big Sur. Approfittiamo anche della bella giornata per deviare e prendere la 17 Mile, strada a pagamento, ma che permettere di arrivare in macchina fino alle spiagge che si affacciano sull’oceano.

Riprendiamo poi il nostro itinerario e prima di giungere al famoso Bixby Creek Bridge, ci fermiamo a Garrapata, dove si può accostare la macchina e tramite un piccolo percorso scendere fino al mare… fantastico!! In serata arriviamo a Pismo Beach per tappa intermedia prima di raggiungere Los Angeles.

Giorno 20: Santa Barbara e Warner Bros Studios

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesL’indomani partenza di gran carriera perché abbiamo prenotato nel primo pomeriggio il tour agli studi Warner Bros, non senza però una sosta per ammirare il molo di Santa Barbara. Quindi arrivati lasciamo la macchina al parcheggio visitatori, tutto come sempre ben indicato ed organizzato, controllo biglietti digitali e via sul trenino con la nostra guida che ci illustra le varie location dove hanno girato vari film e telefilm famosi.

Sosta per ammirare i fantastici costumi della saga di Harry Potter, della Justice League, ammirare le incredibili macchine di Batman e gli studi dove girano le varie sit-com, tutto molto affascinante. Alla fine del giro ci lasciano al negozio souvenir, prima però percorriamo una sorta di museo dove ci vengono spiegati come vengono prodotti gli effetti speciali. I miei figli salgono a bordo della bat-moto dove vengono ripresi per un filmato di ricordo. Beh ci siamo divertiti veramente tanto. La sera rientriamo in albergo e dopo cena passeggiata per la classica passeggiata lungo la Walk of Fame.

Giorno 21: Universal Studios

Road Trip Las Vegas San Francisco Los AngelesSiamo ormai al termine della nostra vacanza ma oggi ci aspettano gli Universal Studios. Quindi partenza di prima mattina, arriviamo intorno alle 9.30 e all’entrata la coda comincia a formarsi, ma avendo già a disposizione i biglietti prepagati dobbiamo solo ritirare quelli effettivi. Alcune foto di rito all’entrata e poi via per le varie attrazioni. Ah consiglio, se avete una sola giornata a disposizione, e volete fare tutte le attrazioni indispensabile l’opzione salta coda.

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Si parte con il giro sul trenino per tutti gli studios. Fantastico, ogni tanto ci si ferma in qualche grotta al buio e si vive una vera esperienza in 4d tra attori, dinosauri, esplosioni. Poi un giro sull’attrazione volante ad Hogwarts, nel mondo di Harry Potter. Proseguiamo con una sequenza di avventure una dietro l’altra senza praticamente attendere più di alcuni minuti ad ogni attrazione, grazie all’opzione express.

Fantastici gli spettacoli dal vivo, indimenticabile quello di Waterworld, ma non trascurate anche quello degli animali attori e degli effetti speciali. Una giornata indimenticabile per i miei figli ma anche per il sottoscritto. Proseguiamo fino a tarda sera, assistiamo anche allo spettacolo di suoni e luci al castello di Hogwarts, poi ormai stremati, riprendiamo la strada del ritorno e raggiungiamo il nostro albergo.

Giorno 22: Santa Monica e ritorno in Italia

Ultimo giorno, mattinata visita al molo di Santa Monica, poi nel primo pomeriggio, non ci rimane che consegnare il nostro fantastico mezzo a 4 ruote che ci ha fatto compagnia per tutta la nostra vacanza, presso lo stand Alamo. Un veloce minubus ci porta poi all’aereoporto dove ci aspetta il nostro aereo Air France.

Tramite l’app della compagnia prenotiamo l’opzione per avere i sedili proprio dietro la paratia che separa la prima dalla seconda classe, per avere maggiore spazio. Una scelta azzeccata che ci consentirà di riposare e di riprenderci dal jet lag prima di arrivare a Parigi il giorno dopo dove, con un cambio di volo, arriviamo infine a Milano Linate.

Un’esperienza unica, irripetibile della giusta durata, stancante al punto giusto ma appagante. Nessun intoppo, gli americani sono veramente organizzati, nessun problema con la lingua. Mi rimarranno impressi nella memoria New York by night, la Monument Valley e San Franscisco, senza dimenticare di essere tornati bambini almeno per una giornata agli Universal Studios.

New York in 6 giorni con Cascate del Niagara: diario di viaggio

New York in 6 Giorni

Pubblichiamo la prima parte del diario di viaggio di Alessandro che con la sua famiglia ha intrapreso un affascinante fly and drive: 6 giorni a New York con visita alle Cascate del Niagara, e un on the road della West Coast fra Las Vegas, San Francisco e Los Angeles. Scopriamo insieme la sua avventura…

Finalmente ci siamo, dopo aver passato l’inverno ad organizzare il viaggio, è ora di partire. Io mia moglie e i miei due figli di 13 e 16 anni.

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Giorno 1: L’Empire State Building di notte

New York in 6 giorni

Per comodità partiamo da Linate con uno scalo a Roma con Alitalia. I voli sono stati prenotati direttamente sui siti ufficiali monitorando l’andamento dei prezzi, mentre x tutti gli alberghi abbiamo utilizzato Booking. Volo in orario, comodissimo check automatico del passaporto a Roma, si mangia qualcosa al volo, e poi imbarco volo Alitalia verso New York.

Leggi i nostri consigli su come scegliere un volo Low Cost per gli USA

Si parte, ci spariamo 4 film e un leggero riposo e si arriva nella Grande Mela, emozionati e per niente stanchi anzi, ed anche se siamo a fine giugno la temperatura è perfetta intorno ai 20 gradi. Arrivati in aeroporto seguiamo le indicazioni e, per chi arriva la prima volta negli Stati Uniti, il terminal è praticamente deserto. Ci controllano il passaporto, procedono con le impronte digitali, foto e tempo 10 minuti siamo al ritiro bagagli, altri 10 minuti e andiamo a prendere il taxi.

Nessuno all’attesa, fantastico, incrociamo subito il tipo che ci chiede dove siamo diretti e, visto che siamo in 4 con valigie, ci indica subito di prendere un grande suv in attesa e via, tempo 30 min siamo in albergo per una spesa di 60$. Saliamo in camera, accusiamo un leggero colpo di sonno ma resistiamo tutti e senza toccare letto torniamo in strada e ci dirigiamo subito verso Empire State Building, dove utilizzando il cellulare e mostrando i biglietti elettronici (avevamo optato per il New York CityPass) saliamo in cima in pochissimo tempo, sono le 22.00 locali. Bellissimo, nottata perfetta poche persone nessuna ressa, fantastico! Foto di rito, poi però la stanchezza prende il sopravvento così cotti scendiamo e a piedi torniamo in albergo, che era molto vicino.

Leggi la nostra guida su quale pass scegliere per New York

Giorno 2: Central Park, Museo di Storia Naturale e Times Square

New York in 6 giorniA causa del fuso orario ancora da smaltire ci svegliamo molto presto intorno alle 6.00, avevo prenotato al SpringHill Suites by Marriott New York Midtown Manhattan, colazione inclusa a partire dalle 6.30 una vera comodità e un risparmio (in 4 anche da starbucks partono almeno 40$). Poi a me piace alzarmi e fare subito colazione per mettermi in pista.

Così rifocillati ci dirigiamo verso Top of the Rock ma, vista la giornata nuvolosa, ci sconsigliano la salita. Torniamo così sui nostri passi e ci dirigiamo a piedi a Central Park. Sarà che è domenica mattina ore 7.00 locali, sarà che la giornata è nuvolosa ma New York è praticamente deserta, qualche taxi che passa, il vapore classico che esce dai tombini e un silenzio surreale ci avvolge.

Anche visitare il parco è fantastico, solo qualche corridore solitario e vari scoiattoli che saltano qua e là. Continuiamo ad inoltrarci per raggiungere il museo di storia naturale, meta successiva del nostro tour e compreso nel citypass. In 5 minuti ci danno i biglietti previa verifica di quelli elettronici sul cellulare, e ci informano che oggi è anche compreso un documentario sul dark universe in 4d, che ovviamente sfruttiamo. Così giriamo il museo reso famoso dal film “una notte al museo”, è immenso.

Siamo ormai a fine mattinata, un veloce pranzo all’interno del museo e poi usciamo. Adesso la città ai nostri occhi è cambiata, Central Park si è riempita, giovani che giocano a baseball, altri che si lanciano palloni da rugby, corridori a piedi e tanti altri che girano in bicicletta di etnie e razze differenti. Rallentiamo il passo e a fine pomeriggio rientriamo in albergo, ricarichiamo le batterie e uscita serale a Times Square che non poteva mancare, ma il jet lag si sente e quindi 21.40 tutti a letto.

Giorno 3: Lower Manhattan

New York in 6 giorni

Complice ancora l’orario che ci agevola, ci svegliamo presto 7.00 colazione poi 7.30 prendiamo un taxi, chiediamo all’autista se prima di portarci a Battery Park meta del nostro tour odierno, ci porta al Brooklin Bridge, per una veloce visita, l’autista si perde 2 volte ma alla fine ci arriviamo. Arrivati poi a Battery Park, convertiamo i biglietti elettronici e tempo 10 minuti ci imbarchiamo verso la Statua della Libertà: una vera emozione vederla finalmente dal vivo! Arriviamo all’isola la vista è spettacolare, bellissima, ci soffermiamo un paio d’ore poi risaliamo sul traghetto per Ellis Island dove è compresa la visita alla struttura e il relativo museo dell’immigrazione, pranzo all’interno del museo e rientro a New York.

Nel pomeriggio ci dirigiamo a Ground Zero, visitiamo il 9/11 Museum, veramente emozionante. Una volta usciti risaliamo per Chinatown e Little Italy. Ahhh ecco qui forse riuscirò finalmente a prendere un espresso decente, non i beveroni di Starbucks. Beh in effetti si era ottimo ma 3 caffè 2 cannoli al banco da Gianni 20$! Riprendiamo la strada verso l’albergo e dopo aver totalizzato 21 km a piedi arriviamo stremati in camera…. Buona Notte!

Giorno 4: Top of the Rock e shopping

New York in 6 giorniMattino presto come di consueto scendiamo e ci dirigiamo a Top of the Rock, oggi la giornata è splendida. Siamo i primi confermiamo biglietti elettronici al desk e saliamo in cima con l’ascensore, più in alto ancora con la scala mobile e siamo sul terrazzo all’aperto, bellissimo, fantastico, New York letteralmente ai nostri piedi. Dopo aver fatto un po’ di foto scendiamo, facciamo due compere agli store, rientriamo in albergo. Check out e via con taxi verso l’aereoporto La Guardia per prendere il volo direzione Toronto.

Viaggiamo con Air Canada, volo in orario e in meno di 2 ore siamo a destinazione. Noleggio macchina, in tempi velocissimi (abbiamo usato Autoeurope con ALAMO) e via in un’ora e mezza siamo alle famose Niagara Falls.

Leggi i nostri consigli per il noleggio auto negli USA

L’albergo che abbiamo scelto è il Marriot. Siamo fortunati perché la nostra camera è all’ultimo piano: il 31°! La vista sulle cascate è semplicemente inimmaginabile. Tempo di accorgerci che non abbiamo ancora cenato, dietro albergo troviamo una pizzeria d’asporto e con 22 euro ce la portiamo in camera e, a quel punto, guardando le cascate ci corichiamo e in tempi brevissimi siamo nelle braccia di Morfeo.

Giorno 5: Cascate del Niagara

New York in 6 giorni

Il mattino seguente, avevamo prenotato un tour, passa la guida in albergo e, assieme ad un’altra coppia, ci porta subito allo Skylon Tower. In cima alla torre godiamo di una vista impagabile accompagnata da un forte vento. La giornata è purtroppo nuvolosa ma la vista merita. Scendiamo a prendere il battello Hornblower, ci consegnano la mantellina rossa e via sotto le cascate, veramente divertente e anche bagnatissimi.

Rientriamo, un veloce hot dog e ci dirigiamo a fare la visita sotto le cascate ma, purtroppo, per un problema al generatore la guida ci segnala che dovremmo ripassare la mattina dopo. Così pomeriggio libero per qualche passeggiata, i figli invece cominciano ad accusare un po’ di stanchezza così rimangono in albergo a riposare. A cena la sera in astinenza di pasta ci prendiamo 4 piatti di spaghetti al pomodoro, non male tutto sommato

Giorno 6: Journey behind the Falls

New York in 6 giorniMattino si riprende il giro dove lo avevamo interrotto, spieghiamo all’entrata del problema del giorno precedente e ci rifanno subito i biglietti, prendiamo la copertura in dotazione e scendiamo sotto le cascate, beh impressionante ancora più da questa vista. Qui si capisce la vera potenza e la forza della cascata, altra lavata. Poi percorriamo i cunicoli sempre sotto le cascate che portano a piccole finestre dove l’acqua scende a secchiate, risaliamo tempo di asciugarci, check out e via direzione aereoporto, ma prima ci fermiamo per un passeggiata al lago Ontario.

Ci prepariamo poi per prendere l’aereo visto che la nostra prossima destinazione sarà Las Vegas!

[mks_toggle title=”Consiglio” state=”open”]Se ti piacerebbe prendere spunto da un itinerario come questo, ma hai una settimana intera a disposizione, prendi spunto anche dal nostro itinerario di New York in 7 giorni![/mks_toggle]

California con bambini a Natale: il diario di viaggio di Raff

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Ciao, sono Raffaele (Raff per gli amici) e ho un anno e mezzo.

Premessa: la mia mamma ha un’amica d’infanzia (la Cri) che vive in California. Diceva da tempo che sarebbe andata a trovarla con papà, ma non ci credeva nemmeno lei!
Nell’agosto 2016, poi, sono nato io, e l’intenzione sembrava sempre meno realizzabile. Poi però la mamma si è ricordata che sotto i 2 anni i bambini non pagano il viaggio aereo (sapete… è mezza ligure, e certi argomenti monetari la colpiscono molto!), quindi nel 2017 si è detta “o ora o mai più” (credendo sempre nel “mai più”…). La Cri ci ha consigliato il periodo natalizio, in modo da conciliare le disponibilità di tutti e per non spendere troppo. Con grande sorpresa, consultando i prezzi dei voli abbiamo scoperto che a dicembre 2017 c’erano delle offerte pazzesche: saremmo partiti e tornati in 3 spendendo intorno ai 900 €! Era un segno: dovevamo provarci (e chi la ferma più la mia mamma?!).

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Hai già letto la nostra guida su come trovare un volo low cost per gli USA, e su come organizzare un viaggio in USA con bambini?

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Incastrate le ferie di papà anticipate, abbiamo ingaggiato nonna e zia per accompagnarci. Poi è iniziato un processo ansiolitico per i passaporti; fortunatamente la mamma è riuscita a farsi fare il suo insieme al mio al primo appuntamento disponibile, poi anche gli altri ce l’hanno fatta, presentandosi con i biglietti aerei in mano e attivando così una procedura velocizzata.

La mamma ha passato i mesi prima della partenza a pianificare tutto, chiedendosi più volte se non fosse una pazzia partire con un bimbo di 16 mesi e una nonna settantenne… A posteriori, però, l’ho sentita ripetere con soddisfazione che tutto si può fare: basta essere un po’ sportivi e non strafare.
Il nostro itinerario è atipico, con uno strano avanti-indietro su Las Vegas: è stato l’unico modo per fare un viaggio non troppo tirato rispettando le esigenze di tutti, e soprattutto per passare il Natale a Los Angeles con la Cri.

Inizio presentandovi i protagonisti del viaggio:
– mamma Ire: pianificatrice instancabile e mamma sportiva;
– papà jack: paziente sostenitore di mamma, fondamentale soprattutto nelle notti insonni del sottoscritto;
– zia Ceci: super-zia di grande compagnia, canterina e intrattenitrice, con qualche limitazione alimentare (niente latticini e cicciosità in America?! Si può fare!);
– nonna Mirella: desiderosa di conoscere il mondo, ma con un marito che non ne condivide il desiderio, si accoda volentieri alla nostra improbabile compagine;
– il sottoscritto: vero maschio irrefrenabile, curioso ed entusiasta della vita, affettuoso, mangione, a volte monello ma anche ubbidiente. Dormo un paio di ore di giorno e una decina di notte.

Un’ultima annotazione dalla mia mamma per eventuali mamme dubbiose: un’esperienza come la nostra può fare molto bene. Per i miei, almeno, è stato così: ci siamo accorti che un bimbo piccolo come me non impedisce una vita avventurosa e piena quanto prima, seppur in modo diverso e adattato. Perciò: coraggio!

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Partenza – 17/12/2017

California-con-bambini-a-NataleEccoci alla partenza: voli Malpensa-Zurigo (10:00-10:55) e Zurigo-San Francisco (13.15-16.20) con Swiss Air. Visti i costi, ovviamente la mamma non ha previsto un posto per me; abbiamo chiesto una culla in volo, ma abbiamo scoperto che questa compagnia non ne prevede: starò in braccio a qualcuno tutto il tempo (…o in giro per l’aereo!).

Prima bella sorpresa: le hostess mi regalano areoplanini-peluche, matite e libretti da colorare! Però il viaggio intercontinentale è lungo, quindi gli intrattenimenti non bastano mai: gioco, leggo, mangio, coloro, mi alterno in braccio a tutti, ma quei quattro posti centrali allineati diventano sempre più una tortura per tutti. Allora comincio a girare per l’aereo e mi impossesso dell’unica zona “giocabile” vicino allo stanzino delle hostess. Tra un giochino e l’altro, un papà e una zia, una hostess e una mamma, un bambino grande con cui gioco un po’ e una nonna… alla fine ce la facciamo: siamo in America!

Per raggiungere l’albergo prendiamo un taxi, che costa poco meno dello shuttle condiviso e non ci fa fare tratti a piedi come il trasporto pubblico: con una valigia da stiva più un bagaglio a mano a testa, il passeggino e me… nessuno se la sente di camminare! Unica stranezza: dobbiamo pagare in contanti (ma non siamo nel mondo delle carte di credito?!). Dopo poco più di mezz’ora arriviamo al nostro albergo (Nob Hill Motor Inn). “I grandi” non hanno fame: mangio io qualcosa e andiamo a letto.

Nota dolente: papà per sicurezza cerca di procurarsi del latte per me per la notte, ma non lo trova. Dovrò cavarmela senza! Ci addormentiamo a un orario sensato malgrado il fuso. Nel bel mezzo della notte, però, io credo che sia già ora di alzarci: rompo così tanto che papà si ritrova a gironzolare con me per strada in notturna…! Santo papà: lo premio riaddormentandomi una volta tornati in camera, e mantenendo il sonno fino alla mattina.

Giorno 1 a San Francisco – 18/12/2017

on-the-road-con-bambiniCredo di svegliarmi da un incubo: stavano cercando di farmi fare colazione senza latte!!
Mi stropiccio bene gli occhi e tendo le orecchie. No no, è proprio vero: la mamma sta spedendo papà a comprarmi del latte al supermercato, incredula che la “colazione inclusa” preveda solo brioche cicciose da americani, tè e caffè. Se la zia Ceci può attendere di trovare del cibo un po’ meno calorico in giro, io reclamo subito il mio latte. Papà questa volta ce la fa: me ne procura un bel gallone da condividere con la nonna… e fortuna che in stanza ci sono frigobar e microonde!

Iniziamo la visita di San Francisco, incamminiamoci verso Union Square. Il saliscendi tra le case vittoriane è piacevole, non solo per me “scarrozzato” nel passeggino, ma anche per gli altri, nonna inclusa. Arrivati in piazza, decidiamo di non fare un pass e compriamo direttamente i biglietti dei trasporti municipali: per domani il giornaliero, mentre oggi faremo solo due viaggi semplici, il primo dei quali col mitico cable car. Con il senno di poi è stata una buona scelta; l’unico errore è stato che il cable car costa caro (7$ una corsa!) ed è incluso nel giornaliero, quindi avremmo potuto prenderlo il giorno dopo e sfruttare un autobus qualunque per il primo viaggio.

L’attesa al capolinea del cable car mi diverte molto: c’è una tavola circolare sulla quale ruotano le vetture quando devono invertire la marcia, e tutto questo avviene con la spinta a mano di due tizi (!!): per me è davvero preistoria! Arrivato il nostro turno, ci sediamo su una panca esterna; il mio passeggino sta sul fondo al sicuro con un tizio che gira una specie di timone. Alla prima fermata salgono dei ragazzi che si piazzano in piedi sul predellino davanti a noi, e l’esperienza è davvero strana. Non solo: il macchinista alle nostre spalle, con quella grande leva che tira su e giù, colpisce più volte la povera zia!

A Fisherman’s Wharf iniziamo a farci un giro, informandoci per il battello che vorremmo prendere verso il tramonto. Mangiamo pesce in un posticino del Pier 39, luogo di cui la mia mamma si innamora subito (a detta sua la struttura è “una Camden Town sul mare”, anche se la frequentazione è più di livello). Poi io mi faccio un bel pisolino, evitando di sorbirmi lo shopping di mamma e zia!

Quando mi risveglio, scopro che la crociera prescelta non sarà quella tipica: prenderemo una specie di barca-taxi (Emerald Lady) insieme ad altri cinque turisti, il giro durerà solo mezz’ora, ma i soli 15 $ e le simpatiche recensioni on-line hanno convinto tutti. Il capitano è un simpatico intrattenitore: ci racconta di Alcatraz e dei due ponti, scherza, si avvicina alle otarie, ma soprattutto … fa comandare la barca a tutti, e accetta anche la pazza idea della mamma di mettere al timone me con lei!

Torniamo verso casa con un autobus (unico piccolo errore: se la nonna avesse detto di essere “senior” avrebbe pagato il biglietto qualche dollaro in meno… ). Io mangio del cibo che abbiamo in casa, poi papà mi mette a letto, mentre le donne di famiglia escono per cena (non è semplice perché c’è poco di aperto alle 21!). Tornano che dormo, e papà fa un salto da Subway, che fortunatamente è sempre aperto!

Giorno 2 a San Francisco – 19/12/2017

alamo-square-san-franciscoPrendiamo un autobus in direzione Golden Gate Bridge. Sulla strada facciamo una tappa, credendo di essere molto vicini a Lombard Street; peccato che i dislivelli di questa città non siano visibili sulla mappa: non ricordo di essere mai stato spinto per una salita tanto ripida e lunga! E poi non so come la nonna riesca ad arrivare fin su: complimenti a lei! Tutto questo per vedere la famosa “strada a tornanti di città”, molto caratteristica ma a mio parere nulla di imperdibile.

Prendiamo un cable car, poi un autobus che ci porta finalmente al famoso ponte. Bellissimo. Ne percorriamo poco meno di metà, poi torniamo indietro e pranziamo. Con un autobus andiamo al Golden Gate Park: nulla di che, se non che scopro l’esistenza degli scoiattoli! Facciamo un giro, poi merenda ed ennesimo autobus, direzione Painted Ladies.

Davvero belle queste case vittoriane e spettacolare la vista sulla città; ma soprattutto … ottimo per me il parchetto giochi di Alamo Square: altalene, scivoli, finti timoni, … Ogni tanto ci vuole qualche tappa per me!

Dopo il magnifico tramonto, andiamo (sempre in bus) in zona Embarcadero, dove ci godiamo grattacieli e Bay Bridge illuminati. Entriamo nel Ferry Building, simpatico mercato al chiuso con negozietti alimentari che catturano mamma e zia (io invece sono più attratto dagli addobbi natalizi…). Percorriamo poi una parte del molo, quindi torniamo in centro e ceniamo al Westfield San Francisco Centre, dove la varietà di offerta accontenta tutti noi. Torniamo infine a casa: domani si riparte!

[mks_toggle title=”Diretto a San Francisco? Scopri…” state=”close “]

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Volo per Las Vegas – 20/12/2017

diario-di-viaggio-usa-con-bambiniOggi lasceremo San Francisco, diretti a Las Vegas. Prenotiamo alla reception uno shuttle condiviso, che verrà a prenderci dopo pranzo, così da stare tranquilli per il nostro volo delle 16.50.

Per la mattinata ci dividiamo: papà e nonna mi portano a giocare al parco giochi Lafayette Park, mentre mamma e zia si fanno una camminata in direzione Chinatown. Per quanto ci riguarda, l’unico problemino sono state ancora le pendenze della città, che ci hanno fatto sottovalutare i tempi degli spostamenti. Però io mi sono divertito un sacco!

Invece mamma e zia si sono godute la camminata, passando anche dal Cable Car Museum e facendosi spazio tra il pullulare di gente della zona cinese. Ci ricongiungiamo per pranzo: troviamo un posticino davvero carino (Nook), dove la mamma è molto contenta di ordinarmi una bella frittata, così da includere anche le uova nella mia alimentazione della vacanza. Torniamo in albergo, dove lo shuttle ci sta già aspettando.

Per la prima volta sperimentiamo il traffico americano, che ci fa allungare non di poco i tempi previsti, ma per fortuna ci siamo presi un ampio margine. Arriviamo in aeroporto e andiamo al check-in della Southwest, compagnia che ci hanno consigliato: prezzo buono e due bagagli in stiva a testa inclusi, oltre alle borse a mano. Sono però un po’ agitato perché nella prenotazione del viaggio i bambini piccoli da tenere in braccio non si dichiarano, quindi io non sono stato mai registrato dalla compagnia; la mamma si è ben informata e sostiene che sia sufficiente presentarmi oggi al bancone con il certificato di nascita: speriamo! Fortunatamente va tutto liscio, e addirittura basta il mio passaporto senza bisogno di alcun certificato di nascita: posso partire!

Ai metal-detector siamo oggetto di un simpatico siparietto: la nonna viene fermata perché nella sua borsa c’è un pacco sospetto. Ma quando la mamma rivela che si tratta di “home-made panettone!!”, anche l’addetta alla sicurezza scoppia a ridere! Meno male: ci mancava che ci ritirassero il panettone genovese della nonna, cucinato apposta per il Natale con gli amici!
A bordo abbiamo preso due coppie di posti in file consecutive, e la scelta è ottimale: non diamo troppo fastidio agli altri e siamo anche abbastanza larghi. Il breve volo passa in fretta per tutti.

Arrivati a Las Vegas recuperiamo l’auto prenotata con Alamo, una Santa Fe che –malgrado il tentativo del ragazzo allo sportello di convincerci che non ci staremo- conterrà senza problemi noi e tutti i bagagli.

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Hai già letto la nostra guida su come noleggiare un’auto in USA?

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Per arrivare all’albergo percorriamo un buon pezzo della Strip, con le sue stramberie… Il nostro albergo (Ellis Island), però, è su una parallela: non è bello come i più famosi, ma va benissimo. Prendiamo le stanze e ceniamo al pub dell’albergo, che si rivelerà il posto con miglior rapporto qualità/prezzo della vacanza.

A questo punto mamma e papà decidono di fare i giovani: mi mollano a riposare nella stanza con zia e nonna e vanno ad esplorare la città. Si danno un’ora di tempo (23-24), ma arriveranno più tardi, perché a detta loro le distanze sono molto più ampie di quanto possa sembrare. Mi hanno poi raccontato di essere arrivati al Venetian, camminando in un clima gelato, con folate di vento incredibili. Si sono presi quindi un po’ di freddo, godendosi comunque un pezzo di LV e percorrendo i canaletti di una finta Venezia apparentemente illuminata a giorno, pur essendo notte. La stranezza è che molti negozi erano già chiusi: e a me avevano raccontato che questa era la città della notte!! Per tornare a casa hanno poi preso una vietta pedonale che hanno apprezzato molto, la LINQ promenade.

Certo però che tutti questi cambiamenti non sono semplici per un bimbo come me: mi ero adattato all’hotel di San Francisco e ora mi ritrovo da tutt’altra parte… Tutti questi pensieri non mi faranno dormire proprio bene, e di conseguenza anche mamma e papà dovranno sorbirmi un po’ questa notte!

Zion National Park – 21/12/2017

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Dormiamo più del solito, per recuperare la nottata non felicissima. La colazione è imprevedibilmente inclusa, e ancora una volta non è previsto il latte! La mamma discute con le cameriere, che riescono a procurarmene una tazza, ma è freddo: e chi la vuole questa roba?! Fortunatamente la mamma è molto persuasiva e convince le cameriere a scaldare il latte per me, anche se non potrebbero. Evviva!

Gli imprevisti ci fanno partire che è già metà mattinata: direzione Zion. Abbiamo scelto questa meta per vedere almeno un grande parco verso ovest, e io non reggerei percorsi in auto troppo lunghi sia tra una tappa e l’altra, sia all’interno del parco stesso: lo Zion non è lontano e dovrebbe essere girabile senza perderci troppe ore, quindi sembra adatto a me.

Purtroppo il mio seggiolino è troppo basso, e non mi godo la vista: dicono che sia spettacolare, con montagne e rocce varie… ma io vedo quasi solo camion! Per fortuna poi mi spostano il seggiolino in posizione centrale: stiamo più larghi, e io vedo qualcosina in più. Per pranzo ci fermiamo in un pub nella cittadina di Mesquite: buono, ma il servizio è un po’ lento, e tardiamo ulteriormente rispetto alla tabella di marcia. Ci accorgiamo infatti che è piuttosto tardi: il tramonto dovrebbe essere alle 17, e abbiamo poco più di 2 ore, ma dovremmo anche essere in dirittura d’arrivo. Peccato che a un certo punto la mamma se ne salti su con un “Oddio: siamo nello Utah ora! Il fuso orario è diverso da prima, e le 17 qui sono le 16 del Nevada!”, perciò le 2 ore in realtà sono solo una…

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Leggi la nostra guida sul fuso orario fra Utah e Arizona.

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Io non ci capisco nulla di fusi orari, ma il tramonto invernale mi sembra arrivare sempre troppo presto, e mi dicono che il giorno del solstizio d’inverno sia il peggiore, quindi ascoltate il mio consiglio e non fate il nostro errore: non contate di fare granché se viaggiate in direzione contraria al sole a fine dicembre!

Non contenti dell’ansia oraria che abbiamo addosso, ci troviamo fermi per dei lavori in corso che prevedono il senso unico alternato! Beh, ormai l’avete capito: allo Zion arriviamo che la parte bassa delle montagne è già all’ombra, e solo la cima è illuminata dall’ultimo sole. Percorriamo la strada che attraversa il parco e arriviamo all’ultimo sentiero; scendiamo a fare due passi e lo spettacolo al tramonto è bello, ma si gela (c’è anche della neve!) e la luce dura davvero poco. Siamo quindi costretti a tornare indietro dopo una breve camminata: peccato.

Torniamo indietro e ci rechiamo a Saint George, dove abbiamo prenotato al Saint George Inn & Suites: bellissimo. C’è una piscina al chiuso, ma per fortuna mamma e papà ci rinunciano per portarmi in ludoteca, una stanza piena di palline, scivoli e tunnel! Insomma: un paradiso!! E poi fuori c’è anche un parco giochi… che cosa desiderare di più dalla vita?! Ceniamo al Black Bear, il miglior posto della vacanza: mi portano matite colorate e disegni, si mangia bene e non si spende troppo. Malgrado gli imprevisti di oggi, la serata ci ha rimessi di buon umore: domani sarà un giorno migliore!

Valley of Fire – 22/12/2017

parchi-con-bambiniQuesto posto mi piace sempre di più: anche la colazione è una goduria! Ma dobbiamo partire subito: torneremo a Las Vegas, e per non sprecare questo avanti-indietro visiteremo la Valley of Fire, parco statale meno noto dei gettonatissimi parchi nazionali, consigliato da amici. La carta dei parchi non vale, ma appena arrivati capiamo che il prezzo vale assolutamente la pena della visita.

La prima tappa è alle beehives, rocce tondeggianti stratificate che sembrano degli alveari giganti. Tutto intorno ci sono rocce rosse con buchi di varie dimensioni, e io mi diverto a fare cucù o a sedermi negli incavi ciechi con la zia. Al punto informazioni compriamo del cibo e ci facciamo dare qualche dritta per i sentieri. Andiamo al Mouse’s Tank, dove papà mi porta nello zainetto lungo un sentiero sabbioso in mezzo a pareti di rocce rosse. La grande sorpresa sono delle stupende incisioni rupestri che ci accompagnano: è la prima volta che vedo qualcosa di simile!

La tappa successiva è il percorso Rainbow Vista, ma io sono stufo di girare, quindi resto fermo a giocare con papà tra sabbia e sassi. Quando le “nostre donne” tornano, ci raccontano di bellissimi panorami con viste sconfinate di rocce rosse, sabbia e cespugli aridi. Non solo: hanno avvistato uno stambecco! La mamma dà il cambio a papà e anche lui si fa un breve giretto, poi ripartiamo.

Raggiungiamo un famoso arco naturale di roccia, che non ci colpisce quanto le tappe precedenti; poi torniamo indietro. La nota dolente di questo tratto è la mamma che si mette alla guida e, convinta di guidare un’auto col cambio manuale, alla prima deviazione schiaccia “la frizione”… cioè il freno! Ci prendiamo tutti uno spavento per la brusca frenata inattesa, ma soprattutto rimaniamo colpiti dal tizio dietro che nemmeno ci strombazza: in Italia avremmo ricevuto insulti di tutti i tipi!!

Del ritorno verso Las Vegas non ricordo nulla, perché ho dormito! Arrivati in città mangiamo una pizza nella LINQ promenade; oggi è venerdì, e c’è più vita dell’altro giorno, con anche un po’ di musica natalizia che ci godiamo lungo il tragitto. La pizzeria, poi, è uno spettacolo: il pizzaiolo mi prende in simpatia e fa roteare per aria gli impasti, sotto i miei incitamenti! E poi io amo la pizza…

Ultima tappa di giornata è il Bellagio, dove vogliamo vedere lo spettacolo delle fontane. Ci arriviamo passando vicino a un sacco di alberghi pieni di lucine colorate: entusiasmante per un bimbo come me! Il Bellagio è un bel labirinto; con fatica troviamo un bellissimo bagno per cambiarmi, poi la strada per raggiungere le fontane. È molto tardi, ma non mi voglio perdere questo spettacolo, quindi reggo fino alle 22.15; poi possiamo andare a dormire felici di questa giornata!

Death Valley – 23/12/2018

badwater-basin-death-valley-national-parkOggi tutto liscio: si ricordano perfino di me e a colazione mi portano il latte caldo. Alle 9.30 partiamo, direzione Death Valley. Quando la nonna aveva chiesto un parere in un’agenzia, la tizia aveva detto che questo parco l’avrebbe escluso (anche perché sosteneva che non ci fosse alcun albergo con posti liberi per dormire), ma mamma e papà hanno deciso che una meta come questa in una stagione non torrida non andava assolutamente persa, quindi eccoci qui.

Facciamo una tappa al supermercato per i miei immancabili yogurt e fruttini squeezable e per qualche scorta per colazione, quindi arriviamo a destinazione. Ci fermiamo subito allo Zabriskie Point: il punto panoramico è molto bello, con vista su una distesa di rocce frastagliate e i sedimenti di un preistorico lago prosciugato. Io me la godo in spalla a papà o in braccio a zia e mamma a far foto.

Riprendiamo l’auto e arriviamo a Furnace Creek, dove raccogliamo qualche informazione, compriamo dei sandwich e mangiamo su delle panchine all’aperto: io ho proprio bisogno di una tappa, anche per muovermi un po’… non posso stare una mattina intera fermo e seduto!!
Andiamo verso Badwater all’ora del mio riposino. Morale: mi addormento subito! Così obbligo gli altri a fare i turni: prima scendono mamma, zia e nonna; poi papà. Io non ho proprio visto nulla, ma poi mi hanno detto che il posto era davvero particolare: hanno camminato un paio di chilometri all’andata e un paio al ritorno lungo il bianco sentiero salino, tutto crepato in forme geometriche. È piaciuto a tutti.

Tornando verso nord ci hanno segnalato il Golden Canyon Trail, ma io sto ancora dormendo, quindi fanno solo due passi a turno e basta. Ce ne andiamo al tramonto; il viaggio è lungo e io mi sveglio che è buio e siamo nel bel mezzo del nulla! Per fortuna c’è la musica, e mamma e zia sono in vena di intrattenimenti, quindi me la godo a ballare e ridere con loro!

La notte la passiamo a Ridgecrest, paesino comodo per spezzare il viaggio tra oggi e domani. L’Econo Lodge Inn & Suites in cui dormiamo non è granché: stessa struttura di quello a St.George, ma tutto meno bello. Comunque l’importante è aver dimostrato il torto della tizia dell’agenzia consultata dalla nonna: la Death Valley ci è piaciuta, e abbiamo anche trovato dove dormire!

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Leggi la nostra guida per trovare un hotel a Death Valley e dintorni

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Ceniamo in un posto alla buona, quindi a nanna.

Direzione Los Angeles – 24/12/2017

Griffith ObservatoryOggi la sveglia è un po’ strana: la mamma è piena di macchie rosse, prurito e gonfiore. Fortunatamente la farmacia portatile che ci ha procurato il nonno riesce a risolvere il problema: raccomando a tutti di portar con sé del cortisone… è miracoloso! Probabilmente si è trattato di una puntura d’insetto, e potrebbe capitare a chiunque.

Facciamo colazione, poi scegliamo una chiesa per la messa domenicale: andremo a St. Mary of the Desert, a Rosamond, per la messa in spagnolo delle 12.15. All’ingresso alcuni responsabili ci dicono che posso stare nella parte principale della chiesa, ma i miei preferiscono non disturbare e ci posizioniamo nella stanzetta per i bambini. La cosa strana è che in realtà, malgrado il cartello, qui entri gente a caso; in particolare arrivano due ragazzi di origini messicane, e la responsabile all’ingresso si raccomanda che oggi non si mettano a litigare (!!). Poco alla volta capiamo perché ci hanno sconsigliato di stare qui: in questa stanza viene chi non ha voglia di seguire la messa, e si sentono videogiochi, chiacchiericci e stramberie poco “da chiesa”. Io sembro il più adatto al luogo, limitandomi ad arrampicarmi su panche e a non stare mai fermo. Sento anche poi papà che legge un cartello: una lettera del vescovo in occasione di un’uccisione avvenuta in un’altra chiesa… ma in che posto siamo?!

Usciamo che ho una gran fame, e per fortuna la zia identifica subito un posto carino: J’s Hideaway Family Diner. Il locale è particolarissimo: pareti ricoperte da targhe americane; titolari tatuati, che mi portano subito le matite per colorare; reperti bellici in giro; presepe; … Il cibo è quello di un fast-food, e io mi godo un pranzo americano a nuggets e patatine. Tra l’altro c’è anche un comodissimo fasciatoio per me: stupendo questo posto!
Ripartiamo in direzione Burbank, dove vive la nostra amica Cri e dove la zia di papà ci ha procurato delle stanze non eccessivamente costose al Marriot vicino all’aeroporto. L’hotel è bello, ma ci aspettavamo di più, e soprattutto… manca il microonde! Domani in qualche modo troveremo una soluzione per il mio latte…

Il Luca, marito della Cri, ci propone un giro al Griffith Observatory; abbiamo qualche dubbio per l’ora tarda, ma accettiamo. Andiamo quindi a casa loro per la mia cena, e poi il Luca ci farà da cicerone, mentre la Cri starà a casa a cucinare per il pranzo di Natale (pare che sia contenta così!).
La cena è la nota dolente della giornata: la mamma cerca di rifilarmi dei ravioli monodose per bebè comprati al supermercato… immangiabili! Piuttosto che mandarli giù, rinuncio alla cena; fortunatamente papà fa poi notare alla mamma che i miei non sono capricci, e che quella sbobba fa davvero schifo, e buttano via l’altra confezione. Perciò, care mamme, vi prego: non cedete alla tentazione di comprare certe americanate orribili ai vostri figli!

Andiamo al Griffith Observatory e scopriamo che il sito non è aggiornato: il museo è chiuso (con estremo dispiacere di Luca, astronomo). Però, a differenza del solito, ci sono pochi visitatori e si trova parcheggio subito. Facciamo un giro intorno all’osservatorio, che ha una vista davvero spettacolare su tutta LA, e ci intrattiene con aneddoti e spiegazioni. Io poi mi godo scalini, luci, …

Abbiamo ancora un pochino di tempo, perciò andiamo anche a Hollywood, zona degradata che non ci piace molto. Facciamo una camminata lungo la Walk of Fame, poi torniamo. Nel viaggio di ritorno il Luca ci dà anche un po’ di dritte sulla guida americana e alcune regole diverse dalle nostre, che non sapevamo: ottimo anche questo!
Poi a nanna: domani è Natale…

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Natale a Los Angeles – 25/12/2017

glendale-galleriaÈ Natale! Non che io abbia molta esperienza in materia (è solo il mio secondo!), ma intorno a me sono tutti eccitati, e continuano a dire che un Natale in maglietta e pantaloni leggeri è qualcosa di molto strano. In ogni caso, questo Natale mi piace proprio: dopo colazione (papà trova nel bar dell’hotel un microonde per scaldarmi il latte), arrivano i regali! Non c’è niente di grosso, vista la difficoltà degli ingombri sull’aereo, ma i regali sono belli lo stesso, e poi tornato a Milano mi aspetterà un secondo giro di pacchetti: mica male!

Andiamo poi a messa a Glendale: è una messa ricca di canti, come piace a me! E tra l’altro molti sono gli stessi che si cantano in Italia, quindi ci sentiamo ancora più a casa e partecipiamo maggiormente alla funzione.
Prima di andare a pranzo dalla famiglia italiana che ci ospiterà a pranzo (amici comuni nostri e della Cri), ci viene consigliato di fare un salto al centro commerciale Glendale Galleria, che è davvero carino. Purtroppo la casa di Babbo Natale è chiusa, ma la fontana con gli spruzzi che si muovono e lo spiazzo all’aperto sono davvero simpatici, e questo caldino è molto piacevole.
Il pranzo dagli amici è ottimo e abbondante, con cibi italiani preparati un po’ da tutti. Noi portiamo l’ “home-made panettone” di mia mamma e il pandoro trasportato dall’Italia (di panettoni commerciali qui se ne trovano, ma di pandori non granché). Ci teniamo compagnia tra cibo, regali, racconti di vita americana, …
Giornata rilassante malgrado il gran caldo. Domani riprenderemo a fare i turisti!

Santa Monica – 26/12/2017

SANTA-MONICA-YACHT-HARBORCi troviamo con Cri e Luca a Santa Monica. Qui facciamo un giro al famoso molo, dove mi godo gabbiani e cammino avanti e indietro guardando il mare. Luogo carino, anche se non tra i più imperdibili della vacanza. Unico consiglio: non cercate di comprare un caffè qui in zona: la zia in un albergo sulla strada principale viene spennata per un semplice espresso (6,50 $)!

A questo punto ci dividiamo: io vado con papà a un parco giochi in zona (il Tongva Park), mentre gli altri si fanno un giro di shopping, per la gioia della zia! Ci ricongiungiamo per pranzo al Chipotle, fast-food messicano che piace molto ai nostri amici, dove ti componi tu il piatto scegliendo gli ingredienti. Mentre la mamma trova il modo di compormi un piatto non piccante, papà si occupa di me: facciamo il cambio di pannolino più rocambolesco della storia, senza appoggio, con gambe e sedere all’aria, borsa a tracolla di papà e sguardi straniti di uomini di passaggio… In fondo con papà mi diverto sempre, anche per un cambio di pannolino!! 🙂

Salutiamo gli amici e ripartiamo per Palm Springs. Il traffico è terribile, e il viaggio ben più lungo del previsto, ma io dormo. A Palm Springs mi sveglio con papà che continua a girare in tondo come un matto: dice di avere l’indirizzo dell’albergo, ma questo hotel sembra non esistere! Per fortuna poi la mamma trova un cameriere di un ristorante che le svela il mistero: l’hotel (il Rodeway Inn) è proprio lì vicino, ma ha cambiato nome (Royal Sun) e l’insegna luminosa mostra un nome diverso da quello che abbiamo noi! Mah…

La mia scoperta di oggi è il carrellone da facchino per il trasporto dei bagagli: mi ci farò dei gran viaggi insieme alle valige da oggi in poi!
Dopo esserci sistemati, andiamo in centro per cena. La piacevole novità è che in questa cittadina i negozi chiudono tardi, così possiamo mangiare e farci un giro dopo. Andiamo al Fisherman’s Market & Grill: al bancone scegliamo tra vari piatti di pesce, che poi ci portano direttamente al tavolo. La grande difficoltà è tradurre i nomi dei pesci, quindi la scelta è un po’ casuale, ma alla fine mangiamo bene e siamo soddisfatti (a me arriva un buon pesce coi broccoli, che –vi sembrerà strano- ma io adoro!).

Ordiniamo anche del vino; la mamma ci puccia un dito facendo finta di farmelo assaggiare, e io sto al gioco: fingo di essere ubriaco e intrattengo tutti con risate e discorsi incomprensibili! Facciamo un giro per i negozi, anche se per me è un po’ tardi; mentre io mi addormento in auto, “i grandi” approfittano del supermercato vicino e comprano qualcosa di rapido per il pranzo di domani: ottima soluzione per non doverci arrabattare con gli ennesimi sandwich al parco.

Joshua Tree National Park – 27/12/2017

joshua-treeLa colazione è inaspettatamente inclusa (su Booking.com spesso non si capisce): ottima notizia, e non è nemmeno tanto male.
Andiamo al Joshua Tree National Park, ed è il primo caso in cui troviamo una grande ressa di turisti. Tanto che al primo visitor center ci consigliano di proseguire fino all’ingresso successivo del parco, così da evitare un po’ di traffico. Andiamo alla Skull Rock, roccia a forma di teschio che ci hanno consigliato di visitare. Non ci entusiasma, ma approfittiamo per fare due passi; cioè… io in realtà sto nello zainetto portato da papà, gli altri camminano e la nonna deve anche barcamenarsi un po’ su e giù tra i sassoni, ma per fortuna ho una nonna sprint che se la cava anche in questo caso!!

Per pranzo ci rechiamo dall’altro lato della strada, dove troviamo una bella roccia piatta all’ombra per fermarci. La pasta Barilla scaldata al microonde questa mattina e conservata nel mio immancabile thermos è davvero ottima: mi mancava la pasta al pomodoro!
Giriamo un po’ tra rocce e incavi, poi proseguiamo con l’auto fino alla Hidden Valley, da cui si vede la faglia di Sant’Andrea. Proseguiamo poi in mezzo a distese sempre più ricche di “alberi di Joshua”, simpaticissimi. Il panorama mi piace molto, soprattutto quando noto nel cielo azzurro la mia amata luna, già visibile anche in pieno giorno!

La tappa successiva è Barker Dam, dove facciamo una bella passeggiata: prima sto nello zainetto, poi mi stufo e preferisco scendere e camminare lungo questo semplice (ma non brevissimo) sentiero circolare. Nessuno di noi sa cosa aspettarsi, e abbiamo una gradevolissima sorpresa: davanti a noi si apre d’improvviso un’oasi in mezzo al deserto, che è davvero uno spettacolo di colori e riflessi! Anche la diga costruita dai cowboy è molto curiosa. Siamo tutti molto soddisfatti, e io mi godo tantissimo il sentiero: mi chino, sento la sabbia tra le dita, corro, …

Partiamo per San Diego, e dopo un bel viaggetto con riposino arriviamo all’albergo, un Best Western in stile hacienda dove questa volta dormiremo tutti insieme in una sola stanza. Abbiamo scelto questa soluzione per non spendere troppo, rimanendo però in zona abbastanza centrale (città vecchia). Ci hanno assegnato una stanza raggiungibile solo con le scale, ma per fortuna ci riescono a spostare: con tutte le valige come potremmo cavarcela?

L’albergo mi affascina: è un labirinto di spiazzi, fontane, scale, ringhiere, … e sul solito carrello portavalige mi diverto un sacco! La stanza è bella e per fortuna c’è il microonde, così posso cenare con le ultime scorte che abbiamo (fantastici i miei che non si fanno mai mancare scorte di cracker, verdure frullate, fruttini e cibi pronti … esclusi i ravioli!). La mamma non ha fame e si addormenta in stanza con me, mentre gli altri vanno al ristorante messicano.

Lo zoo di San Diego – 28/12/2017

zoo-san-diegoFortunatamente ieri sera al ristorante papà è riuscito a farsi offrire del latte per me, così anche oggi ce la caviamo in stanza per la colazione.
Oggi ci divideremo: papà e mamma mi porteranno allo zoo, mentre nonna e zia visiteranno un po’ il centro della città. Ci separiamo all’ingresso dello zoo, dove ci tocca fare una coda interminabile sotto un caldo cocente per poterci procurare i biglietti.

Cominciamo alla grande, con la mitica funivia che attraversa il parco: una vera goduria per me! Unico problema: papà dovrà tenermi in spalla per un bel po’, perché all’ingresso della funivia sembra obbligatorio mollare giù il passeggino! Dall’altro lato del parco cominciamo a vedere gli animali più disparati (ma allora esistono davvero e non solo sui miei libretti dell’asilo!); in particolare l’esperienza più bella è quella degli orsi polari. Si tratta di una zona coperta (e quindi all’ombra!) da cui si possono osservare questi grandi animali attraverso un enorme vetro, in parte sotto il livello dell’acqua e in parte sopra: i tre esemplari nuotano, giocano, si arrampicano e … si tuffano! Siamo veramente colpiti e poco alla volta il luogo si affolla di turisti eccitati e applaudenti!

Proseguiamo il giro, con papà un pochino affaticato e io non sempre interessato agli animali (se si mimetizzano tanto bene, come faccio a vederli?). Decidiamo quindi di fare una pausa per pranzo, anche se c’è coda ovunque (oggi sì che avremmo dovuto portarci dei panini!); alla fine mangiamo pizza e insalata in un posto in cima al ponte altissimo che attraversa lo zoo. L’attesa è troppo lunga, ma la pausa pranzo e la mia sosta sul seggiolone ci ristora. Attraversiamo la zona delle scimmie, tornando così alla base: recuperiamo il passeggino e decidiamo di prendere il giro guidato sul bus a due piani (che figata! A me piacciono tanto i bus! E poi questo che è aperto e si vede tutto dall’alto è un vero spettacolo!).

Peccato che sono stanco morto e della visita mi godo poco, perché mi addormento molto presto; papà e mamma però mi hanno poi detto che la visita è stata molto interessante e hanno visto moltissimi animali, anche se l’autista-speaker parlava troppo veloce e faceva battute difficilmente comprensibili…

Dopo una breve sosta ai negozi di souvenir puntiamo alla nostra meta principale: i panda! La coda è sempre lunga e ci vuole parecchio a entrare; poi però la visita è davvero simpatica: il primo panda è un animale enorme seduto pacifico a sgranocchiarsi il suo bambù, il secondo dorme. Peccato solo che ormai è buio e le foto non vengano un granché, ma ne è valsa la pena.
Usciamo dallo zoo per raggiungere mamma e nonna: ci incontriamo al Seaport Village, dove mamma e zia non fanno altro che entrare e uscire da mille negozietti di souvenir, ceramiche e oggettistica varia; ma anche papà impazzisce a scoprire un negozio dedicato solo alle bandiere, sua fissazione quasi maniacale! In ogni caso non mi posso lamentare nemmeno io: la zia mi accompagna in un lungo giro su un cavallo della vecchia giostra.

Ceniamo al Buster’s Beach House, dove mangio il mio primo vero morso di hamburger: buono! Saremmo anche contenti della scelta, ma alla fine ci capita un piccolo episodio fastidioso: la cameriera ci chiede se vogliamo ancora qualcosa e la zia abbozza un sì; al che questa ci informa che “la cucina è chiusa”! Già gli orari ridotti ci sembrano eccessivi, ma almeno non ci venire a chiedere se vogliamo ancora qualcosa!!
La mamma è un po’ delusa di non avere avuto il tempo di vivere un pochino questa città, che invece mamma e nonna sembrano aver tanto apprezzato nel loro giro; così, tornati all’auto, convince gli altri ad andare almeno a vedere lo skyline dal Coronado. Io mi addormento, mentre gli altri fanno quest’ultima breve puntata notturna.

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Ecco la nostra guida a San Diego!

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La Jolla – 29/12/2017

Bazaar-del-MundoOggi siamo indecisi su cosa visitare di questa interessante città; l’unica certezza è La Jolla… e io non vedo l’ora di andare al mare! La mamma, però, ha ancora il tarlo di non aver assaporato il sapore messicano della città, quindi convince tutti a fare una prima breve tappa al Bazaar del Mundo, un piccolo mercato di botteghe messicane. Il luogo a me piace molto, soprattutto la parte all’aperto con la merce esposta… ma qui non vogliono che io tocchi o giochi con nulla, quindi finisco a giocare con papà mentre le donne si fanno un bel giro di shopping.

La mamma è finalmente contenta di aver visto qualcosa di diverso, in uno stile “meno USA” e più ispanico. Possiamo quindi andare sereni a goderci La Jolla, luogo che amiamo tutti da subito: mare, palme, spiagge coi surfisti, ma anche prati e verde a livello strada… proprio l’immaginario di California che abbiamo!
Troviamo parcheggio con qualche difficoltà, poi scendiamo in spiaggia mentre mamma e zia vanno a comprare qualcosa per pranzo. Con papà e nonna facciamo una scalinata, poi dobbiamo camminare su dei sassoni scomodi per raggiungere la sabbia: forse non abbiamo scelto proprio la spiaggia migliore da raggiungere con passeggino e nonna! Però anche qui ce la caviamo come sempre!

Qui è stupendo: posso camminare nella sabbia, pucciare i piedi nel mare, guardarmi le onde, scalare le rocce, … e non mi accorgo nemmeno di avere fame finché arriva la mamma con panini, patatine e cracker. Questa giornata è una delle più belle della vacanza, e questo clima estivo a dicembre entusiasma tutti, tanto che poi ci prendiamo anche un gelato!

Non ci resta tempo per vedere altro, quindi cominciamo a dirigerci a Los Angeles, godendoci uno stupendo tramonto sul mare. Anche questa volta il traffico della città si fa sentire, e il tragitto è ben più lungo del previsto: arriviamo all’Hilton dove alloggeremo che è quasi ora di cena. Con qualche difficoltà molliamo l’auto nel parcheggio a tempo, ci facciamo dare le stanze (lontane e su piani diversi!) e poi usciamo a mangiare. Per far veloci scegliamo un KFC, che non rende molto felice la zia, ma me sì: pollo, purè e tanto divertimento! Sono così entusiasta di questa giornata che comincio a ridere, parlare in una lingua tutta mia e intrattenere tutti… compresi gli ospiti dei tavoli vicini!

La scelta dell’albergo accanto all’aeroporto è tattica: papà può accompagnarci in albergo e andare subito a restituire l’auto, così non dovremo pensarci domani. Intanto la mamma si ingegna con un secchiello del ghiaccio per sopperire alla mancanza del frigobar in stanza (più si sale di livello e meno servizi ci sono): così almeno il mio latte sta in fresco e domani dovremo “solo” trovare un microonde dove scaldarlo!

Papà torna prestissimo, raccontandoci che il ragazzo di colore al ritiro dell’auto l’ha preso in simpatia perché italiano (“faccio sempre le mie vacanze in Puglia!”), e ha convinto l’autista della navetta a riportarlo per primo, facendo il giro inverso degli alberghi!
Concludiamo la giornata con il check-in per domani: scegliamo 4 posti in 2 file laterali consecutive, che abbiamo capito essere la soluzione migliore.

Ritorno in Italia – 30/12/2017

tour-parchi-con-bambiniFacciamo le valige e ci raggiunge anche la Cri per un saluto.
Prendiamo la navetta per l’aeroporto (ogni 15 minuti ce n’è una) e raggiungiamo LAX velocemente: la scelta di un albergo così vicino ci convince sempre di più.
Dopo il check in, cerchiamo un posto dove spedire le cartoline, ma scopriamo che in aeroporto non esistono buche per la posta, a causa del terrorismo. Così mamma e papà sfruttano i miei occhi dolci e il mio sorriso per corrompere la tizia al punto informazioni: ci imbucherà lei tutto.
Grazie a me oggi abbiamo tutti l’imbarco prioritario, anche se oggi non sarebbe necessario: constatiamo con piacere che quanto ci avevano consigliato è vero, cioè che a capodanno gli aerei sono quasi vuoti! Il viaggio è quindi molto più piacevole dell’andata (anche se la metà degli schermi sembrano non funzionare): siamo larghi e la compagnia intorno è formata quasi solo da altre famiglie con bambini; poi io dormo anche abbastanza bene, e il viaggio passa più in fretta.

A Francoforte scopriamo un aeroporto davvero a misura di bambino: mangiamo (ma è pranzo o cena?!), poi mi godo dei parchi gioco con aerei finti e scivoli. Starei qui per ore! Il viaggio per Linate sembra finire prima ancora di essere cominciato: siamo arrivati. Io mi addormento alla solita ora, mentre mamma e papà disfano i bagagli in attesa della mezzanotte. Vanno quindi a letto, illusi di aver vinto contro il fuso orario.

Non posso chiudere senza accennare alle nottate successive: mi sveglio alle 2, urlando come un matto e volendo giocare come se fosse giorno… Poi faccio la mia vita diurna normale come al solito, ma la notte non prendo proprio il ritmo, e mi risveglio ogni volta urlante. Ci vogliono 8 giorni per smaltire questo strano effetto del fuso, poi tutto torna regolare.

Per avere altri consigli leggi la nostra guida su come organizzare un viaggio in USA con bambini.

New York, piacere di conoscerti. Le impressioni di viaggio di Alice

new york piacere di conoscerti

Non lo so se sia vero che New York non dorma mai, perché io dopo decine di kilometri macinati durante il giorno, la notte ho dormito di sasso. Posso dire però, con grande certezza che New York respira, e non solo a Central Park, grande polmone verde al centro di Manhattan, respira in ogni avenue, nei caffè, negli illuminati teatri, in stazione, al supermarket, negli eleganti rooftop e nelle sporche metro, nei mercati multietnici e nei negozi di design.

paramount building
New York è vitale anche dove ha visto in faccia la morte. Le grandi vasche che sorgono nel perimetro delle Torri Gemelle, al World Trade Center ci mostrano con forza una verità: la vita continua, la memoria ci salva. Il silenzio qui è quasi irreale, rotto solamente dallo scroscio d’acqua che sgorga dalle due enormi vasche. Dove c’è acqua c’è vita, dove c’è flusso c’è fermento.

9 11 memorial e oculus
I nomi delle vittime di quel terribile 11 settembre 2001 sono impressi uno per uno nel perimetro del memoriale, a ricordare una storia, una vita, spezzata troppo presto. Ma non c’è posto per l’odio al Memorial 9/11, ma rispetto, delicatezza, speranza. Un cartello appeso vicino alle vasche recita: “Visitors are invited to touch the memorial names panels”, un invito a toccare la vita che è stata, e non la morte.